19 luglio 2011

Via d’Amelio, il giorno della memoria

Sono passati 19 anni dalla strage di via d’Amelio, quando il giudice Paolo Borsellino perse la vita sotto casa della madre insieme a cinque agenti di scorta. A ucciderlo, a poche settimane dalla morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, l’esplosione di una Fiat 126 carica di tritolo. Ciò che ancora manca, nel 2011, è però una verità che secondo gli inquirenti potrebbe essere davvero dietro l’angolo: “La verità sulla strage di via d’Amelio è più vicina – ha detto il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia – e che non si trattasse di un eccidio solo mafioso io e i colleghi lo capimmo a poche ore di distanza dall’attentato”.

Secondo l’Espresso, che pubblica un interessante articolo di Lirio Abbate, dopo tre anni di indagini il pool di magistrati di Caltanisetta avrebbe finalmente individuato il killer di Borsellino: si tratterebbe del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano. Movente? Il giudice sapeva ormai troppo sulle trattative in corso tra mafia e Stato. Ma non è tutto: “Le indagini svolte dalla Dia di Caltanissetta – scrive Abbate – sono riuscite a dare risposte ad alcuni interrogativi sempre rimasti irrisolti: dalla responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra, ai motivi per cui venne attuata la strage di via d’Amelio a soli 57 giorni di distanza da quella di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone e la sua scorta”. A riemergere oggi dalle carte degli inquirenti è insomma “la ricostruzione di un’operazione voluta da Totò Riina ed eseguita da Graviano e suoi picciotti fidati”.

In attesa che la verità – tutta la verità – venga a galla, al giudice hanno reso omaggio le più alte cariche dello Stato. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un messaggio indirizzato alla vedova Agnese, scrive che “la strage di via d’Amelio rappresentò il culmine di una delle fasi più gravi e inquietanti della sanguinosa offensiva della criminalità organizzata contro le istituzioni democratiche. Con l’attentato – continua il presidente – si volle colpire sia un simbolo della causa della legalità che, con rigore e abnegazione, stava svolgendo indagini in grado di piegare le più agguerrite forme di delinquenza sia un uomo che, con il suo esempio di dedizione e la sua dirittura morale, stava mobilitando le migliori energie della società civile dando a esse crescente fiducia nello stato di diritto”.

Nell’aula magna del palazzo di giustizia di Palermo ha preso invece la parola Gianfranco Fini: “La memoria deve infondere coraggio – ha detto il presidente della Camera -. Significa proseguire l’opera di chi ha sacrificato la vita per lo Stato, continuare a cercare la verità sul passato e sul presente perché il diritto a conoscere non può andare in prescrizione”. Un ringraziamento a Borsellino anche da parte del presidente del Senato: “Il suo contributo alla lotta alla mafia – ha scritto Renato Schifani – ha costituito una svolta fondamentale nell’azione di difesa della democrazia da parte dello Stato. La grande dedizione, la passione civile, la ostinata coerenza di Paolo Borsellino hanno inciso profondamente nelle nostre coscienze, rafforzando in chi crede nello Stato la ferma volontà di proseguire nel cammino di legalità da lui tracciato".

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