Ieri è stata l’ennesima giornata di sangue al confine tra Israele e la Striscia di Gaza. Una giornata di guerra a tutti gli effetti, anche se non formalmente dichiarata. Tutto comincia la mattina, con l’uccisione di 5 militanti di Hamas nella Striscia di Gaza da parte dell’aviazione israeliana: secondo Tel Aviv, le vittime stavano progettando un attacco terroristico su larga scala dopo essersi addestrati in Iran. Come ormai quotidianamente accade, è la prima scintilla della giornata a provocare un’escalation di batti e ribatti che va avanti fino a notte fonda.La risposta di Hamas è infatti immediata. Dalla Striscia di Gaza parte immediatamente una pioggia di razzi Qassam, lanciati verso il Negev occidentale e Ashkelon. Alla fine della giornata, gli ordigni caduti in terra d’Israele saranno circa 50. Oltre a qualche ferito e a numerosi casi di ricovero sotto shock, uno dei Qassam ha ucciso un uomo che si trovava nella sua auto vicino al Sapir College di Sderot. Marito e padre di quattro figli, Roni Yechiah è morto per le ferite riportate al torace: si tratta della prima vittima di un Qassam negli ultimi nove mesi.
Forte di un’opinione pubblica che ha richiesto al premier israeliano Olmert una dura rappresaglia militare, l’esercito israeliano è così passato al contrattacco. Difficile a questo punto tenere il passo della cronaca: stando al “Jerusalem Post”, all’alba di oggi i morti palestinesi dovrebbero essere 17. Tra loro, militanti di Hamas e del PRC (Popular Resistance Committees) ma, secondo quanto dichiarato da alcuni funzionari palestinesi, nelle prime ore della rappresaglia israeliana sarebbero stati erroneamente colpiti anche tre bambini.
Difficile, a questo punto, raccapezzarsi tra le diverse agenzie di stampa: ognuno ha la sua versione dei fatti, ognuno il suo numero dei morti. Due sono però le certezze: Israele si è subito mobilitato con raid aerei tanto sulla Striscia quanto sulla Cisgiordania, mentre Hamas ha continuato imperterrito a lanciare razzi Qassam sul suolo israeliano. A mezzanotte, un razzo è caduto vicino all’ospedale di Ashkelon: altri feriti, corrente elettrica interrotta. Questa mattina, infine, l’ennesimo razzo ha ferito una delle guardie del ministro israeliano di Pubblica Sicurezza: il funzionario si trovava a Sderot per visitare il Sapir College, tra gli edifici più bersagliati dai militanti palestinesi.
In questa guerra di fatto, tutto lascia presagire il peggio. In altre parole, ha lasciato intuire Israele, la guerriglia potrebbe diventare guerra formale: con tanto di dichiarazione e carri armati. La situazione, per il governo israeliano, si sta facendo di fatto sempre più insostenibile: l’opinione pubblica non ne può più, chiede a gran voce una risposta definitiva da parte dell’esercito. E Olmert lo sa bene: venuto a conoscenza dell’uccisione di un civile israeliano a Sderot, il premier ha minacciato di guerra i militanti palestinesi, chiarendo come “nessuno in Hamas, né i funzionari di livello inferiore né i capi, saranno immuni di fronte a questa guerra”.
Olmert, che si trova in visita di Stato in Giappone, segue costantemente la situazione. Uno dei suoi funzionari, David Baker, ha rilasciato ieri una dichiarazione ufficiale in risposta ai lanci di razzi Qassam sul Negev: “Israele prenderà le misure appropriate per mettere fine a questi razzi mortali”. Tutte le opzioni restano insomma sul tavolo, compresa quella di un ritorno delle truppe israeliane nella Striscia. Qualsiasi cosa, basti garantire la sicurezza della popolazione: “Coloro che attaccano Israele si renderanno conto di fronteggiare un Israele determinato a difendere i suoi cittadini”.
Olmert ha nuovamente parlato in pubblico questa mattina, dopo un incontro con Condoleezza Rice – garante dell’impegno di pace stabilito ad Annapolis, ma con Hamas nella Striscia sempre più utopistico. Nuove minacce, a ribadire la stanchezza di uno Stato che si trova da troppo tempo di fronte a una situazione insostenibile: “I palestinesi stanno portando al limite la nostra pazienza, e ci stanno portando al limite della nostra tolleranza”.
Condoleezza Rice, alla quale Olmert ha parlato diffusamente della situazione di Sderot e del Negev, ha dato man forte allo Stato ebraico. Secondo la Rice, i lanci di razzi Qassam “devono necessariamente cessare” parallelamente alle violenze al confine tra Israele e la Striscia. Pur essendo consapevole della situazione umanitaria della popolazione, ha detto la Rice, “dobbiamo ricordare che le attività di Hamas sono responsabili di quello che accade nella Striscia”. Regina di queste attività nocive, “il colpo di Stato illegale che hanno perpetrato contro le legittime istituzioni dell’Autorità Palestinese”.
Sostegno a Israele è venuto poi dalla Gran Bretagna. Il sottosegretario agli Esteri Kim Howells ha immediatamente risposto alle notizie provenienti da Israele asserendo che “noi condanniamo senza riserve la raffica di razzi Qassam sul sud di Israele, causa della morte di un uomo e di molti feriti. Esprimo le mie più sentite condoglianze alle famiglie”. Un dura presa di posizione contro Hamas, e a favore di Olmert e Abu Mazen: “Noi chiediamo a tutte le fazioni palestinesi di mettere fine agli attacchi, inclusi i lanci di razzi, contro civili innocenti. La Gran Bretagna offre il suo completo supporto ai leader israeliani e palestinesi che hanno confermato la loro disponibilità a proseguire con le trattative di pace”.
Segnali di solidarietà importanti, quelli di Washington e Londra. Forse proprio il sostegno esplicito mancato sino ad oggi per poter mettere in pratica un’operazione militare su larga scala. E non è forse un caso che ieri lo stesso Abu Mazen abbia preso fortemente le distanze da Hamas, dichiarando addirittura che “Al Qaeda è presente a Gaza e credo che i membri di Hamas siano suoi alleati”. Di più, “è Hamas che ha portato Al Qaeda a Gaza ed è Hamas che li ha aiutati a entrare e uscire con i mezzi conosciuti”. Un’accusa molto pesante, lanciata dalle colonne del quotidiano “al Hayat”: il presidente dell’Anp, in altri termini, accusa esplicitamente Hamas di collusione con il terrorismo internazionale.
Probabilmente, anche Abu Mazen si è reso conto dell’insostenibilità della situazione corrente: il presidente dell’Anp sa bene che, con Hamas nella Striscia, qualsiasi trattativa di pace è destinata a fallire. Accusare di terrorismo la “seconda Palestina” è allora un modo per giustificare (almeno in parte) quello che Israele potrebbe decidere di fare nei prossimi giorni. Perché solo una vero intervento militare israeliano potrebbe ormai spodestare Hamas: e, anche se non potrà mai ammetterlo pubblicamente, solo così Fatah potrebbe forse tornare a controllare uno Stato unitario.
L'Occidentale