29 ottobre 2009

Tranquilli, sto facendo un servizio delle iene

Une delle cose migliori del mio mestiere è che il giorno che dovessero beccare me con un trans e la bamba sul tavolo potrei sempre dire: "Tranquilli, sto facendo un servizio delle iene".
Luca Bizzarri,
e i vantaggi di essere Iene

Le loro spoglie nelle bandiere



La lettera del soldato Hoh fa discutere l'America sul futuro dell'Afghanistan

“Caro ambasciatore Powell, è con grande rammarico e delusione che rassegno le mie dimissioni dal ruolo di funzionario politico del Servizio Estero e rappresentante civile del governo statunitense nella provincia di Zabul”. A prima vista sembrerebbe una lettera di dimissioni come tante, ma il testo in questione – datato 10 settembre e firmato Matthew P. Hoh – rappresenta invece un duro colpo per la politica estera americana e l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Pubblicata con grande enfasi dal “Washington Post” e accompagnata da un’intervista all’autore dimissionario, la lettera va infatti a colpire molti nervi scoperti: la guerra in Afghanistan, il suo significato e le reali possibilità di vittoria contro i talebani.

Andiamo con ordine. Matthew Hoh è un fiore all’occhiello del ministero della Difesa statunitense: ex capitano dei Marine, il ragazzo lavora al Pentagono e in seguito al dipartimento di Stato americano in Iraq. Una carriera brillante, culminata con un prestigioso incarico in qualità di funzionario del Servizio Estero nella provincia afgana di Zabul: “Era un’occasione – spiega Hoh a Karen DeYoung del “Washington Post” – per utilizzare le abilità di sviluppo imparate Tikrit, sotto una nuova amministrazione che aveva promesso una nuovo approccio militare”. Il primo incarico di Hoh in Afghanistan è quello di rispondere a una domanda strategica: perché l’esercito americano ha operato per anni nella valle di Korengal, dove sono morti molti soldati?

Hoh indaga, e presto trova una risposta: “Per nessuna ragione”. La gente del Korengal, secondo Hoh, non voleva gli americani, e le rivolte nella regione sono incominciate solo dopo l’arrivo dell’esercito: l’esperienza, osserva il funzionario, “mi ha insegnato quanto fossero localizzate le insurrezioni. Un gruppo in questa valle non ha nessuna connessione con gruppi distanti non più di due chilometri”. L’esperienza di Korengal è all’origine dei primi dubbi di Hoh, rafforzatisi in occasione di elezioni – quelle del 20 agosto, il cui risultato è stato annullato dalle Nazioni Unite – caratterizzate da scarsa affluenza e da brogli macroscopici. La misura è colma: Hoh si dimette, sperando di convincere tutti gli americani che le cose in Afghanistan non vanno per niente bene.

Arriviamo così alla lettera, un vero e proprio “memoriale strategico” di quattro pagine scaricabile dal sito del “Washington Post”. Prima di tutto, Hoh spiega il perché delle dimissioni: “Nel corso di cinque mesi di servizio, ho perso la comprensione e la condivisione dei motivi alla base della presenza americana in Afghanistan”. In altre parole, “come fecero i sovietici, continuiamo a proteggere e sostenere uno Stato fallimentare, incoraggiando un’ideologia e un sistema di governo sconosciuto e non voluto dalla popolazione”. Persino l’insorgenza delle valli Pashtun, agli occhi del funzionario, è comprensibile: i militanti, infatti, “non combattono per i talebani, ma contro la presenza di soldati stranieri e le tasse imposte da un governo non riconosciuto”.

Gran parte delle riflessioni di Hoh è incentrata sul governo nazionale, principale ostacolo della strategia americana in Afghanistan. Quattro, secondo il funzionario, sarebbero gli errori commessi da Karzai, incurante “delle vite e dei dollari persi dagli americani”: non aver combattuto la corruzione e i traffici illeciti, aver scelto signori della droga e della guerra come collaboratori, aver favorito l’ascesa di leader provinciali del tutto disinteressati alla pacificazione del Paese e, per finire, l’essere corresponsabile delle enormi frodi registrate in occasione delle elezioni del 20 agosto. “Il nostro supporto a un simile governo – osserva Hoh – insieme all’incapacità di comprendere la vera natura dell’insurrezione, mi ricorda orribilmente il nostro impegno nel Vietnam del Sud”.

