31 agosto 2009

Giappone, la vittoria di Hatoyama fa rima con il cambiamento di Obama

“Una vittoria storica”, titolano i giornali. Dopo mezzo secolo di dominio ininterrotto, il Partito liberaldemocratico giapponese del premier Taro Aso è stato sconfitto dal Partito democratico di Yukio Hatoyama. “Credo che il popolo giapponese abbia votato per il cambiamento e contro le politiche del governo” ha dichiarato Hatoyama dopo la pubblicazione dei primi exit poll, mentre il premier sconfitto Aso – che ha parlato di “risultato molto severo” assumendosi la responsabilità della sconfitta – ha preannunciato le proprie dimissioni dalla carica di primo ministro.

Se è giusto parlare di svolta storica per il sistema politico giapponese, il risultato elettorale sancito dagli elettori giapponesi non giunge certo inaspettato: la sconfitta dei liberaldemocratici – immobilizzati dalla crisi internazionale e dalla voglia di cambiamento dei cittadini – era data per certa da tutti i sondaggi. Secondo i primi exit poll resi noti dalla tv pubblica Nhk, il partito di Yukio Hatoyama avrebbe conquistato più di 300 seggi sui 480 della Camera Bassa, e i primi voti scrutinati sembrano confermare la tendenza. Un’affermazione netta, alla quale bisogna aggiungere i seggi conquistati dal Partito socialdemocratico e dal Nuovo partito del popolo: un’alleanza tra le tre forze sancirebbe la nascita di una maggioranza numericamente schiacciante.

Svariati sono i fattori all’origine della vittoria democratica. Se la recessione globale e la disoccupazione (che a luglio ha toccato livelli record) non hanno certo aiutato il governo in carica, il leader democratico Hatoyama è riuscito a presentarsi come l’uomo vicino ai problemi della gente. Molte le promesse agli elettori: incentivi alle spese, una riforma pensionistica, lotta alla burocrazia, tagli alle tasse per le famiglie con bambini, tagli ai costi energetici. Progetti di difficile realizzazione, soprattutto in questi mesi di crisi economica: secondo alcuni analisti, i piani di spesa dei democratici finirebbero per incrementare ulteriormente l’enorme debito pubblico giapponese. Ma la possibilità (o l’illusione) di un cambiamento, dopo decenni di governi liberali, sembra comunque aver convinto buona parte degli oltre 100 milioni di elettori chiamati alle urne.

Ma al di là delle reali possibilità di cambiamento a fronte di una crisi economica tanto drammatica, qualche dubbio sulla portata della “rivoluzione democratica” viene però dalla stessa storia del partito e del suo leader. Nato nel 1998, il Partito democratico giapponese ha in forze molti ex militanti liberaldemocratici: lo stesso Hatoyama, insieme ad altri “ribelli”, ha lasciato il partito di governo nel 1993. Dopo aver partecipato alla fondazione del Partito democratico, ne ha assunto la leadership dal 1999 al 2002: molti, anche all’interno del suo partito, non lo reputavano in grado di fare opposizione in modo convincente. Pochi mesi fa, però, è tornato in sella in seguito ad uno scandalo sessuale che ha colpito l’ex leader del partito, Ichiro Ozawa.

Quella che si prospetta come una grande vittoria elettorale rappresenta allora anche una rivincita sui suoi critici: il cambiamento, promesso in campagna elettorale, sembra aver convinto gli elettori. Non si pensi, però, ad un nuovo Obama: Hatoyama, 62 anni, è un politico di lungo corso, proveniente – proprio come il premier sconfitto, Taro Aso – dall’establishment politico ed economico del suo Paese. “L’alieno” – come viene scherzosamente chiamato per la forma dei suoi occhi – è nipote di un ex primo ministro e figlio di un ex ministro degli Esteri, mentre il nonno materno è il fondatore della Bridgestone Corp; dopo aver studiato a Tokyo e Stanford, Hatoyama si è dedicato all’insegnamento e alla politica: nel 1986 entra in parlamento, tra le fila dei liberaldemocratici che – abbiamo visto – abbandona nel 1993.

Nessun outsider, dunque: il ricambio al governo sarà tutto interno all’establishment politico giapponese. Quali argomenti, allora, hanno convinto gli elettori? Hatoyama, per tutta la sua campagna elettorale, ha promosso il concetto di “fratellanza” (già caro al nonno): “Per come la intendo io – ha scritto il leader democratico sul mensile giapponese “Voice” – la fratellanza è un principio teso a mitigare gli eccessi dell’odierno capitalismo globalizzato, stimolando le economie locali e le nostre tradizioni”. Sul piano interno, inoltre, Hatoyama ha promesso una seria lotta alla burocrazia: lasciando l’iniziativa politica nelle mani dei burocrati non eletti, dice Hatoyama, il Partito liberaldemocratico ha finito per mettere insieme progetti “lontani dal sentire comune”. Secondo molti analisti, i progetti di Hatoyama restano però vaghi: “La sua miglior qualità è quella di non essere Aso (l’attuale premier, ndr) – dice Jeff Kingston, docente di studi asiatici a Tokyo – È una personalità, ma non è in grado di lasciare il segno”.

Più incisive appaiono le idee di Hatoyama in politica estera. Il Partito liberaldemocratico, sostiene il leader democratico, è stato troppo vicino alle politiche di sicurezza degli Stati Uniti: “L’attuale governo mi preoccupa – ha detto Hatoyama all’inizio dell’anno – perché fa tutto quello che gli chiedono gli Stati Uniti, anche se queste azioni non sono riconosciute dalle Nazioni Unite”. La fine della “sudditanza” nei confronti degli Stati Uniti (che resterebbero comunque un partner fondamentale), secondo il Partito democratico, dovrebbe essere accompagnata da più stretti legami con i principali protagonisti dello scenario asiatico. Hatoyama ha inoltre proposto una revisione della costituzione giapponese, al fine di riconoscere il diritto del Paese all’autodifesa per mezzo di un esercito stabile.

Le prime sfide del nuovo governo, comunque, riguarderanno la politica interna: i cittadini, infatti, pretenderanno presto le riforme economiche e sociali promesse in campagna elettorale. In attesa dei risultati definitivi, che verranno ufficializzati oggi dal ministero degli Interni, Hatoyama ha già convocato una riunione di maggioranza con i possibili alleati. Se ci sarà una rivoluzione, lo diranno i fatti. Quel che è certo, secondo il professor Gerry Curtis (esperto di Giappone della Columbia University), è che queste elezioni segnano “la fine del sistema politico giapponese emerso nel dopoguerra”: “È la fine di una lunga era, e l’inizio di una nuova fase ancora segnata dall’incertezza”.

