Dopo mesi di guerra – fatta di razzi Qassam sul Negev e raid aerei sulla Striscia di Gaza – Hamas e Israele sarebbero a un passo dal cessate il fuoco. La tregua, raggiunta in virtù della mediazione egiziana, dovrebbe infatti prendere il via domani mattina alle 6 ora locale. A dare la notizia – il primo passo avanti nei rapporti tra Hamas e Israele dal giugno 2006, quando gli estremisti palestinesi occuparono la Striscia – è stato un funzionario palestinese di Gaza. Poco dopo, il portavoce del Ministero degli Esteri egiziano Hossam Zaki conferma: "Entrambe le parti si sono impegnate a mettere fine a tutte le ostilità e le attività militari".L'annuncio della tregua – giunto dopo un raid aereo israeliano sulla Striscia che ha provocato sei morti – è stato confermato in serata anche da Hamas. Interpellato dall'Ansa, Ahmed Yusef – consigliere politico del premier Ismail Haniyeh – ha infatti sottoscritto le parole del ministero degli Esteri egiziano, aggiungendo che l'accordo è stato condiviso da tutte le fazioni palestinesi presenti nella Striscia. Haniyeh in persona ha poi ringraziato l'Egitto – garante delle trattative indirette tra Israele e Hamas – definendo l'accordo un modo per "mettere fine all'assalto israeliano".
In Israele, intanto, la tregua è stata accolta con scetticismo: Marc Regev, portavoce del premier Olmert, ha commentato con un secco "non contano le parole, ma i fatti". E se un funzionario dell'intelligence – sentito dalla Reuters – vede poche possibilità di successo, molto più esplicito è stato il ministro della Difesa Barak. "Questa sera è sotto esame la possibilità di giungere a una tregua" ha detto Barak, ma "è troppo presto per dichiararla ufficialmente e per dire quanto durerà". L'esercito, ha comunicato il ministero della Difesa, resta comunque all'erta e pronto ad intervenire. Il governo israeliano ha infine comunicato che il negoziatore Amos Gilad si è imbarcato sul primo aereo per l'Egitto, al fine di seguire gli sviluppi direttamente dal Cairo.
Maggior chiarezza si registra però sul fronte delle rivendicazioni. Israele ha tre obiettivi: mettere fine ai lanci di razzi contro i suoi concittadini, bloccare l'infiltrazione di armi nella Striscia e giungere alla liberazione di Gilad Shalit, il soldato rapito da militanti di Gaza due anni fa. Sul fronte palestinese, invece, Hamas chiede la fine dei raid aerei sulla Striscia e la riapertura dei valichi (compreso quello di Rafah) per il passaggio di merci e beni di prima necessità. Tutto dipenderà dall'andamento della tregua: in caso di successo, Israele potrebbe gradualmente aumentare l'afflusso di beni nella Striscia; per quanto riguarda il valico di Rafah, stando a quanto confermato da diversi funzionari israeliani, la riapertura sarebbe direttamente legata al rilascio di Shalit.
Una cosa è certa: sarà una tregua con la pistola sul tavolo, e nella polveriera israelo-palestinese basta un niente per far saltare mesi di negoziati. Senza contare che in Israele sono in molti a non vedere di buon occhio
Lo scetticismo nei confronti della tregua si allarga inoltre al popolo israeliano. Secondo un sondaggio pubblicato la scorsa settimana dall'Hebrew University's Truman Institute, il 68% degli israeliani sarebbe infatti contrario a una tregua che non contempli l'immediata liberazione di Shalit. Il 50% degli intervistati, poi, si dice contrario alla tregua al di là del rilascio del soldato rapito. Numeri impressionanti, che si vanno a sommare alla crescente sfiducia degli israeliani nei confronti di Olmert: in pochi credono ormai all'innocenza del premier, indagato per corruzione e costretto a proclamare primarie per il suo partito (Kadima) e probabili elezioni anticipate prima della fine dell'anno.
Ma in un modo o nell'altro,
L'Occidentale