Passando alle forze militari, Hoh non mette in discussione la loro qualità: “Nessuna nazione ha mai conosciuto un esercito maggiormente impegnato, ben addestrato, con esperienza e militarmente disciplinato”. Il problema, insomma, non sono gli uomini ma la strategia: “Questi non sono i teatri europei della Seconda Guerra mondiale”, sottolinea il funzionario, “ma è una guerra diversa, per la quale i nostri leader non hanno preparato a sufficienza i nostri uomini sul campo”. Senza contare, passando al problema del terrorismo internazionale, che per prevenire un ritorno di al-Qaeda in Afghanistan “dovremmo invadere anche il Pakistan, la Somalia, il Sudan, lo Yemen…”: una provocazione, certo, ma resta il fatto che “per seguire la logica alla base dei nostri obiettivi dovremmo presidiare il Pakistan, non l’Afghanistan”.

La lettera di Hoh – che si chiude con un ricordo di “tutti gli uomini e le donne che sono ritornati a casa con ferite fisiche e mentali, molte delle quali non si rimargineranno più” – ha colpito l’America: “Potete leggere molti editoriali sull’Afghanistan – ha scritto Jonathan Alter su “Newsweek” – di gente che non sa di cosa stia parlando, oppure potete leggere Hoh”. Il “Washington Post”, tra l’altro, ha reso nota l’intervista al funzionario nelle stesse ore in cui, con la perdita di otto soldati americani, quello di ottobre è diventato il mese con il maggior numero di morti statunitensi dal 2001 ad oggi. Senza contare, ovviamente, che proprio in queste settimane il presidente Barack Obama dovrebbe prendere una decisione dell’invio dei nuovi rinforzi richiesti dal generale Stanley McChrystal.

A questo proposito, secondo il “Christian Science Monitor”, “Matthew Hoh, forse non volontariamente, è diventato il ragazzo immagine del vice Presidente Joe Biden e di tutti gli americani che guardano con scetticismo ad un incremento delle truppe in Afghanistan”. Un tema sul quale Obama, secondo quanto dichiarato dal portavoce Gibbs, si esprimerà presto: già questo fine settimana, infatti, è in programma un incontro tra il presidente e i vertici delle forze armate. Nell’ormai celebre intervista al “Washington Post”, Hoh non ha risparmiato i consigli: per il futuro, il funzionario “suggerirebbe una riduzione delle truppe”, “maggior supporto al Pakistan”, “miglior comunicazione e propaganda nei confronti della popolazione” e “pressione su Karzai perché faccia piazza pulita della corruzione al governo”. Staremo a vedere.

L'Occidentale

28 ottobre 2009

Il Pd si suicida

Se il Pd rifluisce sulle posizioni della sinistra socialista o se punta alla Grande Coalizione, il Pd si suicida. E, nel breve periodo, una coalizione che metta insieme l'Udc e la sinistra radicale è semplicemente impensabile. Ci vuole un'alleanza riformista, che abbia però al centro un partito grande, un partito di centrosinistra.
Walter Veltroni,
quando ha ragione ha ragione...

Difficile capire il patriottismo

Mi è sempre risultato difficile capire il patriottismo. Proclami del tipo «Amo la Spagna» (o l'Inghilterra, la Scozia, l'Italia, la Catalogna, la Galizia, è lo stesso) mi suonano falsi e vuoti, oltre che inverosimili, perché nessuno è propenso ad «amare» così, in blocco, un intero Paese, e ancora meno una metafora o un concetto. Al massimo, si può amare un certo numero di persone nel corso della propria vita, a prescindere dal loro luogo di nascita o dalla lingua che parlano.
Javier Marias,

26 ottobre 2009

Patrick e Marrazzo



"Ma questa storia", cioè storia di Marrazzo, "dove l'ho già letta o vista o sentita" chiede Aldo Grasso: semplice, in Dirty Sexy Money, dove "uno dei figli, il primogenito Patrick, vuole fare carriera politica ma ha un amore adulterino con il transessuale Carmelita che potrebbe creargli non pochi problemi alla sua candidatura al Senato".