L'Occidentale

28 agosto 2009

Qualche considerazione sul Superenalotto

Non bastavano il caldo, le mode dell’estate, gli incendi, l’esodo e il controesodo, protagonisti indiscussi dei telegiornali italiani nel mese d’agosto. Quest’anno ad imperversare è stato il Superenalotto: prima con la rincorsa al jackpot, poi con le cronache dal paesino toscano dove è stato centrato il mitico sei. Qualche breve considerazione:

1) Perché il paese del vincitore festeggia con fiumi di champagne? Tolto il milionario, gli altri cittadini hanno semplicemente buttato soldi senza vincere nulla. E dell’immenso montepremi, chiaramente, non vedranno un euro.

2) Perché i media buttano tempo e denaro alla ricerca del vincitore? Non lo troveranno mai. E se anche lo trovassero, l’unico risultato sarebbe quello di rovinargli la vita.

3) Perché i concittadini del vincitore – dal sindaco al parroco, passando per i titolari della ricevitoria – si aspettano una donazione? O meglio: perché il milionario dovrebbe dare dei soldi alla ricevitoria o al comune (rischiando così di essere scoperto) quando potrebbe fare beneficenza in modo molto più intelligente?

4) L’idea di consigliare il vincitore è allettante, lo ammetto. Ma perché giornali e telegiornali pensano solo a comprare un atollo caraibico o Kakà?

24 agosto 2009

Un obolo per i Radicali



Le casse dei Radicali sono vuote: parte la caccia ai finanziamenti.

Voglio essere ebreo

Voglio essere ebreo. Io sono ebreo per parte di padre, quindi per la tradizione giudaica devo fare un percorso di conversione - che ho appena cominciato - se voglio esserlo totalmente. Sai perché? Perché quando ho avuto delle difficoltà, alcuni rabbini mi hanno aiutato senza addossarmi sensi di colpa, ed è stato un vero aiuto. Ultimamente sto scoprendo la bellezza delle tradizioni religiose e voglio approfondire quella alla quale mi sento istintivamente più vicino.
Lapo Elkann,
a scuola dai rabbini

23 agosto 2009

I personaggi più imbarazzanti del pianeta

La squallida messa in scena per l'arrivo in Libia dell'attentatore di Lockerbie Abdel Basset al-Megrahi dovrebbe far riflettere il presidente Berlusconi sull'opportunità di annullare la sua prossima visita a Tripoli. Fino a quando l'Italia continuerà a schierarsi con tutti i personaggi più imbarazzanti del pianeta, da Putin a Gheddafi, dimenticando la sua tradizione di paese amante della libertà e della democrazia? Ormai la politica estera italiana è sempre più distante da quei presupposti europeisti e atlantici che ne dovrebbero essere piuttosto elementi costitutivi.
Lorenzo Cesa,
sante parole

22 agosto 2009

American Style

Usa: Gibbs, "A Obama può bastare un mandato"
21 agosto 2009 - 23:54

WASHINGTON - Se riuscisse a raggiungere tutti gli obiettivi che si è prefissato, tra cui l'importante riforma sanitaria, Barack Obama si accontenterebbe di un solo mandato. A rivelarlo è il suo portavoce, Robert Gibbs. "Ho sentito dire dal presidente - ha precisato Gibbs - che, se prendere decisioni difficili e fare cose importanti delle quali Washington ha trascurato di occuparsi per decenni significa che potrà vivere in questa casa e prendere quelle decisioni per soli quattro anni, per lui va bene". (RCD)

21 agosto 2009

18 agosto 2009

Sogno di una notte di mezza estate


Kiryat Yam, vicino ad Haifa, è un villaggio israeliano affacciato sul mare. Ogni sera, al tramonto, le sue spiagge si riempiono di curiosi con macchina fotografica al collo. Romantici? No, ricercatori: l'obiettivo è quello di fotografare una sirena che - stando a diverse testimonianze giunte nelle scorse settimane - si aggirerebbe nelle acque blu al largo della spiaggia. Il comune, fiutato l'affare, ha offerto un milione di dollari per una prova fotografica dell'esistenza della sirena. Secondo il portavoce del consigio comunale, "molte persone sono certe di aver visto una sirena e si tratta di persone che non hanno alcun rapporto tra loro. La gente - ha continuato - dice di aver visto una figura femminile, metà giovane donna e metà pesce che salta come un delfino e compie diverse acrobazie prima di scomparire".

06 agosto 2009

Bob Natale



LOS ANGELES - Bob Dylan sta preparando un album di canzoni di Natale. Secondo il sito Bullypulpit.com, il menestrello del rock ha gia' registrato le sue versioni di 'Must be Santa', 'Here comes Santa Claus', 'I'll be home for Christmas' e 'O little town of Bethlehem'. L'album, cui Dylan ha cominciato a lavorare a maggio, e' una produzione indipendente dell'artista, non legata ad alcuna etichetta. (RCD)

I razzi secondo Human Rights Watch

Riprendo un post di Claudio Pagliara - inviato della Rai in Medio Oriente - per segnalare la pubblicazione di un report di Human Rights Watch sui lanci di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza contro Israele. Il report è disponibile in due formati: html e pdf. Una lettura molto istruttiva, soprattutto perchè viene da un'organizzazione - HRW, appunto - che con Israele è sempre stata durissima. "Palestinian rocket attacks – which have killed three Israeli civilians and wounded dozens of others since November – are an ongoing threat to the nearly 800,000 Israeli civilians who live and work in range of the rockets. Hamas and other Palestinian armed groups have sought to justify the attacks as appropriate reprisals for Israeli military operations and the ongoing blockade against Gaza, and as a lawful response to the Israeli occupation of Gaza. As noted below, international humanitarian law (the “laws of war”) does not support these asserted justifications". Il resto, a voi.

05 agosto 2009

Dura la vita ai tempi del jackpot

Gaetano Cappelli, uno dei più grandi scrittori italiani in attività (il più grande?), racconta la febbre del Superenalotto.

Mannò, ma non ci pensate più, lasciate perdere. Ma veramente sognavate di vincere 107 milioni di euro? Ma vi rendete conto a cosa sareste andati incontro a vincerla sul serio, una somma simile? Una somma ingombrante per chiunque, credetemi. Soprattutto per la parte di noi che ha la fortuna di possedere il necessario. Quelli che, intervistati alla radio o in tivvù in questa vigilia frenetica, alla domanda sulla destinazione della vincita eventuale hanno risposto compatti che come prima cosa ne avrebbero devoluto una quota in beneficenza. Tutti, anche quelli che la beneficenza possono già farla e invece... invece pare abbiano bisogno di vincere 107 milioni per metter mano alla tasca e quindi eccoli lì a giurare: aprirò una casa d’accoglienza per i bambini poveri del Guatemala, fonderò un ricovero per gli affamati del Burundi, per i lebbrosi dell’Africa intera.

