È il 20 giugno 2009. Sulle strade di Teheran, occupate da milioni di manifestanti dell’Onda Verde, parte un colpo di pistola e una ragazza, Neda Agha-Soltan, crolla a terra. Qualcuno, lì vicino, ha un cellulare, e inizia a riprendere: diversi manifestanti circondano il corpo di Neda, provano a rianimarla, ma è tutto inutile. Un rigagnolo di sangue le esce dalla bocca, e la ragazza muore. Nel giro di poche ore, quel video finisce su YouTube e dalla rete sbarca sui teleschermi di tutto il mondo: sono immagini scioccanti, un simbolo indelebile delle proteste di quei giorni. L’Onda Verde - che fino a pochi giorni prima chiedeva “Where is my vote?”, inneggiando al leader dell’opposizione Moussavi - ora ha altri motivi per cui lottare: per dirla con il presidente Obama, quel pomeriggio a Teheran è accaduto qualcosa di profondamente ingiusto. Troppo ingiusto perché possa essere accettato.
A un anno dalla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, e dei successivi eventi che hanno sconvolto l’Iran, l’americana HBO - il canale di Sex and the City e Six Feet Under, certo, ma anche il produttore di splendidi documentari - presenta “For Neda”, un omaggio alla donna divenuta un simbolo della democrazia. La storia del documentario è molto appassionante, perché nasce da un’idea apparentemente folle: parlare con la famiglia di Neda e raccontare la ragazza dietro al mito, il tutto senza alcun permesso da parte del regime e dribblando le maglie della censura (e dell’intelligence) iraniana. L’HBO ha le idee chiare, contatta il documentarista Antony Thomas e gli lascia carta bianca. Ma come incontrare la famiglia di Neda? Racconta il regista: “Ho contattato tutti i giornalisti iraniani che conoscevo, quelli di cui mi potevo fidare, e alla fine mi hanno raccomandato Saeed Kamali Dehghan, che aveva scritto alcuni reportage dall’Iran per il Guardian”.
Anche Dehghan accetta la sfida, consapevole degli enormi rischi a cui va incontro. Thomas non può che fidarsi “di questo giovane che non aveva mai fatto un film in vita sua”, inviato a Teheran via Parigi e Dubai con una piccola telecamera. Negli Stati Uniti, intanto, il regista incontra e intervista molti esuli iraniani, da Azar Nafisi - autrice di “Leggere Lolita a Teheran” - a Arash Hejazi, il medico che ha prestato i primi soccorsi a Neda. Il progetto è ambizioso: raccontare la storia di una ragazza ribelle, divenuta suo malgrado un simbolo, e allo stesso tempo parlare della società iraniana contemporanea, e in particolare delle donne nel regime degli Ayatollah. Il tutto si sblocca quando Dehghan, dopo svariate ricerche e contatti preliminari, viene finalmente accolto dalla famiglia di Neda: la madre, il padre e la sorella decidono di parlare davanti alla telecamera, mostrando la camera, i vestiti, i libri, le fotografie e le poesie della ragazza.
Il documentario, pubblicato poi su YouTube in inglese e in farsi, è splendido. Le immagini iniziali non possono che essere quelle della morte, quelle che compongono un video - ricorda stupito Jared Cohen del Dipartimento di Stato americano - che da un cellulare “è finito in pochi minuti tra le mani dei presidenti e dei primi ministri di tutto il mondo”. Il mito di Neda nasce in quel momento, mentre il documentario di Thomas si sposta nella casa della sua famiglia. Parlando della figlia, la madre si commuove: “Dall’età di tre anni, Neda non ha mai accettato ordini, è stata la prima nella sua scuola a non indossare il Chador”. La sorella, invece, è serena: “Era molto coraggiosa, e poiché non aveva paura di niente, non doveva mai mentire. Sorrideva sempre, sorride in tutte le fotografie”. Le immagini si spostano nella camera di Neda, e vediamo fotografie alle pareti, vestiti colorati, romanzi: spiccano “Siddartha” di Hesse e “L’ultima tentazione di Cristo” di Kazantzakis, libri vietati.
Neda studiava Filosofia islamica all’Università di Teheran: all’entrata dell’ateneo, un gruppo di donne controlla che le studentesse non siano eccessivamente truccate, e che in borsa non abbiano nulla di sconveniente. Una compagna di studi racconta di come fosse spesso bersagliata dai controlli, mentre la sorella ricorda: “Neda diceva che il Dio che le insegnavano all’Università era diverso da quello in cui lei credeva. Lei credeva in un Dio amorevole e compassionevole”. Ma dietro al coraggio e alla ribellione c’era una ragazza come tante, che amava viaggiare e ballare (ovviamente di nascosto), magari sulle note dell’esule superstar Googoosh, che oggi racconta: “È bello che Neda amasse la mia musica, ma la sua voce è più forte della mia. Lei parla a tutto il mondo”. Nel 2009, la giovinezza è interrotta dalle elezioni. Quando si reca ai seggi, e vede che non è presente alcun rappresentante dell’opposizione, Neda se ne va indignata, senza votare. E appena i giovani iniziano a scendere in piazza, lei è con loro.
“Anche se non aveva votato - racconta la sorella - si unì alle manifestazioni, perché pensava che il popolo iraniano fosse stato insultato”. Per le strade sono giorni convulsi, ma pacifici. Neda, però, è una ragazza bellissima, e deve fare attenzione: i basiji attaccano proprio le ragazze come lei, perché - spiega il fotografo Reza Deghati - “sentono di non potersi controllare davanti alla bellezza, e per loro il controllo di se stessi è tutto”. La madre la prega di non uscire, ma Neda è irremovibile: secondo il padre, la ragazza “conosceva tutti i rischi, ma non aveva paura”. Pensava di fare la cosa giusta, anche quando un colpo di pistola la uccide, consegnando il suo volto al mito. Poche ore dopo, il regime dirà che è stata tutta una montatura dei servizi segreti inglesi, ma è troppo tardi: sono in pochi a credergli. Ecco perché Neda fa paura ancora oggi, e pur di bloccare la visione di questo documentario le autorità hanno disturbato le trasmissioni satellitari, e hanno annunciato un contro-documentario a sostegno delle tesi del regime. La famiglia di Neda, scrive il Guardian, ha subito molte pressioni, ma ha annunciato che non si presterà alla ricostruzione governativa.
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