25 ottobre 2009

Giani Stuparich è una delle tante vittime illustri della scuola italiana

Come qualche lettore ricorderà, il viaggio de “L’Occidentale” tra i dimenticati del Novecento ha avuto inizio nella Trieste di Bobi Bazlen: oggi, a distanza di qualche mese, torniamo nel capoluogo del Friuli-Venezia Giulia per raccontare un altro grande scrittore, Giani Stuparich. A parlarci della sua vita, delle sue idee e delle sue opere è la professoressa Anna Storti Abate, docente di Letteratura italiana all’Università degli Studi di Trieste

Professoressa, che fine ha fatto Giani Stuparich?

Forse dal mio osservatorio triestino ho una percezione sbagliata della fortuna dello scrittore, ma a me non sembra che Stuparich sia un autore dimenticato. Non qui a Trieste, per lo meno. Sono uscite nuove edizioni delle sue opere più importanti, è stato pubblicamente ricordato lo scorso anno nel ciclo di conferenze che il Comune ha dedicato alla memoria della grande guerra, sono usciti e sono in corso studi critici sulla sua opera. Mi sembra che, se Stuparich non tocca vertici di celebrità come altri autori triestini, vi sia una attenzione costante e mai sopita per la sua opera.

Perché allora il mondo della scuola non gli dedica più spazio?

Devo riconoscere che Stuparich forse non è molto popolare, ma il discorso vale per molti altri autori della letteratura novecentesca. Quanti scrittori del Novecento sono entrati nel “canone” scolastico? Davvero pochi. E tra questi, molti, pur indicati come importanti, sono ugualmente poco letti in classe. Qualche anno fa un ministro aveva stabilito che l’ultimo anno della scuola secondaria fosse dedicato interamente allo studio del secolo XX, ma la direttiva è rimasta prevalentemente inapplicata. E Stuparich è una delle tante vittime illustri dell’incapacità della scuola italiana di affrontare la contemporaneità.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, lo scrittore si arruolò nel 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. L’esperienza è drammatica: perde il fratello e viene internato nei campi di concentramento austriaci. Perché scelse di andare in guerra?

Lo scoppio della guerra, nel 1914, aveva rappresentato per Stuparich una sconfitta, il crollo degli ideali coltivati fino allora, di cooperazione spontanea dei popoli verso un obiettivo comune di civile convivenza. Tuttavia, dopo l’inizio del conflitto europeo, anch’egli si era convinto – come Slataper e altri rappresentanti dell’interventismo democratico – che ormai l’unica possibilità perché gli italiani della Venezia Giulia vedessero riconosciute le loro aspirazioni nazionali era che l’Italia dichiarasse guerra all’Austria, a fianco dell’Intesa. Aderì alla guerra come a una necessità, pur rilevando la contraddizione irrisolta esistente tra i suoi ideali liberal-democratici e le aspirazioni nazionali che ormai potevano trovare soddisfazione solo in quel modo violento.

Quali ha effetti ha sortito la guerra sulla sua poetica?

Il conflitto permise la realizzazione degli ideali nazionali, ma non venne mai mitizzato dallo scrittore, che, pur non rinnegando le motivazioni che lo avevano indotto a parteciparvi, tuttavia fu sempre molto fermo, per tutta la vita, nel denunciare le atrocità delle guerre e l’inutile sperpero di vite che esse comportano. A questo tema dedicò buona parte della sua opera - memorialistica, narrativa e saggistica - fino all’ultimo romanzo, Simone, che, pur ambientato in un’altra epoca, è dominato dal pensiero minaccioso e opprimente di un nuovo possibile conflitto nucleare.

Dalla prima guerra mondiale derivano alcune delle sue opere più importanti, tra cui Colloqui con mio fratello e Guerra del ‘15. Cosa ci può dire di questi libri?