Perché proprio nessuno tra gli intervistati pensasse ai poveri nostrani, che pure non mancano, dipende solo dal fatto che noi italiani siamo un popolo di navigatori, e spenderemmo parte della vincita, come sempre dalle suddette interviste risulta, tutti inevitabilmente in viaggi intorno al globo; così se proprio bisogna farla ‘sta benedetta beneficenza - e bisogna per non passare per i soliti cinici - tanto vale scegliere delle mete esotiche!

E ai parenti, agli amici, agli amici degli amici non ci pensavate? Non pensavate a che reazione avrebbero avuto vedendovi in viaggio per mesi, proprio voi che al massimo partivate per la vostra risicata crociera annuale? Pensate che se ne sarebbero rimasti con le mani in mano senza cominciare ad ossessionarvi pretendendo il dovuto? O immaginavate forse di comportarvi come quei meschini che una volta accaparratisi i milioni se ne stanno lì, sospettosi, a custodire il segreto, continuando a condurre la loro solita vita ordinaria per non dar nell’occhio e non beccarsi magari il malocchio come ha creduto fosse successo il vincitore settentrionale (!) che ha poi preso a martellate un numero considerevole dei parenti colpevoli, secondo lui, di averglielo attaccato, così rovinandosi definitivamente la vita?

Eggià perché questo, il rovinarsi la vita, è - statistiche alla mano - il destino che attende ben il 35% dei vincitori. La ricchezza è infatti una brutta bestia e non solo per chi non è abituato a possederla, tipo il giovane operaio scozzese che, in un paio di anni ha dilapidato la sua immensa vincita, e adesso è più povero e infelice di una volta, nonché intossicato di alcol e droga. Rovinarsi la salute: ecco un altro degli accidenti assai frequenti dei ricchi per caso. Darsi alla pazza gioia, bere, fumare, far grandi mangiate, indulgere negli stravizi - per non dire dei rischi che si corrono a guidare meravigliose scintillanti fuoriserie - tutto questo non può non incidere sul nostro stato fisico abituato a un ritmo più ordinario e se non ha resistito l’operaio scozzese con la nomea di taccagni che si porta dietro la sua stirpe figuriamoci noi bon vivant meridionali.

Ma poi a esaminarla meglio questa cifra, sarebbe valsa veramente la pena di accollarsi tutto l’inevitabile carico di diffidenza verso il prossimo, i derivanti sensi di colpa, la conseguente solitudine in cui ci saremmo ridotti ad averla? In fin dei conti cosa poi si riesce a fare realmente con 107 milioni di euro? A mala pena, per dire, ci si potrebbe comprare qualche opera d’arte contemporanea, chessò il teschio tempestato di diamanti di Damien Hirst valutato 95 milioni di euro, il cui titolo “For the Love of God!” tradotto suona bene al caso nostro: “Ma per l’amor di Dio!”. Contentatevi dunque di quello che avete... be’, però adesso s’è fatto tardi. Tocca correre a giocare. Queste consolazioni le lascio a voi che state leggendo il giornale. Io spero proprio d’esser l’unico che non ne avrà bisogno questa mattina!

Gaetano Cappelli
(C) Il Mattino

Buon sangue non mente...


Thx to UBITENNIS

02 agosto 2009

Agosto italiano

Traffico da incubo nel primo week-end di esodo estivo. Allerta temporali in tutto il Nord Italia. Il centrosinistra, all'opposizione, scopre per la trentesima volta che il conflitto d'interessi è un tema cruciale. Beppe Grillo: "Farò un mio partito". Bondi - malcapitato di turno - fischiato a Bologna. Questa la cronaca italiana dei primi due giorni di agosto. E settembre è ancora molto, molto lontano...

Non è con l'omertà intellettuale che riscopriremo Curzio Malaparte

Tra i tanti autori dimenticati dalla “letteratura istituzionale” italiana, Curzio Malaparte gioca un ruolo da assoluto protagonista. Grande dimenticato ma non solo: col passare degli anni, sul conto dell’intellettuale toscano si sono diffusi miti e falsità. Attraverso un lungo colloquio con il professor Luigi Martellini, il curatore del “Meridiano” dedicato a Malaparte, abbiamo cercato di ristabilire un po’ di giustizia sulla vita intellettuale e politica di uno dei massimi scrittori del nostro Novecento.

Professore, oggi Curzio Malaparte viene letto e studiato poco. Quando, e perché, la cultura italiana lo ha "dimenticato"?

Questa domanda dovrebbe essere rivolta a quella che lei definisce “Cultura italiana” e a quegli autori della “storie letterarie” in uso nella scuole. Per quel che posso dire, il discorso è estremamente semplice: Malaparte è stato un “fascista”, che l’Italia non riuscirà mai a smaltire questo suo periodo storico, che è esistita ed esiste ancor nel nostro Paese (altamente democratico e sempre pronto a riempirsi la bocca di democrazia) una cultura egemone (di cui tutti conoscono il colore), che ha prodotto molti danni e condizionato scelte smaccatamente ideologiche e non letterarie, che chi non apparteneva ad una parte apparteneva di conseguenza alla parte opposta e quindi nemica, che non vale la bravura o la genialità, ma l’appartenenza ad uno schieramento politico e/o partitico, che la politica culturale del dopoguerra ha colonizzato giornali, autori, opere, editrici, università e quant’altro, eliminando e facendo passare sotto silenzio o relegando ad una marginalità oscena tutto ciò che poteva apparire contrario o pericoloso o migliore…e via dicendo.

C’è qualche specifica responsabilità, o è l’intero “sistema” ad averlo dimenticato?

