Cinque anni di guerra in Iraq. Insieme a tanta retorica e partigianeria, una riflessione per quanto possibile obiettiva e super partes. L'autore è Christopher Hitchens, celebre editorialista di svariati giornali americani. In Italia, l'articolo è comparso ieri sul "Corriere della Sera", tradotto da Rita Baldassarre.
Sotto molti aspetti, l' «anniversario» di una «guerra» non è l' occasione più propizia per un bilancio di ciò che è stato l' intervento anglo-americano in Iraq. Nei saggi che compongono A long short war: the postponed liberation of Iraq (Una lunga guerra lampo: la liberazione ritardata dell' Iraq), dissento con chi immagina che le ostilità siano realmente «iniziate» con un certo ordine emanato da George W. Bush nella primavera del 2003. Sin dal 1968 gli Stati Uniti iniziarono a intromettersi su larga scala negli affari del Paese, con il ruolo svolto dalla Cia nel colpo di Stato che portò al potere l' ala del partito Baath capeggiata da Saddam Hussein. Non più di un decennio dopo, ci sono prove schiaccianti che gli Usa acconsentirono tacitamente all' invasione irachena dell' Iran, decisione destinata a infliggere danni morali e materiali di tali proporzioni da superare ampiamente le tragedie degli ultimi anni. Nel frattempo, ricordiamo anche la falsa promessa di sostegno ai rivoluzionari curdi da parte di Henry Kissinger, che li incoraggiò a fidarsi dell' appoggio americano per poi tradirli e abbandonarli nel modo più cinico e brutale. Se avete ancora il coraggio di tenere gli occhi puntati su questi spezzoni di attualità, arriverete al momento in cui anche Saddam passa dall' altra parte e si mette a corteggiare Washington, raccogliendo i massimi consensi nella capitale americana proprio nei giorni in cui lancia la sua campagna di sterminio nelle province del nord, e conservando il favore americano fino al punto in cui decide di «mangiarsi» il vicino kuwaitiano. In ogni decisione successiva, da quella di accorrere in aiuto al Kuwait, a quella di lasciare al potere Saddam, fino alle decisioni di imporre sanzioni internazionali all' Iraq, la politica estera americana ha riscosso un tasso assai elevato di partecipazione pubblica. Se sono sinceri con se stessi, gli americani devono ammettere di non essere mai stati spinti in guerra «con la menzogna». Semmai si sono resi conto progressivamente che l' alternativa era tra la collusione protratta con Saddam Hussein e la decisione di chiudere la partita con lui. Il discorso del presidente alle Nazioni Unite del 12 settembre 2002, per affermare che era venuto il momento di mettere anche il tiranno iracheno davanti a questa scelta, fu senz' altro il miglior discorso dei suoi due mandati presidenziali e certamente quello che ha dato adito al maggior numero di equivoci. Si ritiene comunemente, e a torto, che il discorso di Bush abbia fatto luce unicamente su due aspetti del problema, ovvero il rifiuto del regime di Saddam di accettare la risoluzione riguardante le armi di distruzione di massa e la complicità dei baathisti con la ragnatela dei gruppi terroristici islamici. Il rifiuto sprezzante di Bagdad di recepire la risoluzione dell' Onu (e non necessariamente la disponibilità effettiva di armi di distruzione di massa) rappresenta una violazione eclatante e facilmente dimostrabile della legge internazionale. Le più recenti stime degli esperti oggi hanno rivelato che il ruolo dei baathisti nel fornire appoggio ai mercanti del terrore suicida fu più esteso di quanto l' opinione pubblica mondiale non potesse sospettare. Tutto ciò è stato però oscurato dalla pessima gestione dell' intervento armato, anche se a mio parere tanta incompetenza non basta a condannare l' impresa tout court. Un criminale di guerra è stato sottoposto a pubblico processo. La maggioranza curda e sciita è stata salvata dalla minaccia di un rinnovato genocidio. Un immenso apparato militare e di partito, brutalmente concentrato sulla repressione interna e l' aggressione esterna, è stato smantellato. Sono stati individuati nuovi e immensi giacimenti petroliferi. Si sono tenute elezioni politiche ed è stata proposta una bozza di sistema federale come unica alternativa alla spartizione settaria del Paese. Non meno importante, è stata inflitta una vera e propria sconfitta militare ad Al Qaeda e ai suoi sostenitori. Per estensione, è lecito sostenere che i baathisti siriani non avrebbero abbandonato il Libano, né che la gang di Gheddafi avrebbe consegnato gli arsenali di armi di distruzioni di massa della Libia se non fosse stato per l' effetto a catena innescato dall' abbattimento di quella dittatura. Nessuno di questi sviluppi positivi è stato possibile senza una buona dose di errori e crudeltà. Non riesco a soppesarli, gli uni contro gli altri, come non riesco a controbilanciare la vergogna di Abu Ghraib con la scoperta delle decine di fosse comuni del regime di Saddam. Esiste, tuttavia, una presa di posizione che nessuno può onestamente condividere, ma che molti vorrebbero adottare. Io la chiamo «teoria dell' Iraq alla George Berkeley»: se non abbiamo causato direttamente il crollo di una nazione traumatizzata, allora non dobbiamo sentirci responsabili. Tuttavia, proprio la miseria, il caos e la divisione che suscitano tanta indignazione quando si contempla la situazione irachena, fanno scaturire una domanda inevitabile: come sarebbe stato l' Iraq dopo Saddam senza la coalizione? Occorre ricordare che tutte, o quasi tutte, le opzioni erano già sfumate. Eravamo già coinvolti fino in fondo nella battaglia per la vita o la morte di quel Paese, e il marzo del 2003 indica semplicemente il momento in cui abbiamo deciso di intervenire, dopo un lungo dibattito pubblico, dalla parte giusta e per motivi giusti. E questa decisione ha ancora oggi il suo peso.