I Colloqui con mio fratello sono un libro di scavo interiore e di riflessioni filosofiche in dialogo immaginario col fratello Carlo, morto eroicamente nel conflitto. Stuparich vi si dedicò dopo il rientro dalla guerra e dalla prigionia, allo scopo di fare i conti con quelle esperienze dolorose e rielaborare il lutto. Guerra del ’15, che uscì nel 1931, è il frutto della risistemazione degli appunti presi a caldo durante i due primi mesi di guerra a Monfalcone, quando Giani partecipò nelle trincee del Carso alle prime due sanguinose battaglie dell’Isonzo. Il libro conserva tutte le caratteristiche di immediatezza e vivacità, tipiche della scrittura a caldo, ed è oggi ancora molto interessante non solo e non tanto per chi voglia conoscere i momenti del conflitto dei quali lo scrittore fu testimone e partecipe, ma soprattutto per chi sia interessato a comprendere le reazioni psicologiche individuali di un giovane volontario di fronte alla realtà brutale, per molti aspetti imprevista, della guerra: le fatiche fisiche, i disagi derivanti dalla sporcizia, dal fango, dal puzzo, dai disturbi fisici, dalla mancanza di sonno, la constatazione dell’impreparazione dell’esercito italiano, e, cosa più terribile per lui, la scoperta della difficoltà a stabilire rapporti umani con i commilitoni e con molti ufficiali.

La brutalità della guerra letta con la sensibilità di uno scrittore, insomma…

Sì. In opposizione alla retorica bellicista del fascismo, Stuparich preferisce sottolineare le conseguenze generate dalla guerra sulla natura e sull’uomo, le conseguenze psichiche che essa produce, l’incrinatura che essa genera perfino nei valori morali e ideali più alti, e il lettore viene inevitabilmente indotto a una condanna universale della guerra, come di una realtà malefica in grado di travolgere tutto e tutti e di portare i suoi influssi anche nel più profondo delle coscienze degli uomini e delle donne.

Con l’avvento di Mussolini, Stuparich va incontro ad altri drammi, tra cui un breve internamento alla Risiera di San Sabba. Quali sono stati i suoi rapporti con il regime?

Giani Stuparich - come il fratello Carlo - fu insignito della medaglia d’oro al valor militare, era uno degli eroi di guerra attorno ai quali il fascismo costruì un mito retorico fondamentale della sua propaganda. Per questo venne sempre blandito dal regime, che avrebbe gradito e caldeggiato l’appoggio esplicito dello scrittore, il quale invece durante il ventennio non pronunciò mai una sola parola a sostegno del regime, rifiutò la tessera del partito e preferì condurre una vita appartata, dedicandosi interamente all’insegnamento e all’attività di scrittura. Tutti coloro che sono stati suoi allievi concordano, però, nel ricordare la lezione di libertà che Stuparich seppe trasmettere nella scuola, controcorrente rispetto alle parole d’ordine del regime.

Stuparich ha sfidato apertamente il fascismo?

Nelle rarissime occasioni in cui non potè sottrarsi alla necessità di parlare in pubblico, i suoi interventi furono certamente estranei alla retorica ufficiale. Ne è un esempio il discorso tenuto, nel 1923, ai docenti e agli studenti del “suo” Liceo Dante, in occasione del rientro della salme dei triestini caduti nella I guerra mondiale: un discorso tutto imperniato sui valori della pace e assolutamente contrario alla retorica celebrativa del “combattentismo” e della guerra allora imperante. Con il passare del tempo, per la sua sempre più evidente irriducibilità alle direttive del regime - soprattutto dopo il successo del romanzo Ritorneranno –, lo scrittore fu fatto oggetto di una campagna di stampa, dalla quale derivò anche l’episodio dell’arresto da parte delle SS tedesche e dell’imprigionamento nella Risiera di San Sabba.

La biografia di Stuparich ci porta a parlare dei rapporti con la sua città… Qual è stato il ruolo dello scrittore nella lotta per una Trieste italiana?

Ci sono due momenti nella storia di Trieste, e quindi nella vita di Stuparich, in cui si pose con forza la questione dell’italianità della città e della Venezia Giulia. Il primo, di cui abbiamo già parlato, è quello della battaglia interventista, che vide Stuparich, che non aveva mai voluto confondersi con gli irredentisti (e che rifiutò sempre per sé questa definizione), combattere al loro fianco a favore dell’intervento dell’Italia contro gli Imperi centrali e poi coerentemente arruolarsi volontario nel 1915. Il secondo momento è quello della fine del secondo conflitto mondiale, quando il destino di Trieste rimase per lunghi anni sospeso o oggetto di contrattazione fra le potenze vincitrici. Stuparich visse con profondo dolore le drammatiche vicende che segnarono la storia di Trieste e dell’Istria nel secondo dopoguerra (l’occupazione jugoslava, quella degli alleati, la divisione della zona A dalla zona B, l’esodo degli italiani dall’Istria) e denunciò il fatto che i destini dei popoli ancora una volta venissero decisi dai potenti del mondo, incuranti delle aspirazioni e delle esigenze delle popolazioni. La sofferenza era acuita dalla piena consapevolezza che, di fronte al sovvertimento che stava coinvolgendo l’Europa e il mondo intero - con la divisione in blocchi, la guerra fredda, ecc. –, la questione di Trieste e il dramma delle popolazioni giuliane non potevano che apparire come marginali.