Non voglio fare nomi, perché questa è anche una società vendicativa, perciò passo, se pur brevemente, la parola a Malaparte così ognuno può esprimere il suo giudizio: “Tutti gli scrittori sono stati fascisti, nella qual cosa non vi è nulla di male. Ma perché oggi pretendono di farsi passare antifascisti, per martiri della libertà, per vittime della tirannia? Nessuno di loro, dico nessuno, ha mai avuto un solo gesto di ribellione contro il fascismo, mai. Tutti hanno piegato la schiena, con infinita ipocrisia, leccando le scarpe a Mussolini e al fascismo. E i loro romanzi erano pure esercitazioni retoriche, senza l’ombra di coraggio e di indipendenza morale e intellettuale. Oggi […] scrivono romanzi antifascisti come ieri scrivevano romanzi fascisti; tutti, compreso Alberto Moravia, che gli stessi comunisti (quando Moravia non filtrava ancora col comunismo) definivano uno scrittore borghese, e perciò fascista. L’attuale romanzo italiano rispecchia l’attuale conformismo anti-fascista del popolo italiano, come ieri rispecchiava il conformismo fascista e […] rivela lo sforzo degli scrittori di conquistarsi una libertà formale e contenutistica in contrasto col loro inguaribile conformismo personale morale e intellettuale. Moravia, ad esempio, è il moralista e in un certo senso lo storico, non il critico, della borghesia fascista e chi ha voluto vedere negli Indifferenti un romanzo antifascista, ha sbagliato, consapevole o no, poiché l’indifferenza non era una reazione al fascismo, ma proprio una conseguenza di quella decadenza della società, di cui il fascismo era un altro degli aspetti”. Oppure quest’altro passaggio: “I lettori de ‘l’Unità’ non sanno che il massimo organo del P.C.I. è interamente scritto da giornalisti fascisti. Lo stesso Carlo Muscetta, infatti, redattore de ‘l’Unità’, non solo fu un gerarca fascista, e servo umilissimo dei servi di Mussolini, ma l’autore, in collaborazione di un altro fascista, l’attuale deputato comunista Mario Alicata, di un libro di letture per i ragazzi della scuola media, apparso nel 1941, dico nel 1941, presso l’editore Sansoni di Firenze col titolo Avventure e scoperte, nel quale gli osanna a Mussolini si accompagnano ai più smaccati e servili elogi a Mario Appelius, Attilio Crepas, Giuseppe Bottai ecc. Nessuna legge proibisce ai fascisti di diventare comunisti. Ma il buon gusto, la decenza, il pudore, dovrebbero consigliare loro di non impancarsi a Catoni, a giudici della vita morale e politica italiana, a esempi di coerenza e di intransigenza. Gli intellettuali fascisti passati al comunismo dopo la morte di Mussolini erano la zavorra del fascismo e sono oggi la zavorra del comunismo. Tradiranno il comunismo come hanno tradito il fascismo”. E taccio sugli altri esempi (di cui l’archivio Malaparte è pieno) che lo scrittore portava facendo nomi e citando opere. La verità sta forse nella constatazione, tutta pasoliniana (e quindi all’opposto), che questa “Italia è un Paese ridicolo”.

Da dove viene il nome "Curzio Malaparte"? Perché Kurt Erich Suckert ha deciso di firmarsi così?

È stato Franco Vegliani, il giornalista di “Tempo” (a cui Malaparte collaborava) che fu messo accanto allo scrittore durante i suoi giorni di agonia alla clinica Sanatrix di Roma affinché registrasse fedelmente, quasi fosse una cronaca, tutto ciò che accadeva, veniva detto o confessato fino alla morte. Racconta Vegliani che il passaggio di nome dal tedesco all’italiano avvenne nel 1925, anche se già da qualche anno aveva in mente uno pseudonimo letterario che suonasse meglio di quell’ostico cognome teutonico che gli aveva creato in passato (ai tempi della pubblicazione de La rivolta dei santi maledetti (sui fatti di Caporetto) problemi coi fascisti estremisti che lo aveva apostrofato in ogni modo: da tedesco ed ebreo internazionalista a bolscevico introdotto nelle file fasciste come disgregatore e sobillatore. E Vegliani citava l’amico Giuseppe Fonterossi che era a conoscenza di come fosse avvenuto il cambiamento: quando cioè Suckert vide Fonterossi leggere un raro libretto stampato a Torino nel 1869 e comprato in un bancarella a Campo dei Fiori intitolato I Malaparte e i Bonaparte nel primo centenario di un Malaparte-Bonaparte. L’anonimo autore del volumetto narrava che i Bonaparte in origine (ai primi anni del Mille) si erano chiamati Malaparte. Tale cognome era stato poi cambiato per concessione papale e imperiale, come premio dei servizi resi dalla famiglia alla causa della legittimità. Col rischio, però, di ritornare Malaparte tutte le volte che la famiglia assumeva atteggiamenti poco ortodossi. In tal modo, scriveva l’anonimo autore del volumetto, il Primo Napoleone si sarebbe dovuto chiamare Malaparte. Suckert si fece prestare quel libretto dall’amico, lo lesse e dopo un po’ lo si ritrova col nuovo nome di Curzio Malaparte. L’aneddoto così conosciuto verrebbe avvalorato dall’altro aneddoto che riferisce di un chiarimento da parte di Mussolini, al quale lo scrittore avrebbe risposto: “Perderò ad Austerlitz e vincerò a Waterloo!”.

Un neofita resterebbe immediatamente colpito dalle scelte politiche compiute da Malaparte. Prima di tutto, il fascismo: cosa ha cercato (e trovato) in Mussolini questo scrittore che Gobetti definiva "la miglior penna del regime"?

La domanda alquanto complessa, esige, purtroppo una risposta molto complessa, che spero di dare accennando ai rapporti, che erano di amicizia, proprio tra Malaparte e Gobetti. Nella primavera del ’22 Malaparte entra in contatto con Gobetti e si avvicina al gruppo di giovani intellettuali raccolti intorno ad “Ordine Nuovo” e a Gramsci. Gobetti gli propone di scrivere (chiusa ormai “Energie nuove” dove pensava di convogliare la giovane élite rivoluzionaria) su “Rivoluzione liberale” (fondata in quell’anno), dove Malaparte pubblica saggi sul Dramma della modernità (la crisi italiana come espressione della crisi di una civiltà; il contrasto tra civiltà protestante e civiltà cattolica), scritti poi ripresi e riuniti nel volume L’Europa vivente. Teoria del sindacalismo italiano. L’amicizia con Gobetti, nonostante le diversità di vedute, è profonda e sincera: “Su un punto solo non eravamo d’accordo – scrive Malaparte - sulla guerra. Egli svalutava l’importanza morale della guerra per le giovani generazioni, io, forse, la sopravalutavo. Egli era più giovane di me, non aveva partecipato alla guerra, perciò era molto più freddo, più sereno, molto più obbiettivo di fronte al dramma della guerra. Era anche molto più libero nei suoi giudizi, poiché non era impacciato e appesantito dalla retorica patriottica di noi reduci. La guerra, per me, era già una mia tradizione personale, la mia prima, fondamentale, esperienza di vita. Non potevo, perciò, essere obbiettivo, né libero, di fronte alla guerra. Ed è appunto il fatto ‘guerra’ che mi ha impedito di essere un antifascista, allora.” Malaparte riporta in un suo Memoriale ciò che Gobetti, prevedendo la sua fatale evoluzione in sensi nazionalista, spesso gli diceva: “È la retorica patriottica che ha creato il fascismo: per fortuna Lei si salva, perché ha molto ingegno, perché ha uno spirito libero, e perché è il contrario di un fascista. Lei non sarà mai fascista.”

