20 dicembre 2009

Igor Man comprese prima di altri che la polveriera islamica sarebbe esplosa

Con la morte di Igor Man, il giornalismo italiano perde molto più di una grande penna. Insieme a Montanelli, Terzani e la Fallaci, il “vecchio cronista” della “Stampa” era uno degli ultimi protagonisti dell’epoca d’oro del reportage: da Papa Giovanni Paolo II a Che Guevara, da John Kennedy a Khomeini, dalla guerra in Vietnam ai fuochi mediorientali, Igor Manlio Manzella – questo il suo vero nome – ha raccontato il Novecento e i suoi protagonisti con la passione del reporter e la sensibilità dello scrittore. Secondo Mimmo Candito, che ieri lo ha ricordato con un articolo affettuoso, nella sua vita Man aveva scelto la via dell’integrazione tra “dimensione pubblica e orizzonti privati, un terreno nel quale il racconto della storia del mondo non poteva mai prescindere dagli occhi, e verrebbe da dire dal cuore, di chi quel racconto lo sta facendo”.

Siciliano, figlio di uno scrittore e di una nobildonna russa in esilio, Man si è fatto le ossa a “Il Tempo” per passare poi, nel 1963, alla “Stampa” di De Benedetti: ricordare la sua carriera, da questo punto in poi, diventa un’impresa. Ha scritto articoli che sono passati alla storia: Franco Contorbia, nei “Meridiani” Mondadori dedicati al giornalismo italiano, ha antologizzato l’intervista al “dott. Ernesto Guevara Lynch, detto il Che (pronuncia C’è)” – “Curioso esemplare di rivoluzionario, questo ragazzone dal sorriso ironico eppure patetico” osserva Man – così come uno dei tanti reportage dal Vietnam del Sud, in cui era in corso “una guerra senza misericordia, dove non ci si ferma mai a meditare”. Magistrale anche il ritratto di Saddam Hussein alla vigilia della prima guerra del Golfo: “Un fatto è sicuro – spiega il giornalista – il rais non ha paura. Saddam Hussein non sa neanche dove stia di casa la paura”.

La qualità del Man reporter stava prima di tutto nella sua profonda cultura e nella capacità di guardare avanti, oltre la contingenza dell’evento. Marcello Sorgi, collega di lunga data alla “Stampa”, ricorda la preveggenza del giornalista sul Medioriente: “Con molti anni di anticipo, Man aveva capito che dalla sponda orientale a noi più vicina la polveriera islamica stava incubando dentro e attorno a un Occidente del tutto impreparato a contenerla”, e per questo “Igor, che aveva visto nascere il khomeinismo in Iran, era desolato quando gli americani avevano dovuto abbandonare la Somalia infestata dai fondamentalisti”. L’incontro con il mondo islamico e le sue sfaccettature convinse il cronista a raccontare la cultura mussulmana ad uso dei lettori italiani: nella rubrica “Diario arabo”, che si chiudeva ogni volta con una sura del Corano, Man ha rappresentato valori ed eccessi di un mondo che nel XXI secolo è entrato sempre più nella vita quotidiana di tutti noi.

Come per altri inviati del Novecento, la vita di Man è stata una grande avventura. Per il presidente Napolitano “restano incancellabili nella memoria le occasioni di incontro che, in modo particolare negli ultimi anni, mi hanno permesso di cogliere la sempre straordinaria vitalità del suo pensiero”: chissà quante storie, quanti aneddoti, avrà raccontato agli amici negli ultimi anni. Sorgi lo ricorda come “un tipo unico”: “Aveva un metabolismo mediterraneo, gli era rimasto attaccato il fuso orario dei vecchi giornalisti che andavano a dormire tardissimo, con la prima copia fresca di stampa ritirata alla rotativa. Personaggio da film, era uno degli ultimi di un’epoca romantica e appassionata”. Chi lo ha conosciuto bene, come Mimmo Candito, non può non ricordare infine la sua religiosità “laica” ma “ugualmente intensa”, a causa della quale “il racconto dei suoi incontri privati con gli ultimi due Pontefici lo coinvolgeva e lo emozionava anche al di là dei doveri che il cronista deve sapersi dare”.

L'Occidentale