12 novembre 2009

La Palestina di Abu Mazen è la stessa che Arafat rifiutò a Camp David

Tempo di celebrazioni per il Medio Oriente. Ieri, in occasione del quinto anniversario della morte di Yasser Arafat, decine di migliaia di persone hanno invaso le strade di Ramallah per ricordare il leader palestinese davanti al suo mausoleo. Nel pomeriggio ha preso la parola il leader dell’Anp, Abu Mazen, che è tornato a battere sul tasto degli insediamenti: “Il ritorno al tavolo dei negoziati dipende dalla volontà di Israele di aderire alle condizioni stabilite per la pace” ha detto Abbas, secondo il quale la rimozione degli insediamenti “illegali” è un diritto innegabile per tutti i palestinesi. Abu Mazen si è poi appellato ad Hamas: “Abbiamo detto sì al documento egiziano (votato al ricongiungimento di Cisgiordania e Striscia di Gaza, ndr) e chiediamo ad Hamas di accettarlo senza ulteriori ritardi: la nostra mano è tesa per la riconciliazione”.

L’icona di Arafat, celebrato come un eroe in tutta la Cisgiordania, non è però un gran modello di pace per i palestinesi. Insieme al premio Nobel – vinto nel 1994 insieme a Rabin e Peres – il leader palestinese dovrebbe essere ricordato anche per il fallimento degli accordi di Camp David. Nel luglio del 2000, in occasione del summit organizzato dal presidente americano Bill Clinton, Yasser Arafat rifiutò l’offerta della controparte israeliana – comprendente la totalità della Striscia di Gaza, il 91% del West Bank e il controllo palestinese su Gerusalemme Est – abbandonando il tavolo senza una concreta controproposta. Una scelta biasimata anni dopo anche dal mediatore, Bill Clinton: “Mi dispiace che nel 2000 Arafat abbia perso l’occasione di dare finalmente vita ad uno Stato palestinese”. Quello che è venuto dopo, è storia: rivolte, attentati, guerre.

Oggi che il posto di Arafat è stato occupato da Abu Mazen, la situazione è sempre più complicata. Stretto tra la necessità di un accordo con Hamas prima e con Israele poi, pochi giorni fa Abbas ha lasciato intendere di voler gettare la spugna non presentandosi come candidato alle elezioni da lui indette per il 24 gennaio 2010. Contrastanti le reazioni: di fronte a migliaia di israeliani riuniti a Tel Aviv per ricordare Yitzhak Rabin, ucciso 14 anni fa, il presidente Shimon Peres ha chiesto al leader dell’Anp di non mollare: “Abbiamo, tutti e due, firmato gli accordi di Oslo. Mi rivolgo a lei quale collega: non lasci” ha detto Peres – mentre dalla Striscia di Gaza Mahmud a-Zahar (Hamas) ha rassicurato Abu Mazen: “nessun palestinese avrà nostalgia di lei”. Fatta eccezione per Hamas, l’invito a non mollare ha accomunato nelle ultime ore gran parte dei leader mondiali, dall’Europa agli Stati Uniti.

Lascia o non lascia? È presto per dirlo, ma intanto la questione Abu Mazen è finita nell’agenda del vertice di lunedì tra Netanyahu e Obama. Un meeting che, al pari del ritiro di Abbas, è circondato da un certo mistero: nessuna foto di rito, nessuna conferenza stampa. A seguito dei colloqui, durati più di un’ora e mezza, la Casa Bianca si è limitata a un breve comunicato: “Il presidente ribadisce il forte impegno per la sicurezza d’Israele e ha discusso della cooperazione di sicurezza su una serie di questioni”, tra cui l’Iran e il processo di pace. Perché tanta riservatezza? Se alcuni giornali israeliani parlano apertamente di gelo tra i due paesi, altri propendono per una spiegazione diplomatica: Obama avrebbe voluto tenere un basso profilo per non indebolire ulteriormente Abbas e per compensare le recenti aperture della Clinton, secondo la quale la rimozione degli insediamenti non dovrebbe costituire una conditio sine qua non per la riapertura dei negoziati.

L'Occidentale