Avevamo lasciato il Myanmar al “ritorno dell’ordine”, dopo le proteste dei monaci buddisti dell’autunno 2007. C’era stato qualche incontro di facciata tra emissari del dittatore Than Shwe e la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, ma nulla più. Ma sabato sera, come un fulmine a ciel sereno nel corso del telegiornale serale, ecco una notizia apparentemente incredibile: la giunta ha annunciato che a maggio si terrà un referendum per l’approvazione di una nuova Costituzione. Nel 2010, inoltre, la consultazione referendaria sarà seguita da libere elezioni multipartitiche. Le ultime si tennero nel 1990: il premio Nobel per Tutte queste novità stanno in un annuncio ufficiale, firmato dal segretario della giunta Lt Gen Thura Tin Aung Myint Oo e letto dallo speaker della tv di Stato. Stupore nel mondo, ma anche in Birmania. La commissione di 54 esperti – costituita lo scorso autunno – ha dunque terminato la scrittura della nuova Costituzione, che sarà sottoposta al volere del popolo. La giunta inoltre, per la prima volta, mette dei paletti chiari (referendum a maggio, elezioni nel 2010) dopo aver stabilito una vaga road-map per la democrazia nel 2003. Così il governo militare spiega la svolta: “È raccomandabile portare l’amministrazione militare a un sistema amministrativo civile e democratico. Solide fondamenta sono state gettate: le infrastrutture basilari del paese sono state costruite, nonostante vi sia ancora molto da fare mentre ci battiamo per il bene della Nazione”.
Sì, sembra assurdo. Ricapitoliamo: la dittatura di Than Shwe ha torturato, ucciso e bruciato moltissimi monaci che protestavano pacificamente proprio per chiudere una maggior dose di libertà. Nell’indignazione mondiale, il governo ha continuato sulla strada della brutalità fino al completo ristabilimento dell’ordine. E ora, di punto in bianco, annunciano nuova Costituzione e nuove elezioni. La domanda viene spontanea: Than Shwe è impazzito o c’è sotto qualcosa?
La quasi totalità degli esperti propende per la seconda ipotesi. Secondo alcuni analisti, la mossa rappresenterebbe un modo per diluire la pressione interna e quella internazionale: Win Min, esperto militare, afferma che “
Il sospetto, insomma, è che tanto il varo della Costituzione – che sarà il prodotto di una consulta emanata unilateralmente dalla giunta – quanto le elezioni siano l’ennesima farsa per prendersi gioco di birmani e Nazioni Unite. La pensa così la Nld (National League for Democracy, il partito di Aung San Suu Kyi), per bocca del suo portavoce Nyan Win: “Sono stupefatto che i dirigenti della giunta abbiano fissato una data per le elezioni”. Lo scetticismo dell’opposizione nasce da diversi fattori: primo, nessuno ha ancora visto la bozza della Costituzione sottoposta a referendum; secondo, sembra che Aung San Suu Kyi non possa prendere parte alle elezioni in quanto è stata sposata con un inglese (il professor Michael Aris, morto nel 1999) e ha due figli con passaporto britannico.Le opposizioni procedono dunque con i piedi di piombo. “Senza la partecipazione di Suu Kyi, dell'Ndl e dei partiti etnici – assicura Zin Linn, portavoce del governo birmano in esilio, che include parlamentari eletti nel 1990 e fuggiti successivamente – il popolo non accetterà questa costituzione”. Troppe volte i birmani sono stati presi in giro, e chissà che anche questa volta la dittatura non decida di invalidare le elezioni subito dopo lo svolgimento – sempre che si arrivi alla fatidica data. La Nld crede che sia “troppo presto per parlare di elezioni”: bisogna attendere l’esito del referendum, e non è affatto certo che il testo proposto dalla giunta sia accettabile. Sempre che, verrebbe da pensare, non sia la giunta farlo accettare con
Wait and see, ma con una buona dose di disillusione: questo lo stato d’animo imperante, anche a livello delle istituzioni internazionali. È la posizione di Gambari – che ora continuerà a premere presso Cina e India e gli altri paesi dell’Asean – ma anche quella di Piero Fassino – inviato dell’Unione Europea per la questione birmana. L’ex segretario dei Ds invita alla calma: “Per ora c’è solo un annuncio, per dare un giudizio ragionato occorre saperne di più”. Perché si possa parlare di rinnovata libertà, infatti, occorre una campagna elettorale, un voto permanete libero e la possibilità che Suu Kyi prenda parte alle elezioni in qualità di candidata dell’opposizione. Da quanto è trapelato, poi, sembra che
Se le Nazioni Unite rimandano al loro inviato Gambari, senza sbilanciarsi in dichiarazioni decise, il ministero degli Esteri britannico ha invece richiesto l’immediato rilascio di Suu Kyi e dei detenuti politici: un passo, secondo il ministero inglese, fondamentale per assicurare “un genuino e generale processo di riconciliazione nazionale”.
La soluzione, ancora una volta, sembra passare attraverso Cina e India. Solo loro, infatti, possono spingere Than Shwe ha dare una vera Costituzione al popolo birmano. Ma i primari interessi nell’area, a dispetto della democrazia, continuano a essere gli affari: dal 9 al 20 marzo, infatti, la giunta ha annunciato una nuova asta di pietre preziose. Quella precedente, tenuta due mesi fa nel mezzo dei boicottaggi internazionali, non ha impedito al governo di trovare a acquirenti per tutti i 1500 lotti disponibili. E i mercanti di preziosi sono i primi a trarre vantaggio dalla permanenza della dittatura al potere. Ecco perché Fassino, intervistato dal “Corriere della Sera”, può giustamente sottolineare la differenza di vedute tra Europa e Asean: alla prima interessa la libertà in Birmania, alla seconda la stabilità politica del Paese. Una stabilità che, per Cina e colleghi, passa indifferentemente attraverso un regime o una democrazia.