10 febbraio 2008

Sta in Grossman la risposta al boicottaggio

Mentre montano le polemiche sulla Fiera del Libro di Torino, “rea” di aver invitato Israele come ospite d’onore all’edizione 2008, l’Italia e il mondo arabo si dividono. La gran parte degli intellettuali, degli scrittori, dei giornalisti e della gente comune – a onor del vero – reputa assolutamente corretta la scelta della Fiera. Non mancano, però, coloro che preannunciano il proprio boicottaggio e invitano a seguire la stessa strada: Gianni Vattimo, Tariq Ramadan, le associazioni a favore della causa palestinese e molti scrittori arabi.

A tutti costoro gioverebbe forse prendere in mano un libricino di David Grossman, pubblicato lo scorso anno da Mondadori. Si intitola Con gli occhi del nemico: breve e lucido, si legge in due ore. Due ore nelle quali l’autore dà prova di un coraggio, di una saggezza e di un rispetto del tutto inediti per coloro che vorrebbero tappare la bocca alla Fiera. David Grossman, per chi non lo sapesse, è uno dei più celebri (e celebrati) scrittori israeliani. La sua ascesa nel mondo della letteratura prese il via con libri e programmi televisivi per bambini, per giungere poi al romanzo-capolavoro Vedi alla voce: amore – nel quale raccontò la Shoah con gli occhi di un bambino figlio di sopravvissuti.

Con gli occhi del nemico, però, non è un romanzo. Pubblicato nel 2007 da Mondadori, quest’opera assembla quattro saggi dell’autore (due strettamente legati a tematiche letterarie, due di carattere politico-sociale) il cui senso si potrebbe riassumere semplicemente con il sottotitolo del libro in questione, “Raccontare la pace in un paese in guerra”. Un paese, Israele, con un passato e un futuro quanto mai tormentati, visto con gli occhi di un intellettuale che nel corso dell’ultima guerra del Libano (luglio 2006) ha perso suo figlio Uri, giusto due giorni dopo l’appello congiunto con i colleghi Oz e Yehoshua perché si giungesse a un accordo per porre fine a combattimenti che stavano pericolosamente degenerando. Una perdita, quella del figlio, avvenuta fatalmente nel corso delle ultime sessanta ore di “surge” militare – un’escalation per la quale la Commissione Winograd ha recentemente scagionato Olmert.


I primi due saggi, si diceva, riguardano da vicino la letteratura. Nel primo, “Conoscere l’altro dall’interno, ovvero la voglia di essere Gisele” (letto in occasione del Congresso Nazionale dei Bibliotecari a Tel Aviv, gennaio 2006), Grossman parla del proprio lavoro di romanziere, mettendo in luce l’assoluta necessità di immedesimarsi nei personaggi, cercando di provare quello che provano loro. In questo modo lo scrittore può dare un grande aiuto alla politica, insegnandole a guardare al mondo con occhi altrui: solo così, infatti, “possiamo anche cogliere – in un modo che prima non potevamo permetterci – il fatto che quello stesso nemico mitico, minaccioso e demoniaco non è altro che un insieme di persone spaventate, tormentate e disperate quanto noi”. Insomma, per Grossman il libro e la letteratura sono al servizio della pace e dell’intelligenza di chi ci governa: esattamente quello che una fiera del libro dovrebbe promuovere, come Torino ha deciso di fare incurante delle polemiche.


Nel più breve “L’arte di scrivere nelle tenebre della guerra” (più recente, letto al Pen Club di New York City a fine aprile 2007), Grossman riflette poi sulla scrittura come via di fuga da un presente-trappola, legato alla morte (quella del figlio sui campi di battaglia libanesi) e al pericolo continuo. Solo scrivendo, dice Grossman, “non siamo più vittime impotenti di tutto ciò che ci asserviva, o ci sminuiva, prima che cominciassimo a scrivere” e solo scrivendo “il mondo non ci si chiude intorno, non diventa più angusto”. La scrittura è vista qui come liberazione, come un mezzo per conoscere il mondo circostante senza rinchiuderci dietro alle nostre barriere ideologiche: un campionario di sincera intelligenza e democrazia letteraria.

La seconda parte del libro è invece dedicata prevalentemente alla situazione politica di Israele. In “Meditazioni su una pace che sfugge” (letto al Circolo Lévinas di Parigi nel dicembre 2004) il pensiero di Grossman va alla difficile vita degli israeliani, per i quali sembra addirittura impossibile concepire l’idea di futuro. Come pensare al domani, viene da chiedersi, con uno Stato minacciato per ogni dove, bersagliato quotidianamente dai razzi Qassam e circondato da entità che non ne riconoscono il diritto all’esistenza? Hanno mai provato, i novelli inquisitori che chiamano al boicottaggio, a mettersi nei panni degli israeliani (magari di Sderot) come Grossman ha fatto con il popolo palestinese? Anche a questo dovrebbe portare una grande fiera del libro, con Israele ospite d’onore.


Il conclusivo “Il dovere di Israele è scegliere la pace” è invece un diretto j’accuse al premier Olmert e al suo governo, al quale Grossman – in occasione della commemorazione di Rabin tenuta a Gerusalemme nel novembre 2006 – raccomanda di non perdere alcuna occasione, di parlare con tutti coloro che sembrano cercare uno spiraglio di tregua. Una soluzione forse utopica, Grossman ne è consapevole, ma allo stesso tempo unica possibilità. Il saggio risale al novembre 2006: l’autore ha appena perso il figlio, lo scoramento è forte. Sappiamo però, con gli occhi del poi, che Olmert e Abu Mazen hanno in fondo seguito questo consiglio: impegnandosi nella conferenza internazionale di pace di Annapolis e invitando persino la Siria, uno degli “storici” avversari di Tel Aviv.

Se i romanzi di Grossman sono la poesia, Con gli occhi del nemico, soprattutto nei primi due saggi, contiene schegge di poetica. Un libro a tratti illuminato, per guardare alla funzione sociale della letteratura e alla situazione attuale d’Israele e del suo popolo con gli occhi di un grande intellettuale, un viandante sulla via di una pace difficile e sempre aleatoria. Ci vorrebbero più Grossman, nel mondo: personaggi capaci di costruire ponti, di mettersi nei panni del nemico. Questo è infatti l’insegnamento più grande dell’autore che – se tutto va bene – parteciperà alla Fiera del libro dall’8 al 12 maggio: provate a osservare il mondo con lo sguardo altrui. Lui lo ha fatto, come lui lo fanno i colleghi che la Fiera di Torino ha invitato per l’edizione di quest’anno. Tutti, da Grossman a Oz a Yehoshua, passando per lo storico Morris, sanno mettere l’obiettività e la ricerca della pace prima di tutto il resto.

Perché, allora, c’è qualcuno che non vuole ascoltare questi personaggi? Forse è la paura di non avere risposte da dare, quando questi scrittori riconosceranno tutte le sofferenze palestinesi per mettersi poi a parlare di quelle israeliane. Forse è la paura di essere messi di fronte a due popoli sofferenti, senza più l’esclusiva palestinese. Ma un conto è la partigianeria, un altro la cultura: la seconda, infatti, punta al confronto e alla verità. E la verità, talvolta, è dura da accettare.