Due opere di Stuparich – L’isola e Ritorneranno – hanno ottenuto un grande apprezzamento critico. Lei cosa pensa di questi libri?

L’isola è un gioiello, per la capacità dello scrittore di condensare nella dimensione del racconto una grande ricchezza di motivi, affrontati con felice semplicità e linearità di stile: il complesso rapporto con il padre, di cui il protagonista scopre le qualità e i valori solo pochi giorni prima della sua morte, il confronto della visione del mondo di due generazioni, il legame con l’isola da cui era venuta la sua famiglia, rappresentata nelle sue luci e i suoi colori e nella forza delle sue genti. Ritorneranno non ha la stessa perfezione. È un lungo romanzo, non esente da difetti, che narra la storia di una famiglia triestina, divisa e travolta dalle vicende della prima guerra mondiale: la narrazione è talvolta prolissa, altre volte tendente al patetismo. Ma nonostante ciò è un’opera interessante e al tempo stesso coinvolgente…

Perché?

Interessante, perché vi troviamo efficacemente rappresentati molti temi che la storiografia più recente ha indicato come caratteristici della prima guerra moderna, di massa, e anche molte questioni scomode (la disorganizzazione dell’esercito italiano, gli errori strategici compiuti dagli alti comandi militari, la superbia di classe degli ufficiali incapaci di parlare ai loro uomini); vi si narra inoltre anche un episodio che la storiografia nazionalista cittadina aveva preferito passare sotto silenzio: la manifestazione attuata dal proletariato triestino il 24 maggio 1915 contro l’ingresso in guerra dell’Italia. Coinvolgente, per la comprensione, che lo scrittore è in grado di comunicare, dello stato d’animo dei combattenti, non solo di quelli italiani ma anche di quelli che avevano combattuto dall’altra parte e che avevano provato sofferenze non dissimili. Questa fu una delle ragioni, credo, per le quali questo libro fu tanto amato dai reduci della seconda guerra mondiale e continua a trasmettere un sentimento di solidarietà umana, che di per sé porta al rifiuto di ogni forma di conflitto.

Quale opera di Stuparich, a suo parere, meriterebbe di essere riscoperta?

Trieste nei miei ricordi. È un testo nel quale si intrecciano memorialistica e saggistica storica e filosofica, analisi della realtà e scavo interiore, riflessioni ed emozioni, pubblico e privato, in una sintesi originale, che rende questo libro, a mio avviso, uno dei più belli dello scrittore triestino.

Oltre che letterato, Stuparich ha scritto per molti giornali – “La Voce”, “La Stampa”, “Tempo” – e ha lavorato per “Radio Trieste”. Cosa ci dice dello Stuparich giornalista?

L’esordio nel mondo delle lettere di Stuparich avvenne proprio sulle pagine di una rivista, «La Voce» fiorentina, che pubblicò nel 1913 i suoi primi scritti sull’Austria e sulla Boemia. Lo scrittore ebbe poi una breve esperienza di giornalismo militante nel 1919, quando ottenne l’incarico di corrispondente da Trieste dell’«Azione» di Genova. Ma gli bastarono pochi mesi per capire che quel lavoro non faceva per lui, a causa dei ritmi incalzanti che imponeva alla scrittura. Tuttavia, come lei ricordava, non abbandonò del tutto la collaborazione con la stampa quotidiana, anche se prevalentemente con scritti d’altro genere, con “elzeviri” per la terza pagina, nei quali poteva esporre, nelle forme pacate che gli erano più congeniali, le proprie riflessioni sulle questioni più varie, di natura politica, morale, storica, letteraria. Pubblicò anche alcuni racconti, che solo in parte vennero riproposti nella raccolte di novelle pubblicate in seguito.