Gobetti ha quindi ricoperto un ruolo importante nella formazione intellettuale e politica dell’autore…

Il rapporto con Gobetti chiarisce molte cose della posizione ideologica di Malaparte in questo periodo. Il giovane si accorge, altresì, che il suo disagio morale non è dovuto solo alla sua esperienza o situazione personale, ma comune a tutta la “gioventù colta e intelligente”. Tornato in patria, dall’Europa percorsa della prima guerra mondiale, pieno di fede nella rivoluzione italiana e profondamente deluso dei metodi antiquati, romantici e incerti coi quali uomini inadatti e tenacemente fedeli alla tradizione piccolo-borghese del rivoluzionarismo italiano conducono la lotta. “Avevo pensato – scrive – in principio di riavvicinarmi al Partito repubblicano [al quale era iscritto a Prato quando andò volontario], ma dopo aver visto da vicino i metodi, e lo spirito, della rivoluzione russa, il problema della rivoluzione italiana, quale era concepito e impostato, sul terreno teorico e pratico, dal Partito repubblicano, mi appariva antistorico e sostanzialmente reazionario, tanto nel senso politico quanto nel senso sociale.” Lo scrittore è turbato dalla crisi della politica italiana che assume aspetti e proporzioni preoccupanti, soprattutto nei confronti della classe operaia abbandonata alla mercè dei datori di lavoro appoggiati da Fasci: Malaparte era stato allevato ed era vissuto nella turbolenta Prato, la città operaia per eccellenza, da dove veniva Bresci l’assassino di Umberto I, segnata da anarchismo, radicalismo, lotte sindacali, scioperi, sommosse, arresti e bastonature, con un’alta coscienza delle rivendicazioni operaie che lo porteranno poi al sindacalismo rivoluzionario. Ma Gobetti ritiene che la salvezza della classe operaia stia nel “marxismo integrale”, ed è convinto che bisogna abbattere il fascismo “con tutte le forze e con la più profonda intransigenza”, mentre per Malaparte è più utile modificare il fascismo dall’interno. Anzi, nonostante le pressioni dei compagni di guerra, era rimasto estraneo al fascismo e non nascondeva la sua avversione “per la vacuità ideologica ed il formalismo pseudo-rivoluzionario del movimento. Ma la sua formazione culturale, il senso di smarrimento e di isolamento negli anni del dopoguerra, le lotte intestine tra Partito socialista e Partito comunista, la propaganda marxista che condanna e rifiuta proprio la gioventù interventista e volontaria di guerra, contribuiscono a cambiare le sue decisioni: “alla metà di settembre del 1922 mi decisi finalmente a inviare una lettera di adesione, pur con molte riserve, al Fascio di Firenze, dove fui iscritto in data 20 settembre. Scelsi il Fascio di Firenze, perché esso era, allora, un Fascio Autonomo, in lotta col P.N.F. E poiché Umberto Fasella, già Segretario del Fascio Autonomo e Segretario della Camera del Lavoro di Firenze, era stato espulso dal Fascio proprio in quei giorni, mi fu affidata la Segreteria della Camera Italiana del Lavoro. Questa carica era gratuita, e perciò nessuno la voleva”. Nel Fascio Autonomo ritrova i vecchi compagni dell’interventismo e del volontarismo.

Cosa cambia, a questo punto, nei rapporti con Gobetti?

Informa subito Gobetti della decisione e del proposito di dedicarsi non alla politica militante, ma all’opera di organizzazione e di assistenza della classe operaia, gli ripropone la necessità di creare un’organizzazione sindacale nazionale, italiana, per evitare che anche contro di essa si scagli l’odio cieco degli squadristi incapaci di distinguere fra marxista e antinazionale, fra operaio e antitaliano, fra organizzazione sindacale e organizzazione antifascista. Gobetti che già lo aveva messo in guardia (“Te ne pentirai. Ti renderanno la vita dura. Non sei fatto per loro. E loro non sono fatti per te. Diffideranno di te. [..] In quanto al sindacalismo, sono sicuro che una persona intelligente come Lei non potrà andar a lungo d’accordo, coi fascisti, e mi scusi, ma lo spero vivamente. Del resto penso che per rinnovarsi ed essere italiani sul serio, gli operai non abbiano bisogno di dichiararsi italiani: anzi, la via maestra per la redenzione del proletariato continua ad essere quella sentita come più aderente alle reali condizione storiche del proletariato: ossia la via rivoluzionaria, sovversiva, mitica. Ci torneremo dopo questa parentesi fascista, così confusa che hanno potuto accogliere anche Lei - proprio non me lo aspettavo -, che ne è l’antitesi. Oggi bisogna dare tutte le nostre forze a combattere il fascismo.”) Malaparte difatti da lì a poco sarà cacciato dalla Segreteria della Camera del Lavoro e la famosa rivoluzione fascista di sinistra alla quale credeva non avvenne mai. Si leggano nelle pagine della rivista intitolata “La conquista dello Stato” che Malaparte fondò nel 1924 gli interventi sul fascismo di Mussolini, sul fascismo integrale, sul fascismo rivoluzionario, sulla rivoluzione mancata e fallita e via dicendo: argomenti che facevano sequestrare ogni numero ed alla fine chiudere la rivista. Quello che accadde poi è un’altra storia che vede Malaparte “resistere” fino al 1931…e poi andarsene.

Negli anni del sostegno al fascismo, Malaparte fu attivo sostenitore dello "Strapaese", il movimento legato alla rivista "Il Selvaggio"

Cercherò di “chiarire” il periodo, nel quale il miglior libro di queste genere resta forse Italia barbara, dove accanto alle generalizzazioni di carattere teorico, è presente un gusto paesano appartenente alla migliore prosa toscana dell’Ottocento, specialmente in certi passaggi sospesi in un umorismo di tono volutamente tradizionale che svela la sua profonda sfiducia nella vitalità dell’Europa contribuendo a far nascere la tesi dell’antieuropeismo (che mi sembra ci sia anche oggi!) fascista. Un’esperienza di scrittura che era naturale lo portasse agli eccessi di Strapaese che è una ventura minima e marginale della sua carriera, un movimento politico e morale più che letterario, un modo di sentire e volere l’esistenza secondo un ritrovato sentimento italiano (la tradizione) e paesano (culto del luogo) della vita stessa (e quindi anche dell’arte che della vita è espressione): un mondo antico, prudente e al tempo stesso spregiudicato, realistico ma anche fantasioso, bizzarro, saldo intorno a pochi cardini di quell’antichità di sentimenti e di fede (si pensi ad un Pasolini!), ma anche pronto alla polemica, alla storia, all’invettiva contro tutto ciò che apparisse deviazione o degenerazione, ossia gli entusiasmi modernizzanti ed europeizzanti di Stracittà. Mi sembra una cosa normale che nel caso di Malaparte (chissà perché!) sembra invece essere letta in modo degenerato.