Sotto molti aspetti, l' «anniversario» di una «guerra» non è l' occasione più propizia per un bilancio di ciò che è stato l' intervento anglo-americano in Iraq. Nei saggi che compongono A long short war: the postponed liberation of Iraq (Una lunga guerra lampo: la liberazione ritardata dell' Iraq), dissento con chi immagina che le ostilità siano realmente «iniziate» con un certo ordine emanato da George W. Bush nella primavera del 2003. Sin dal 1968 gli Stati Uniti iniziarono a intromettersi su larga scala negli affari del Paese, con il ruolo svolto dalla Cia nel colpo di Stato che portò al potere l' ala del partito Baath capeggiata da Saddam Hussein. Non più di un decennio dopo, ci sono prove schiaccianti che gli Usa acconsentirono tacitamente all' invasione irachena dell' Iran, decisione destinata a infliggere danni morali e materiali di tali proporzioni da superare ampiamente le tragedie degli ultimi anni. Nel frattempo, ricordiamo anche la falsa promessa di sostegno ai rivoluzionari curdi da parte di Henry Kissinger, che li incoraggiò a fidarsi dell' appoggio americano per poi tradirli e abbandonarli nel modo più cinico e brutale. Se avete ancora il coraggio di tenere gli occhi puntati su questi spezzoni di attualità, arriverete al momento in cui anche Saddam passa dall' altra parte e si mette a corteggiare Washington, raccogliendo i massimi consensi nella capitale americana proprio nei giorni in cui lancia la sua campagna di sterminio nelle province del nord, e conservando il favore americano fino al punto in cui decide di «mangiarsi» il vicino kuwaitiano. In ogni decisione successiva, da quella di accorrere in aiuto al Kuwait, a quella di lasciare al potere Saddam, fino alle decisioni di imporre sanzioni internazionali all' Iraq, la politica estera americana ha riscosso un tasso assai elevato di partecipazione pubblica. Se sono sinceri con se stessi, gli americani devono ammettere di non essere mai stati spinti in guerra «con la menzogna». Semmai si sono resi conto progressivamente che l' alternativa era tra la collusione protratta con Saddam Hussein e la decisione di chiudere la partita con lui. Il discorso del presidente alle Nazioni Unite del 12 settembre 2002, per affermare che era venuto il momento di mettere anche il tiranno iracheno davanti a questa scelta, fu senz' altro il miglior discorso dei suoi due mandati presidenziali e certamente quello che ha dato adito al maggior numero di equivoci. Si ritiene comunemente, e a torto, che il discorso di Bush abbia fatto luce unicamente su due aspetti del problema, ovvero il rifiuto del regime di Saddam di accettare la risoluzione riguardante le armi di distruzione di massa e la complicità dei baathisti con la ragnatela dei gruppi terroristici islamici. Il rifiuto sprezzante di Bagdad di recepire la risoluzione dell' Onu (e non necessariamente la disponibilità effettiva di armi di distruzione di massa) rappresenta una violazione eclatante e facilmente dimostrabile della legge internazionale. Le più recenti stime degli esperti oggi hanno rivelato che il ruolo dei baathisti nel fornire appoggio ai mercanti del terrore suicida fu più esteso di quanto l' opinione pubblica mondiale non potesse sospettare. Tutto ciò è stato però oscurato dalla pessima gestione dell' intervento armato, anche se a mio parere tanta incompetenza non basta a condannare l' impresa tout court. Un criminale di guerra è stato sottoposto a pubblico processo. La maggioranza curda e sciita è stata salvata dalla minaccia di un rinnovato genocidio. Un immenso apparato militare e di partito, brutalmente concentrato sulla repressione interna e l' aggressione esterna, è stato smantellato. Sono stati individuati nuovi e immensi giacimenti petroliferi. Si sono tenute elezioni politiche ed è stata proposta una bozza di sistema federale come unica alternativa alla spartizione settaria del Paese. Non meno importante, è stata inflitta una vera e propria sconfitta militare ad Al Qaeda e ai suoi sostenitori. Per estensione, è lecito sostenere che i baathisti siriani non avrebbero abbandonato il Libano, né che la gang di Gheddafi avrebbe consegnato gli arsenali di armi di distruzioni di massa della Libia se non fosse stato per l' effetto a catena innescato dall' abbattimento di quella dittatura. Nessuno di questi sviluppi positivi è stato possibile senza una buona dose di errori e crudeltà. Non riesco a soppesarli, gli uni contro gli altri, come non riesco a controbilanciare la vergogna di Abu Ghraib con la scoperta delle decine di fosse comuni del regime di Saddam. Esiste, tuttavia, una presa di posizione che nessuno può onestamente condividere, ma che molti vorrebbero adottare. Io la chiamo «teoria dell' Iraq alla George Berkeley»: se non abbiamo causato direttamente il crollo di una nazione traumatizzata, allora non dobbiamo sentirci responsabili. Tuttavia, proprio la miseria, il caos e la divisione che suscitano tanta indignazione quando si contempla la situazione irachena, fanno scaturire una domanda inevitabile: come sarebbe stato l' Iraq dopo Saddam senza la coalizione? Occorre ricordare che tutte, o quasi tutte, le opzioni erano già sfumate. Eravamo già coinvolti fino in fondo nella battaglia per la vita o la morte di quel Paese, e il marzo del 2003 indica semplicemente il momento in cui abbiamo deciso di intervenire, dopo un lungo dibattito pubblico, dalla parte giusta e per motivi giusti. E questa decisione ha ancora oggi il suo peso.
Christopher Hitchens
(C) Corriere della Sera