
Questa mattina l’Ambasciata francese in Israele - in collaborazione con il quotidiano “Haaretz” - ha ospitato una conferenza dal titolo “Democracy and its Challenges”. Il caso ha voluto che l’evento si sia aperto poche ore dopo lo scontro notturno tra la Marina israeliana e la Freedom Flotilla, finito in tragedia: gli ultimi aggiornamenti parlano di circa 20 morti e svariati feriti, compresi alcuni militari israeliani. La dinamica degli eventi dovrà essere chiarita: chi ha aperto per primo il fuoco? Davvero le navi trasportavano armi? I soldati israeliani hanno ricevuto l’ordine di sparare, o lo hanno fatto di propria iniziativa? Qual era lo scopo reale della spedizione, organizzata da svariate Ong mondiali? In altre parole: era possibile bloccare queste navi senza spargimento di sangue? Le risposte le avremo tra qualche mese, quando saranno pubblicati i risultati delle inchieste aperte in queste ore.
Intanto, però, le piazze mediorientali si riempiono di manifestanti anti-israeliani e una delle regioni più delicate del pianeta rischia davvero di esplodere, magari in una Terza Intifada. Ecco perché, al di là della cronaca, l’incontro di questa mattina all’Ambasciata francese è stato molto interessante. Tra i presenti, infatti, c’era Bernard-Henri Lévy, grande amico di Israele e profondo conoscitore del complicato scacchiere mediorientale. “Penso che l’Israele che amo così tanto avrebbe potuto operare in modo diverso con quelle navi”, ha detto il filosofo francese: “Nel corso della mia vita, ho visto diverse volte l’esercito israeliano in azione. È un esercito unico nei suoi ideali. Fino a prova contraria, penso che ci fossero altri modi per prevenire quella che era chiaramente una provocazione”. Insomma, sembra chiedere Lévy, davvero uno dei migliori eserciti al mondo non poteva agire in altro modo?
Il punto, spiega il filosofo, è che così facendo Israele rischia di perdere una guerra molto importante, parallela a quella militare: “La guerra delle immagini, delle fotografie e della propaganda”. Il danno non è solo per il governo, ma per tutto lo Stato ebraico: “Questo - ha concluso Lévy - mi sembra più pericoloso di un fallimento militare”. Perché non tutti sono ragionevoli, non tutti sanno distinguere un cittadino innocente dalle decisioni - giuste o sbagliate che siano - del suo governo. Non a caso, mentre le piazze di Istanbul si riempivano di manifestanti, Israele ha richiamato in patria i propri concittadini: troppo pericoloso restare in Turchia, c’è il rischio di ritorsioni. Il tema posto da Lévy è di estrema importanza, perché pochi paesi al mondo sono in grado di suscitare tanto odio quanto Israele; un odio - il passato sta lì a dimostrarlo - che può facilmente trasformarsi in qualcosa di molto tangibile.
La percezione internazionale, per un paese come Israele, conta davvero come (e più) dei risultati sul campo. Il risultato dell’operazione militare della scorsa notte ha raggiunto l’obiettivo di bloccare la Freedom Flotilla, ma a quale prezzo? Questa mattina, Hamas ha chiamato i mussulmani di tutto il mondo a un intifada contro le sedi diplomatiche israeliane. Dichiarazioni incendiare sono giunte anche da Hezbollah e - ovviamente - dal presidente iraniano Ahmadinejad. Nelle piazze di tutto il mondo, dalla Giordania alla Turchia, monta la rabbia. Se davvero lo scontro a fuoco era l’unica soluzione possibile, Israele deve dimostrarlo in fretta (anche se pochi, temo, saranno disposti ad ascoltare). In caso contrario, come ha dimostrato di saper fare in passato (dalla guerra in Libano all’operazione “Cast Lead” a Gaza), dovrà indagare su quello che è successo e punire gli eventuali responsabili. L’importante, però, è agire in fretta: prima che gli eventi della scorsa notte si trasformino in un grande regalo a Siria, Iran, Hamas ed Hezbollah.
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