Insomma, un’esperienza da ridimensionare…

Si è verificata di recente, nella nostra storia letteraria, l’immissione di procedimenti e toni popolareschi che intenzionalmente, come nel periodo umanistico, ricreano l’equilibrio con le forme composte ed auliche. Ma credo che la “moda” strapaesana (di certo inventata per agitare le acque stagnanti della letteratura italiana) non rispecchiasse né rappresentasse il temperamento intimo di Malaparte (il quale avrebbe finito per essere etichettato come scrittore dalla visione scalmanata e carnascialesca della vita), perché se osserviamo meglio i contorni del fenomeno ne scopriamo un non riconosciuto aspetto documentario. Certo le finalità di Strapaese non erano quelle nobili della “Ronda”. Malaparte, però, possedeva un senso diverso della modernità che gli altri suoi coetanei scrittori vedevano come espressione inferiore e decadente del già vecchio e debole romanticismo straniero. In questa direzione anche la “Voce” di Prezzolini aveva con un equivoco innestato la tradizione italiana nel misticismo di Claudel, nel simbolismo di Rimbaud, nelle proposte di Apollinaire. Invece i giovani scrittore che proponevano, in opposizione, i vernacoli toscani, l’ingenua popolarità risorgimentale, lo stile della vecchia satira italiana, avevano intuito che la modernità e l’europeismo consistevano nello sviluppare un contributo nuovo e originale e non nell’aderire passivamente ad un programma o a una tendenza: ognuno quindi con le proprie qualità, non europei con qualità letterarie subordinate. La nuova generazione si alimentava così alle fonti della propria Rinascenza, non alle linee letterarie, travagliate e in crisi, degli altri Paesi. Non è forse questa la ricerca di quella identità di cui oggi tanto si parla? Del resto Malaparte non è rimasto, se non in modo fortuito, nei limiti buffoneschi di quella stagione di Maccari o dei discendenti Soffici, tra senso del reale e bizzarria letteraria tutta pervasa di vena epico-polemica ed eroico-burlesca, perché da lì a qualche anno la sua produzione si separerà nettamente dall’altra che inizierà intorno agli anni ’30 (fino agli anni ’40), ovvero il periodo della prosa d’arte e dei suoi libri di Racconti.

Qual è stato il rapporto di Malaparte con la sua provincia, Prato? E quello con le città più grandi?

Per quanto riguarda Prato, questa città non è soltanto un archetipo letterario, ma insieme ideologico e mitico, in quanto Prato è la Toscana con la sua storia (da Dante al Rinascimento) e, tornando indietro nel tempo, la patria degli Etruschi e la terra della greca misura, delle greche virtù, delle greche mitologie (si veda Maledetti toscani), ma è anche la Toscana-Prato dell’infanzia e della giovinezza perdute, con le sue immagini trasparenti, i luoghi, le voci, le sensazioni, i profumi, chiusa nel cromatismo, con gli echi di antiche vicende di dame e cavalieri, di arti e di mestieri. La Toscana-Prato come madre, nucleo originario e centro gravitazionale dell’universo malapartiano, isola psicologica, punto di partenza e di arrivo dei suoi viaggi, alfa e omega della vita, nella cui desolata geologia di morte lo scrittore, ultimo Ulisse stanco e maledetto, spera un giorno di essere sepolto (“E vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per poter sollevare il capo ogni tanto e sputare nella gora fredda del tramontano”). Questa Toscana coincide con Prato, la città-simbolo che racchiude le memorie e i sogni e dove tutto finisce in un mucchio di stracci: sintesi finale della civiltà, calamita di tutti i rifiuti della terra, e città della sua lapide: “Io son di Prato, m’accontento d’essere di Prato, e se non fossi di Prato vorrei non essere venuto al mondo”. I rapporti con le altre città del mondo, sono soltanto occasionali e/o professionali, attraversate, descritte nei suoi libri (inKaputt, ne Il Volga nasce in Europa, in Io, in Russia e in Cina ed altrove) ad eccezione di Parigi (e la Francia), la sua seconda patria, la cui importanza la si può soltanto comprendere leggendo il Diario di uno straniero a Parigi, dove è possibile anche capire meglio Malaparte.

Grazie all'interessamento di Galeazzo Ciano, Malaparte ottenne un posto da inviato al "Corriere della Sera". Com'era il Malaparte giornalista?

Quando dopo l’arresto a Regina Coeli ed il confino a Lipari, la Commissione medica militare di Messina lo dichiara “tuberbolitico” (conseguenza del gas yprite respirato durante la Battaglia di Bligny e causa della sua morte per cancro ai polmoni) inviandolo all’Ospedale militare di Palermo in osservazione, Malaparte chiede aiuto all’amico Borelli, allora direttore del “Corriere della Sera” per poter lavorare (scrivendo) e guadagnare così qualcosa. Borelli, con l’appoggio di Raffaele Mauri e Galeazzo Ciano, accoglie la sua collaborazione al “Corriere delle Sera”, ma “senza firma” e con “argomenti di carattere letterario e storico”. Malaparte accettò ed usò lo pseudonimo di “Candido”. Quella dell’inviato appartiene al periodo della seconda guerra mondiale sul fronte orientale che percorse tutto dalla Grecia alla Lapponia ed è questa una storia e una ricostruzione molto complessa e lunga. Dirò solo che i suoi reportages erano contraddistinti dalla verità e dall’aderenza a riferire le cose che vedeva con i suoi occhi (atteggiamento pericoloso in guerra per propaganda, per informazioni che potevano nuocere psicologicamente su chi vinceva o su chi stava perdendo, sulle prospettive d’attesa di una parte e dell’altra, e via dicendo) e per questo fu più volte cacciato dal seguito delle truppe tedesche e riaccompagnato al confine dalla Gestapo che lo riconsegnava alla polizia italiana e lui puntualmente ripartiva.

Dopo un sostegno entusiastico al regime, Malaparte rompe con Mussolini e finisce a collaborare con i servizi militari Alleati. Cosa provoca la rottura e il cambio di fronte?

C’è una terminologia che non mi funziona in questa domanda, come: “sostegno entusiastico al regime”, “finisce a collaborare con i servizi militari alleati”, “cambio di fronte”, perché le cose stanno diversamente. Innanzi tutto “questo sostegno entusiastico al regime”, come detto sopra, non ci fu, tanto che uscì dal fascismo (prima di esserne espulso!) proprio perché non lo condivideva, non l’appoggiava, né si allineava, né tanto meno ne scriveva a favore e le conseguenze sono note ed arcinote, in caso contrario sono quasi costretto a consigliare di leggere il mio “Meridiano” sulle Opere di Malaparte scritto per Mondadori, le relative ricostruzioni cronologiche letterarie e politico-ideologiche, le notizie ai testi, eccetera. Secondo: il 21 settembre 1943, pur essendo stato congedato dopo l’8 settembre dal servizio militare, è richiamato in servizio “per essere destinato al Comando Peninsulare Base Section (Uffici Informazioni)” e sarà ufficiale di collegamento col comando alleato in marcia verso il Nord (“da Cassino al Po”). Non vedo né “rotture” né “cambi di fronte”, dal momento che Malaparte non era in nessun fronte fascista che poi ha lasciato per passare ad un altro fronte e col fascismo e con Mussolini aveva addirittura chiuso (se così posso dire) nel gennaio del 1931 quando fu cacciato dalla “Stampa” di Torino per non aver accettato di “fascistizzare” il giornale e, riparato in Francia, pubblicò la Tecnica del colpo di Stato che gli valse al rientro nell’ottobre 1933 l’arresto a Regina Coeli (e poi il confino a Lipari) col seguente comunicato-stampa dell’Agenzia Stefani nella notte del 10 ottobre: “Il P.N.F. ha inflitto l’espulsione al tesserato CurzioErich Suckert per il seguente motivo: Non ha tenuto fede al giuramento prestato”, notizia anche questa falsa visto che Malaparte era uscito dal partito due anni prima: ripeto nel gennaio 1931.

