10 maggio 2010

Philip Roth e la delusione Obama / 6

Tommaso Debenedetti, alla fine, parla. Lo fa con Il Fatto quotidiano, sostenendo di avere le prove dell'intervista con Philip Roth - "Ho i nastri che provano l’esistenza delle interviste. Li custodisce il mio avvocato, a Roma". Poi, però, mette le mani avanti: "Anche se avessi inventato tutto di sana pianta, dovrei comunque essere ritenuto qualcosa di diverso da un manigoldo. Un genio. Suona meglio". La seconda parte dell'intervista, invece, è un attacco frontale al sistema giornalistico italiano:
Non c’è stato in dieci anni di collaborazione un solo caporedattore che mi abbia chiesto non dico la verifica poliziesca, nastro alla mano, del colloquio ma semplicemente l’ubicazione dell’intervistato. […] Faccio una proposta ai tanti free-lance disperati e malpagati in giro sul territorio nazionale. Provate a fare lo stesso. Non con il Corriere della Sera o Repubblica, ma con un giornale medio o di provincia. Nessuno domanderà oltre […]. Impagineranno, titoleranno, pagheranno una miseria. Questo è il panorama, questa la situazione.
A questo punto, Malcom Pagani giustamente chiede: perché non tirare fuori questi benedetti nastri, e mettere fine agli insulti che piovono da ogni dove? Debenedetti: "E se io volessi rimanere nell’equivoco? Se mi interessasse prolungare l’incertezza?". Senza contare, continua, che "come esistono fotomontaggi e videomontaggi, potrebbero esistere in teoria anche audiomontaggi in cui parla un Roth finto. Se ho inventato le interviste, posso anche camuffare un colloquio. Sbaglio?". Per il resto - il rapporto con la famiglia, il lancio di un sito dove pubblicare liberamente le sue interviste - leggete l'intervista di Pagani: il colloquio tra i due sembra scritto a quattro mani da Beckett e Ionesco.