Fortuna o bravura? Il boom del poker Texas Hold'em riaccende una questione vecchia come il gioco d'azzardo. Qualche tempo fa, l'enfant prodige Dario Minieri spiegava: "Giocare al Texas Hold'em comporta una soglia di rischio inferiore a quella di una teresina secca. Il poker non è un gioco d'azzardo. Ripeto: è psicologia e calcolo percentuale. Il giocatore bravo è quello che sa che carte hanno gli avversari, quello che sa leggere veramente la mano".
La Commissione federale delle case da gioco e il Tribunale amministrativo federale svizzero gli avevano dato ragione, consentendo ai privati di organizzare tornei in quanto la fortuna non sarebbe la componente principale del Texas Hold'em. Dello stesso avviso è Marcus du Sautoy, docente di matematica a Oxford, che ha analizzato la mano finale di Peter Eastgate alle World Series 2008:
Eastgate ha dovuto dissimulare la sua eccitazione per le carte che si era trovato ad avere: l'asso di quadri e il cinque di picche combinati con le tre carte che giacevano sul tavolo gli davano una scala dall'1 al 5; l'unico modo in cui il suo avversario, il russo Ivan Demidov, avrebbe potuto batterlo era avere una scala più alta. Ma la matematica diceva a Eastgate che su 990 combinazioni che Demidov avrebbe potuto avere in mano solamente 12 gli avrebbero permesso di batterlo; Demidov aveva allora solo l'1% di possibilità di vincere. In accordo con le previsioni, Demidov aveva solamente una doppia coppia.
Bene, oggi il Tribunale federale svizzero ha cambiato idea. A suo avviso, spiega il Corriere del Ticino, "l'abilità dei giocatori può influenzare solo minimamente l'andamento della partita" e pertanto "i tornei di poker texano possono essere organizzati solo all'interno dei casinò. Unica eccezione: partite in famiglia non aperte al pubblico". Fortuna o bravura? La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Ma i casinò svizzeri hanno ottenuto ciò che volevano.