11 maggio 2010

Oriana e Gentile

Domenica Oriana Fallaci è tornata a parlare. Non dall'oltretomba, ma dalle pagine del Riformista, che ha pubblicato una lettera inedita della scrittrice datata luglio 2000. Il quotidiano di Polito titola: "Uccisero Gentile, ma non tolsero le mine naziste". Del filosofo, la Fallaci scrive:
Un uomo che venne ammazzato ingiustamente e vigliaccamente. (Ammazzato, sì. Assassinato. Non «giustiziato» come diceva quell’imbecille del tuo professore. Certo un fascista rosso. Disinformato, fanatico, e uscito dal Cottolengo.) […] A me non pare che Gentile fosse fascista. O non più di Benedetto Croce che all’inizio leccava il culo a Mussolini, eppure passata la festa la soi-disant sinistra lo ha osannato come un grand’uomo. Un uomo probo. Una mente sublime. O non più dei comunisti che, quando negli anni Trenta mio padre veniva bastonato e purgato perché non era iscritto al PNF e faceva il “sovversivo”, sventolavan la tessera. Se Gentile meritava di morire, allora anche Benedetto Croce lo meritava. E tanti altri che sarebbero diventati numi del Pci. E a merito degli azionisti v’è il fatto che compresero subito la portata dell’errore, anzi della carognata.
"Ma non finisce qui", scrive Oriana al destinatario della lettera (Chicco Testa). Gli stessi uomini che hanno ucciso Gentile chiedendo "Che ce l'avrebbe un fiammifero per accendere la sigaretta?", hanno avuto troppa paura per salvare un ponte di Firenze dalla furia nazista:
Nel luglio o forse agosto del 1944, quando si seppe che i tedeschi avrebbero fatto saltare i ponti di Firenze, il mio babbo concepì un piano per salvare almeno quello di Santa Trinita. Si trattava, avrei scoperto da adulta, di disinnescare le cariche con un’azione condotta da lui ma effettuata da gappisti ingegneri. […] Il babbo era sicuro di farcela, ma non aveva uomini a sufficienza. I suoi gappisti migliori erano stati arrestati e quelli che gli restavano eran coraggiosi sì ma ignoranti. Rozzi. Niente ingegneri, niente tecnici di qualità. Così propose di chiedere aiuto ai comunisti, e il comitato centrale fu d’accordo. Sia pure a malincuore. […] L’aiuto fu chiesto all’insegna del volemose-bene-lo-stesso, per-una-volta-lavoriamo-insieme, viva-la-patria-eccetera. Ma dopo lungo pensare i gappisti comunisti risposero no. «SAREBBE TROPPO PERICOLOSO». E sai da dove venivano quegli audaci che risposero no-sarebbe-troppo-pericoloso? Dal gruppo che aveva effettuato l’eroica impresa del «Che ce l’avrebbe un fiammifero per accendere la sigaretta?».
Qui i commenti di Veneziani, Canfora, Romano e Serri.