Lo scrittore ha collaborato con i periodici fino alla fine della sua vita…

Dal 1932 al 1961, l’anno della morte, pubblicò una mole considerevole di scritti, alcune centinaia di pezzi, che recentemente sono stati editi – in parte - in due volumetti antologici da Sandra Arosio, che in tal modo ha salvato dall’oblio questi scritti. Non si tratta di esercizi di stile fini a se stessi, tipici di quella “prosa d’arte” che caratterizzava al tempo le terze pagine dei giornali, ma di prose sostenute da un forte impegno morale, nelle quali trasmetteva con sincerità la sua visione del mondo e i valori umani nei quali credeva fermamente. In questi scritti si coglie l’urgenza di entrare in sintonia con un pubblico di lettori vasto ed eterogeneo, condividendone affetti, preoccupazioni, sofferenze. Questo è particolarmente evidente negli scritti che risalgono al ventennio, nei quali si affrontano temi solo apparentemente astorici, in realtà oggettivamente opposti ai miti e alla retorica ufficiale. La stessa ansia comunicativa è percepibile nelle conversazioni radiofoniche di Stuparich, anch’esse molto numerose e pubblicate in minima parte, che sono un terreno ancora tutto da esplorare da parte degli studiosi.

L'Occidentale

23 ottobre 2009

Sopprimere no, decapitare sì

RCD, 19.37: Il consigliere regionale della Lega Nord dell'Emilia-Romagna, Mauro Manfredini, ha confermato di essere stato iscritto, su Facebook, al gruppo 'Sopprimiamo Franceschini'. "Mi scuso per l'accaduto - ha detto - sebbene la responsabilità sia mia, la volontà di decidere l'adesione al gruppo è stata presa a mia insaputa".

Il finale dell'agenzia è geniale: Manfredini si è cancellato dal gruppo 'Sopprimiamo Dario Franceschini', continua invece a far parte del gruppo 'Quelli che vogliono decapitare Romano Prodi'.

In stasi perpetua


Dopo Noemi, e in attesa di Becucci, è il turno dei Bastard Sons Of Dioniso: è uscito il primo album del gruppo trentino, "In stasi perpetua".

22 ottobre 2009

Una firma per Radio Radicale

Dopo oltre trent'anni di onorato servizio, Radio Radicale rischia di chiudere i battenti: qui la storia della radio e i motivi che potrebbero portarla al fallimento. Invito tutti a FIRMARE QUESTA PETIZIONE: salviamo il miglior servizio pubblico italiano.

Una coniglietta gialla





Marge Simpson, coniglietta per "Playboy".

Il rapporto Goldstone è un colpo basso ai palestinesi che vogliono la pace

Dopo mesi di indagini sull’operazione militare “Piombo fuso” – condotta dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 – Richard Goldstone ha presentato le proprie valutazioni al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che le ha accolte a maggioranza assoluta. Il rapporto redatto dal giudice sudafricano, che accusa Israele e Hamas di “possibili crimini contro l’umanità”, passa ora all’Assemblea generale dell’Onu, dove verrà discusso entro la fine dell’anno. Durissima la reazione israeliana: mentre il premier Netanyahu, su consiglio di Gordon Brown e Nicolas Sarkozy, sta valutando la possibilità di commissionare un’indagine indipendente sulla condotta dell’esercito, Tzipi Livni ha definito il Consiglio per i diritti umani “un organo criminale, che agisce in modo criminale soprattutto contro lo Stato d’Israele”.

L’irritazione della leader di Kadima è comprensibile: a fronte di un rapporto che accusa tanto Israele quanto Hamas, il Consiglio delle Nazioni Unite sembra aver preso per buone solo le critiche rivolte all’esercito israeliano. “La guerra al terrorismo di Israele non riguarda solo noi” ha dichiarato la Livni: sostenere le operazioni militari israeliane, secondo l’ex ministro degli Esteri, “non vuol dire sostenere Israele contro i palestinesi, ma contro coloro che non vogliono vivere in pace e vogliono imporre l’ideologia dell’estremismo islamico”. In questi giorni, in Israele, sono in molti a pensarla come lei: l’impressione generale è che le Nazioni Unite, restie a condannare Hamas ed Hezbollah per i lanci di razzi contro lo Stato ebraico, siano invece prontissime a condannare Israele per ogni azione militare giustificata da scopi difensivi.

