21 marzo 2008

"Sbagliato rinunciare all'arma dei giochi. Siamo in tempo"

Che fare con la Cina? Boicottare le Olimpiadi o rendere omaggio al partito comunista? Come sempre, il filosofo francese Bernard-Henri Lévy ha le idee molto chiare. L'articolo è comparso oggi sul "Corriere della Sera", nella traduzione di Daniela Maggioni.

Le Olimpiadi, ci dicevano, avranno l'effetto di aprire automaticamente la Cina al mondo e, quindi, alla democrazia. I cinesi, ci dicevano, sapendo che saranno osservati come non lo sono mai stati, desidereranno offrire un'immagine decente di se stessi e del loro regime. La verità obbliga a dire che, per il momento, si è verificato esattamente il contrario.

È stata espulsa dalle città la gente povera e improduttiva. È stata accelerata la distruzione degli hutong, i quartieri popolari al centro di Pechino. È stato così moltiplicato il numero dei senzatetto che, ammassati nelle bidonville, hanno accentuato il fenomeno di miseria e di insalubrità contro il quale si pretendeva di lottare. Sono stati imprigionati, spesso senza processo, migliaia di possibili dissidenti. E i più coraggiosi dei loro difensori — secondo l'articolo 306 del Codice penale del 1997 che permette d'incarcerare ogni avvocato sospettato di «manipolare o distruggere prove» — sono stati arrestati, sequestrati, messi in condizione di non nuocere. È stata fatta piazza pulita nella stampa. Acquistate dalla società francese Thales antenne paraboliche per disturbare i programmi in cinese delle radio anglosassoni. Si sono moltiplicate nelle campagne le sommosse, ma la stampa locale si è guardata bene dal farsene portavoce. Il ritmo delle esecuzioni capitali non sembra essere diminuito, ma ciò non scuote una stampa internazionale che, invece, è libera di scrivere quel che le pare. Non è diminuito il traffico di organi prelevati dai corpi dei torturati. E non sono diminuiti i campi da lavoro registrati dalla Laogai Research Foundation. Insomma, o l'effetto «ripulitura di facciata » non ha avuto conseguenze, oppure ha intensificato, al contrario, le violazioni dei diritti umani. Ed ecco scatenarsi in Tibet la repressione più brutale che la «Regione autonoma » abbia conosciuto da quella guidata 18 anni fa, subito dopo Tienanmen, dall'attuale Presidente, Hu Jintao.

Quali sono le circostanze esatte di questa nuova repressione? E che credito bisogna accordare alla logorrea ufficiale sul «secessionismo» tibetano e la volontà dei suoi capi spirituali di utilizzare il periodo preolimpico per far ascoltare la loro voce? Al limite, poco importa. Quello che importa è che, come 18 anni fa, si sia sparato con freddezza sulla folla. Che la capitale, Lhasa, sia stata trasformata, nel momento in cui scrivo, in zona di guerra e tenuta sotto stretto controllo da forze di polizia e carri armati, isolata dal mondo. E che i cinesi abbiano mostrato una sovrana indifferenza agli stati d'animo di un Occidente che disprezzano. Avvertiti della nostra pusillanimità durante i massacri in Darfur e le violenze in Birmania, i cinesi hanno capito, o creduto di capire, che noi non ci saremmo dati maggiormente da fare se avessero messo il Tibet a ferro e a fuoco.

Di fronte a tale cinismo, insisto nel pensare che sia ancora possibile tenere il linguaggio della fermezza, che secondo i cinesi non osiamo articolare perché siamo troppo vigliacchi o dipendenti da loro. Non è troppo tardi per utilizzare l'arma dei Giochi ed esigere da loro, almeno, che smettano di uccidere e applichino alla lettera la Costituzione sull'autonomia regionale tibetana.

Pechino non cederà? I boicottaggi non funzionano? Non si sa mai, finché non si è tentato. Non abbiamo nulla da perdere se ci proviamo, e i popoli cinese e tibetano hanno, invece, tanto da guadagnarci! Non si mescolano sport e politica? Non si priva il mondo di un grande divertimento come le Olimpiadi? D'accordo, amici sportivi. Ma non invertiamo i ruoli. Sono i cinesi a rovinare la festa. Sono loro che disprezzano i principi dei Giochi olimpici. Sono loro i responsabili se la fiaccola, che in maggio sarà innalzata sull'Everest, passerà letteralmente sui corpi di uomini di preghiera e di pace assassinati. Ed è a causa loro, infine, a causa dei macellai di Tienanmen e, adesso, del Tibet, se l'agosto prossimo, quando voi sportivi difenderete le vostre medaglie di fronte ad atleti trattati con anabolizzanti, sottoposti a trasfusioni, trasformati in semi-robot, dovrete correre, lottare, sfilare in stadi macchiati di sangue.

È ancora possibile salvare sport, onore e vite umane. È ancora possibile, rischiando, come ha appena fatto Barack Obama, evocare la possibilità, semplicemente la possibilità, del boicottaggio, e dire sì all'ideale olimpico e dire no ai Giochi della vergogna. È mezzanotte meno cinque, anche laggiù.

Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera