Quando ho letto che Jonatan Safran Foer stava lavorando a un libro “vegetariano” contro il sistema dell’allevamento intensivo, non l’ho presa bene. Ma come? L’enfant prodige della letteratura americana, autore di due romanzi uno più bello dell’altro (Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino) si mette a darci lezioni di alimentazione, invitandoci a mangiare i broccoli ma non le salsicce? Quando il libro è uscito negli Stati Uniti, però, si è capito che le cose non stavano proprio così. La verità è che Eating Animals (in italiano Se niente importa, Guanda 2010, traduzione di Irene Abigail Piccinini) è molto più di un manifesto vegetariano, e nelle tesi di Safran Foer di ideologico c’è ben poco. Certo, lo scrittore newyorchese invita i lettori a non mangiare carne, ma le motivazioni - molto concrete - chiamano in causa fattori fondamentali quali la nostra salute, l’inquinamento e l’economia mondiale.
“Questa storia non è cominciata sotto forma di libro. Volevo solo sapere - per me stesso e per la mia famiglia - che cos’è la carne”. Per rispondere a questa domanda Safran Foer si informa, finché non si trova “di fronte a fatti che come cittadino non potevo ignorare e che come scrittore non potevo tenere per me”. Nasce così Eating Animals, la cui ambizione è quella di far convivere il rigore dell’inchiesta - suffragato da sessanta pagine di note - e la fantasia dello scrittore, quanto mai necessaria a fronte di argomenti (alimentazione, allevamento, inquinamento, salute) tutt’altro che “leggeri”. Mangiare gli animali, scrive l’autore, “è un argomento spinoso, frustrante e di grande risonanza”, in cui “ogni domanda ne suscita un’altra ed è facile trovarsi a difendere una posizione molto più estremista di quanto si creda o si ritenga rispettabile”. Ecco perché - al netto di qualche sbavatura - Se niente importa è un libro importante, e per alcuni aspetti indispensabile.
Safran Foer procede per gradi, prima chiarendo alcuni punti fondamentali - come il significato di allevamento intensivo, polli da carne e ovaiole, mangime, kosher - e poi portandoci per mano nel vortice dell’industria alimentare statunitense. Credo che la forza di questo viaggio - dove le citazioni e i numeri abbondano - stia proprio nell’incontro tra la ricerca scientifica e la penna di un grande scrittore. Per capirci: se diciamo che i polli d’allevamento sono stipati in gabbie minuscole, nessuno si impressionerà. Safran Foer, però, lo spiega così: “Entra mentalmente in un ascensore affollato, un ascensore così affollato che non riesci a girarti senza sbattere (esasperandolo) contro il tuo vicino. Un ascensore così affollato che spesso rimani sollevato a mezz’aria. Dopo un po’ quelli che stanno nell’ascensore perderanno la capacità di lavorare nell’interesse del gruppo. Alcuni diventeranno violenti, altri impazziranno. Qualcuno, privato di cibo e speranza, si volgerà al cannibalismo”. Ecco, così si sentono i polli.
Sulla stessa linea, notevole è il racconto della spedizione notturna compiuta dall’autore - insieme a un’attivista - all’interno di una fattoria “di sette capannoni, ognuno di quindici metri per centocinquanta, ognuno con all’interno circa venticinquemila tacchini”. L’inchiesta, qui, si fa romanzo d’avventura: “Sgattaioliamo dentro. Ci sono decine di migliaia di pulcini di tacchino. Avendo le dimensioni di un pugno e le piume color segatura, sul pavimento cosparso di segatura sono quasi invisibili”. Safran Foer si guarda intorno, e l’immagine diventa ancor più drammatica: “Luci, sistemi di alimentazione automatizzati, ventilatori e lampade riscaldanti distribuiti in modo uniforme in un giorno artificiale perfettamente calibrato”. Tutto è innaturale, asettico, come in un romanzo di fantascienza. O da incubo, come la quantità di escrementi (tossici) rilasciati nell’ambiente dalla Smithfield, principale produttore americano di carne suina: è come se “ogni uomo, donna e bambino di ogni città e paese della California e del Texas facessero la pipì e la cacca in una gigantesca buca all’aria aperta”, per tutto l’anno, “all’infinito”.
Vero è che in altre parti del libro lo scrittore perde smalto. Quando Safran Foer spiega come una dieta vegetariana possa essere più sana di una carnivora, come suini allevati in questo modo siano all’origine di pandemie e semplici influenze, come gran parte dell’inquinamento atmosferico sia dovuto all’allevamento intensivo, il discorso si fa più complesso, e il narratore lascia troppo spazio ai dati scientifici. Poco male, comunque. Perché Eating Animals è davvero un libro necessario, e non perché Safran Foer sia il primo a denunciare l’industria alimentare - Milena Gabanelli, per dirne una, ha dedicato all’allevamento una splendida puntata di “Report” - quanto perché lo ha saputo fare meglio di altri, schiudendo le porte della catena di montaggio della carne al pubblico - vastissimo - dei suoi romanzi. “Inserendo i fatti in una storia sul mondo in cui viviamo e su chi siamo e chi vogliamo essere, allora potremo cominciare a parlare con cognizione di causa del perché mangiamo gli animali”: queste pagine sono un ottimo punto di partenza.
ilDemocratico.com
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Leggi la recensione di Michiko Kakutani (19 novembre 2009)