Al di là delle valutazioni politiche, il rischio maggiore è che la faziosità della risoluzione del Consiglio per i diritti umani finisca per ostacolare ogni possibile accordo tra israeliani e palestinesi. Dopo aver abbandonato la Striscia di Gaza, infatti, Israele ha visto crescere ai propri confini un territorio ostile, origine dei razzi sparati quotidianamente sulle sue città: quando però ha cercato di difendersi, la sua azione militare è stata bollata come un “crimine contro l’umanità”. Perché, allora, Israele dovrebbe abbandonare altri territori, col rischio che diventino a loro volta basi terroristiche? “Condannati quando agiscono e condannati quando non agiscono”, scrive Danny Ayalon sul “Jerusalem Post”, “gli israeliani si stanno ora chiedendo se tanti sacrifici siano realmente giustificati”.

Ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti e attuale viceministro degli Esteri, Ayalon è tra gli esponenti politici più preoccupati per le possibili conseguenze di una risoluzione che “ribalta la realtà dei crimini di Hamas, condannando la vittima e non i reali responsabili dei crimini di guerra”. La condanna delle Nazioni Unite, prima di tutto, metterebbe in grave difficoltà i palestinesi più moderati e interessati alla pace con Israele: “Quando un organismo internazionale sostiene l’atroce condotta di Hamas”, scrive Ayalon, “Mahmoud Abbas perde la faccia, gli Stati arabi moderati perdono terreno e l’asse Hezbollah-Siria-Iran diventa più forte”. Ma le conseguenze nefaste, secondo il viceministro, non si limiterebbero all’area mediorientale.

Secondo Ayalon, infatti, la risoluzione creerebbe anche “un nuovo ostacolo nella battaglia globale contro il terrorismo”: attaccando Israele e non Hamas, il Consiglio per i diritti umani garantirebbe immunità ai terroristi e restringerebbe le possibilità di autodifesa da parte degli Stati attaccati. Il problema non è di poco conto, se si pensa che la tattica di Hamas (ed Hezbollah) potrebbe “essere imitata da terroristi in tutto il mondo, a danno delle democrazie che combattono il terrorismo e mettendo in pericolo le vite di milioni di civili innocenti”. Tornando al rapporto Goldstone, comunque, per Israele non tutto è perduto: da Ginevra, la palla passa ora all’Assemblea generale delle Nazioni Unite dovrà potrà essere respinto, dimostrando così che “il mondo supporta ancora i compromessi israeliani per giungere alla pace”.

L'Occidentale

21 ottobre 2009

"Cast Lead" secondo Kemp

Il colonello Richard Kemp dice la sua sull'operazione militare israeliana "Cast Lead" nella Striscia di Gaza:

13 ottobre 2009

Il Nobel Obama e l'Obama-Silvio

Secondo il "Washington Post", il premio Nobel per la Pace Barack Obama avrebbe segretamente inviato altre truppe in Afghanistan. La Casa Bianca, intanto, attacca Fox News: "We’re going to treat them the way we would treat an opponent". Vi ricorda Berlusconi contro "Repubblica"? Anche a me.

Gli Usa vogliono capire se Karzai ha vinto e salverà l'Afghanistan

Le code ai seggi, le minacce talebane, l’apparente riconferma di Hamid Karzai e le immediate accuse di brogli. Ricordate? Sono passati due mesi dalle elezioni in Afghanistan, e il mondo – Stati Uniti in testa – aspetta ancora i risultati ufficiali delle urne. Ma in attesa del responso, osservato speciale dell’amministrazione americana è anche il Pakistan: in questi due Paesi, infatti, si gioca la vera battaglia contro al Qaeda. Gli analisti, del resto, concordano: per sconfiggere il terrorismo internazionale, l’Occidente ha bisogno di un governo afgano stabile e di un crescente impegno pakistano contro le basi del terrorismo.

Partiamo dalla situazione afgana. Dopo settimane di attesa, la commissione elettorale dovrebbe annunciare nei prossimi giorni i risultati definitivi delle elezioni: sul campo, però, la polemica è forte. Kai Eide, il norvegese a capo della missione Onu nel Paese, è accusato da più parti di aver coperto numerose irregolarità emerse dai seggi. Accuse che Eide respinge al mittente: “È stato sostenuto che le frodi ammontano al 30%, ma in questa fase non c’è modo di sapere qual sia il livello dei brogli”. Secondo i primi risultati, subito contestati e oggetto d’indagine, Hamid Karzai avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta delle preferenze (54,6%); se così non fosse, l’ex presidente potrebbe andare al ballottaggio contro Abdullah Abdullah.