La guerra porta anche alle due opere principali di Malaparte: "Kaputt", recentemente riedito da Adelphi, e "La pelle", sulla liberazione di Napoli. Quanto c'è di giornalistico e quanto di romanzesco?

In un’atmosfera proustiana, segnata fin dal titolo del primo capitolo, e quasi evocati dal mondo della Recherche, appaiono nell’orribile fantasmagoria della guerra gli infiniti personaggi di Kaputt. E come avviene nel modello francese, paesaggi, interni, nature morte, protagonisti, si fissano su una gigantesca tela, evanescente e madreperlacea, in una sorta di iperestesia della memoria. Malaparte, stanco e disgustato, si muove privo di speranza, solo con un baudelairiano senso olfattivo, uditivo, visuale: intorno a lui la nudità della vita, spoglia ormai di tutto di fronte alla verità. Caduta la maschera non restano che cadaveri viventi: vuote forme di antiche durezze e severità, con un qualcosa di oscuro e selvaggio, di grottesco e barbarico che trova riscontro nelle simbologia dell’uomo-animale (animaleschi capitoli sulla rovina dell’Europa ormai kaputt e “mamma marcia”), in quanto nel secondo conflitto mondiale gli unici a conservare un’umanità sono stati gli animali, mentre gli uomini hanno assunto il ruolo animalesco della distruzione totale. Il richiamo a un segnale di sangue nell’ultimo capitolo e la mostruosa corte di miracoli finale sono la conclusione più idonea della catastrofe bellica, altro indizio dell’immenso naufragio, significato di ciò che resta dell’umanità e l’umanità stessa. La metafora dantesca dell’antro sotto terra ci ricorda, con le sue labirintiche viscere, l’infernale condanna dell’individuo, il disfarsi, lo sciogliersi dell’uomo: ma è un inferno per innocenti (come quello della prima guerra mondiale).Kaputt: un diario segreto scritto col sangue, intitolato con una parola ebraicache, lanciata dai tedeschi come obiettivo di guerra e di sterminio totali, per una estrema ironia della sorte è ritornata loro addosso (come un boomerang) distruggendoli.

E per quanto riguarda “La pelle”?

Tra fascino e disgusto, passione e documento, anche La pelle potrebbe apparire come altro materiale d’archivio per la storia del secolo scorso. Malaparte qui non è scrittore, ma l’uomo della strada: solo così (nei panni del derelitto e del vinto) può interpretare, senza fronzoli o falsi pudori, le reazioni e i sentimenti che lo animano. Guerra quindi come maestra di corruzione e scrittore non giudice ma osservatore sereno e imparziale, ance se spietato, capace di essere “ancora cristiano” nella perdizione totale e responsabile del sacrificio e delle sofferenze. Apparentemente lo si può chiamare un “verista” non moderato, nel senso che altera toni e figure per estrarne meglio l’intima essenza delle storie, tanto che gli angeli diventano demoni e le figure umane si abbrutiscono in comportamenti animali, ma l’autore ha saputo dosare con misura e con ironia (tipiche della sua arte) la tragedia della vita. La crudezza che in Kaputt era tutta esteriore, fisica, materializzata negli oggetti, ne La pelle è dappertutto: intorno e dentro di noi, più nell’anima che nelle cose, così Napoli è il simbolo della decadenza di tutta l’Europa dove ognuno è pronto a qualsiasi cosa pur di salvare la pelle e il cui marciume trova l’ingorgo finale nell’imbuto di questa città. Atroci e nei, i due libri sono due mostri straordinari nati come improvvise deflagrazioni nella letteratura eteroclita del dopoguerra, scritti da un uomo che soffriva e che cercava di simulare la sua sofferenza nascondendosi dietro tutte le maschere possibili per soffocare il grido dell’umiliazione e dei nostri errori. Con questi due sorprendenti tableaux della miseria, Malaparte ci trascina in un mondo ignobile e odioso, da incubo inquietante e magico, dove anche qualche raro fiore è strano e velenoso, quasi sbocciato da un’apocalisse. I suoi occhi, diversi dai nostri, gettano lontano lo sguardo per individuare le menzogne della Storia e vedono l’orribile vessillo di una bandiera fatta di pelle umana. È estremamente fuorviante e riduttivo parlare di giornalismo.

La seconda parte della vita di Malaparte. Il giovane fascista si avvicina al partito comunista e, prima della morte, sembra intraprendere la via della fede

A queste due domande, molto complesse, non è possibile rispondere brevemente se non correndo il rischio di non farsi capire o di semplificare l’argomento. Posso soltanto dire che il cosiddetto “avvicinamento al partito comunista” è uno dei tanti luoghi comuni, e quindi falsi, che costellano la vita dello scrittore e che ne hanno deformato il senso e la verità attraverso una delle tante etichette che gli hanno attaccato addosso, appositamente manipolate per definirlo come uno che “cambiava di fronte” secondo le convenienze ideologico-politiche del momento. In realtà la famosa tessera del Partito Comunista Italiano che fu ritrovata dopo la sua morte fu spacciata come richiesta di iscrizione da parte di Malaparte al P.C.I. mentre invece fu offerta da Togliatti e spedita per posta alla clinica dove lo scrittore era ricoverato morente. Capirà che un conto è una tesserarichiesta da uno come Malaparte ad uno come Togliatti e un conto è una tessera offerta da uno come Togliatti a uno come Malaparte. I due si incontrarono a Capri nell’aprile del 1944 ed è da quel momento che ha inizio questa ridicola storia di partito, complice un’Autobiografia dello stesso Malaparte che Togliatti pubblicò su “Rinascita” dopo la morte dello scrittore, “dimenticando” volutamente un piccolo particolare: che i due si erano già scontrati su questo punto, che Malaparte aveva smentito (da vivo) questa circostanza e che Togliatti aveva riconosciuto l’errore, errore che una volta morto Malaparte (che non poteva più smentire) fu ambiguamente riproposto da parte del P.C.I. perché ovviamente bisognava far circolare la notizia che Malaparte da fascista era diventato (convertendosi in punto di morte) comunista. E così è stato. Ma non è vero!

