
Partiamo da Christian Rocca, che sul Sole 24 Ore parla dell'atteggiamento statunitense (molto più equilibrato di quello europeo) nei confronti di Israele: "Il punto è che al di là della tragedia consumata in alto mare all'alba di lunedì, Obama è ufficialmente favorevole al blocco di Gaza" e l'ha sostenuto più volte. Senza dimenticare, continua Rocca, "che il blocco di Gaza, come ha sottolineato l'editorialista liberal di Time Joe Klein, è un'operazione congiunta israeliano-egiziana, provocato dall'intransigenza di Hamas e dal rifiuto di rilasciare il soldato israeliano Gilad Shalit". Sullo stesso giornale, Emanuele Ottolenghi riflette invece sugli errori compiuti dallo Stato ebraico e sulle possibili ripercussioni diplomatiche.
Dai blog dei giornalisti del Foglio, due post molto interessanti. Giulio Meotti pubblica un'immagine che la dice lunga sui cosiddetti pacifisti. Paola Peduzzi e Daniele Raineri spiegano invece perché Israele ha sbagliato: "Guardate il video dei commando che si calano dagli elicotteri sulla Marmara. Ma chi è quel soldato penzoloni, appeso alla corda ed esposto alle bastonate? Ma chi vi ha addestrato, Topo Gigio? Da qualche parte nella gerarchia militare israeliana qualcuno ha pianificato l'operazione di ieri e dovrebbe essere cacciato a calci".
Sul Corriere della Sera, un bel reportage di Paolo Conti dall'antico Ghetto ebraico di Roma: tra i molti intervistati, Angelo Sermoneta chiede "cosa c’entriamo noi ebrei romani con gli israeliani? Perché devo andare a pregare al Tempio tra camionette di polizia e carabinieri? Forse abbiamo rubato? E poi, per giudicare gli avvenimenti, aspettiamo l’inchiesta, no?". Aldo Cazzullo riflette invece sulle vergognose manifestazioni di ieri nella capitale: "Non sono in discussione la gravità della strage al largo di Gaza né le responsabilità della marina israeliana, nelle dimensioni che saranno accertate dall’inchiesta internazionale. Ma addossare l’accaduto alla comunità ebraica romana, e rimproverarle come una colpa l’attaccamento emotivo e anche politico a Israele, è inaccettabile. E il pensiero stesso che si possa, nel cuore della capitale, gridare 'fascisti' agli ebrei romani, portatori nella memoria e talora nella carne dei segni della barbarie nazifascista, è una vergogna che non può in alcun modo essere giustificata, né tollerata".
Da Haaretz, un articolo di Ayala Tsoref sulla "guerra" dei social network in seguito ai fatti dell'altro giorno. Da Yedioth Ahronoth, il più diffuso quotidiano israeliano, un editoriale (molto duro) di Yigal Walt sul "prezzo delle bugie arabe" e uno (altrettanto duro) di Cori Chascione sulla difficoltà dei media mondiali ad accettare la verità quando si parla di Israele e vicini di casa; per par condicio, però, Sima Kadmon si chiede come mai Israele è diventato così ottuso: "Almost everything we do in recent years suffers from lack of sophistication, insufficient consideration, and negligence". Sul Jerusalem Post, Shira Kaplan chiede se l'azione israeliana non sia il segno che lo Stato ebraico è pronto ad accettare una guerra con l'Iran: "A possible way to explain Israel’s decision to stop the flotilla to Gaza yesterday was the Israeli government’s readiness to accept the development of a potential war with no other than Teheran"; un altro editoriale non firmato si occupa invece dei futuri rapporti con la Turchia.
Negli Stati Uniti, il commento del New York Times è molto duro: "At this point, it should be clear that the blockade is unjust and against Israel’s long-term security". Sul Washington Post, Harold Meyerson spiega come il raid israeliano abbia profondamente diviso gli ebrei d'America: "On one side are the venerable Jewish organizations unwilling to criticize the Israeli government for its increasing elevation of ethnocentricity over democracy […]. On the other side are a growing number of those Jewish liberals and a clear majority of younger American Jews"; David Ignatius, per finire in bellezza, spiega a Israele come imparare dai propri errori: "Israel has been unable to resolve the Gaza mess on its own; it should turn now to the Security Council for help. That begins with a U.N. investigation of what happened off the Israeli coast. The next step might be a greater U.N. role in rebuilding Gaza, with real safeguards against importation of weapons".