Quindi è il Malaparte comunista è un mito che possiamo ufficialmente sfatare…

Dimostrarlo sarebbe troppo lungo, ma mi sia consentito dire che io stesso ho ricostruito tale vicenda e posso solo segnalare le sedi in cui l’ho fatto, tutte per altro consultabili (basta avere la voglia di conoscere la verità, che non sempre conviene): la prima sede è quella della rivista di Prato intitolata “Prato Storia e Arte” numero 88/89 del dicembre 1996 circolata per il Convegno del Centenario della nascita, dove ripubblicavo l’Autobiografia in questione seguita da un saggio (che occupa le pagine 7-58) intitolato Malaparte, Togliatti ed altro; la seconda sede è stata in una miscellanea di “Studi in onore di Franco Lanza” pubblicata presso l’Università dove insegno dalla Casa Editrice Sette Città di Viterbo nel 2003 con un saggio intitolato Malaparte e Togliatti (A proposito di un’Autobiografia) nelle pagine 193-213; la terza sede è stata quella di un Convegno di Italianisti, i cui Atti (intitolati: Memorie, autobiografie e diari nella letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento) sono usciti nel 2008 presso le Edizioni ETS di Pisa ed il saggio (che occupa le pagine 711-720) è intitolatoUn’Autobiografia di Curzio Malaparte (False verità e verità falsificate). Per l’altra conversione riguardante la fede, per la quale come è noto non esistono testimonianze, ma solo la dichiarazione del gesuita Padre Virginio Rotondi che restò da solo con lui fino alla morte (ed uscendo dichiarò la conversione), vorrei solo ricordare che Malaparte era di origine tedesca e protestante e che tutta la sua opera (e la sua vita) è pervasa da un cristianesimo originario ed essenziale che rivela più fede (non cattolica) di quanto si possa immaginare: basta leggere le sue opere, e non solo il sopra citato La rivolta dei santi maledetti, ma Kaputt o La pelle o qualche racconto, si pensi soprattutto al suo film Il Cristo proibito (e via dicendo) e vi si ritroverà scritto del Cristo, della croce, della rinuncia, del perdono, del sacrificio, della colpa, della sofferenza, della pietà, della morte di Dio, dell’innocenza, del riscatto del mondo…che la dicono lunga sulla sua vera fede.

Come descriverebbe lo stile dello scrittore Malaparte?

Non posso fare altro che confermare quanto ho scritto nell’Introduzione del “Meridiano” delle Opere di Malaparte da me curato per la Mondadori. Vale a dire che perseguendo la poetica del sorprendente e del racconto fantastico, insieme ricco di profondo significato umano, lo scrittore è capace di consegnarci una sorta di moltiplicazione dell’esistere, come in uno specchio: lo specchio nascosto dentro di noi. Si affollano così storie vissute e proiezioni immaginarie, il reale si trasforma in fantasticheria, con brani impregnati di inquietudini, di memorie, di visioni. Abile nella costruzione poetica, nella perfetta narrazione lirica, elegante nelle immagini, classico nello stile, Malaparte è stato capace con la verità dei fatti narrati, ma trasformati dall’arte, a farci “sentire” con la sua scrittura addirittura gli odori, a farci “vedere” i colori, a farci “udire” i suoni: cosa che soltanto un letterato puro sa fare, fuori dagli schemi del neorealismo del suo tempo, dai modelli ideologici degli anni in cui è vissuto, dalle formule letterarie, dalle impostazioni artistiche ma che sa usare simboli e allegorie e capace di creare in poche pagine un mondo (il suo mondo magico) dove paesaggi, avvenimenti e figure nascono dalla tristezza e dal timore, dall’amore e dall’angoscia, dal sogno e dal mistero, dall’incanto e dalla meraviglia. Tra razionalismo ed surrealismo, segnato dalla morte che è stata la sua inseparabile compagna di strada dentro di lui.

Cosa l'ha spinta ad approfondire la figura di Malaparte? Quale opera consiglierebbe di leggere o rileggere, per la sua attualità o per il suo valore?

L’interesse per Malaparte è dovuto al “caso”, ovvero alle occasioni che si presentano a chi vive nel mondo universitario. Quando cioè mi venne offerta dall’editore Mursia di Milano la stesura di un volumetto della collana “Invito alla lettura” nel 1975, dal momento che chi doveva farlo non poteva più portare a termine il contratto, e così nel 1977 uscì il mio Invito alla lettura di Malaparte. Poi il responsabile degli “Oscar” Mondadori mi affidò la curatela di diverse opere, il conseguente contatto con i famigliari, l’opportunità di pubblicare alcuni inediti (due sceneggiature per le Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli: Il Cristo proibito e Lotta con l’angelo), poi la curatela delle Opere sceltenella collana dei “Meridiani” della Mondadori e poi via via saggi, ricerche, interventi…ed ogni volta era una scoperta diversa, un continuo approfondimento, una ricerca incessante, una necessaria verifica, perché più andavo avanti e più scoprivo che nulla era vero di quello che si conosceva, che tutto era stato falsato, che molto era stato costruito ed artefatto e che, quindi, bisognava compiere un’operazione di verità letteraria e culturale. Tutto qui: molto semplice e tutto estremamente complicato. Bisogna perciò leggerlo tutto, per capire: cioè leggere l’opera e non le critiche condizionate dall’ideologia e bisogna partire dal primo libro La rivolta dei santi maledetti (su Caporetto e la prima guerra mondiale che lo vide volontario a 16 anni), passare per gli scritti politici e di sindacalismo, per la Tecnica del colpo di Stato (dove si parla di Hitler, di Mussolini, di Trotzki ed altri) per comprendere come le rivoluzioni si trasformano in dittature e come le dittature vengono fatte passare per rivoluzioni, leggere le magiche pagine di prosa d’arte dei Racconti, e quindiKaputt e La pelle, Maledetti toscani e Benedetti italiani, gli interventi giornalistici di Battibecco su “Tempo”, le corrispondenze dal fronte orientale Il Volga nasce in Europa e via dicendo: tutti hanno un valore in sé e tutti hanno un’impressionante attualità, dal momento che contribuiscono a capire meglio e in modo diverso ciò che è stata la nostra letteratura e la nostra cultura, il nostro costume e la nostra ideologia nella prima metà del Novecento, il periodo in cui Malaparte è stato, malgrado il silenzio, un indiscusso protagonista (sui fronti di guerra di tutta Europa e non a tavolino) col quale bisogna ancora fare i conti, nonostante le omertà intellettuali, anche perché è stato un testimone, forse scomodo, di un’epoca tutta da riscrivere.

L'Occidentale