Cosa succederà a Kabul? Due sono le possibilità. Al termine delle indagini, la commissione Onu potrebbe stabilire che le frodi non sono state decisive: in questo caso la vittoria di Karzai verrebbe confermata. Il rischio, allora, è che i seguaci di Abdullah scendano in strada: lo sfidante ha già dichiarato che rispetterà il responso della commissione internazionale, ma non potrebbe evitare che i suoi sostenitori – sentendosi defraudati – decidano di far sentire la loro voce. Anche Atta Mohammad Noor, governatore della provincia di Balkh e sostenitore di Abdullah, prevede fermenti in caso di vittoria di Karzai, il quale ha provato a rasserenare il clima offrendo un posto nel governo al suo oppositore: la proposta, però, è stata prontamente rifiutata da Abdullah.

L’altra possibilità è che gli osservatori annullino molti dei voti attribuiti a Karzai, riportandolo sotto la soglia del 50% delle preferenze. In questo caso, gli afgani saranno richiamati alle urne per il ballottaggio tra l’ex presidente e Abdullah: secondo la legge, la nuova tornata elettorale dovrà tenersi entro due settimane dalla proclamazione ufficiale dei risultati. Le schede per un eventuale ballottaggio sarebbero già state stampate e si tornerebbe alle urne entro i primi giorni di novembre. Karzai resterebbe il candidato da battere, mentre l’Onu e le forze internazionali si troverebbero a fronteggiare il rischio di nuovi brogli e le reiterate minacce di attentati talebani contro i seggi.

Qualunque sia il risultato delle veifiche in atto – riconferma di Karzai o ballottaggio –l’Afghanistan resta un Paese sotto stretta osservanza. Gli Stati Uniti, infatti, premono perché Kabul possa avere al più presto un governo stabile: il segretario di Stato Hillary Clinton, intervistato dalla BBC, ha chiesto al futuro presidente di impegnarsi maggiormente nella cooperazione e nella lotta al terrorismo. Dopo aver esitato di fronte alla richiesta di un giudizio su Karzai – “il presidente è stato molto di aiuto su vari fronti”, ha commentato – la Clinton ha chiarito le richieste dell’amministrazione Obama: “Se i risultati assegneranno la vittoria a Karzai, ci dovrà essere un nuovo rapporto tra lui ed il popolo afgano, tra il suo governo e gli altri che stanno supportando gli sforzi per la stabilizzazione e la sicurezza dell’Afghanistan”.

Gli Stati Uniti, del resto, sanno bene che per sconfiggere al Qaeda in Afghanistan serviranno un governo solido e un esercito autonomo. Solo così, infatti, Kabul potrà collaborare con gli Stati Uniti alla lotta contro il terrorismo come sta già facendo il vicino Pakistan, sempre più l’obiettivo degli attacchi dei talebani. Pochi giorni fa, un commando di terroristi ha colpito il quartier generale dell’esercito a Rawalpindi: per liberare 40 ostaggi sono intervenute le forze speciali pakistane, e il conto finale parla di almeno 19 morti (tra cui 3 ostaggi, 8 soldati e almeno 8 terroristi). L’attacco è stato rivendicato dai Tahrik-e-Taliban, un gruppo legato ad al Qaeda.

A infastidire i talebani, sempre più indaffarati in Pakistan, sono le offensive antiterroristiche lanciate dal presidente Asif Ali Zardari. Gli attacchi terroristici, del resto, non sembrano aver scalfito la strategia governativa: a poche ore dal blitz per liberare gli ostaggi, aerei pakistani hanno colpito alcune roccaforti talebane nel Waziristan meridionale. I raid aerei, inoltre, potrebbero essere presto accompagnati da una più decisa azione di terra: secondo il ministro dell’Interno Rehman Malik, l’operazione sarebbe imminente. “Non c’è pietà per loro, perché il nostro intento è di respingerli” ha dichiarato Malik. Esattamente quello che l’amministrazione americana vuole sentirsi dire da Islamabad e, se sarà possibile, anche dal nuovo governo afgano.

L'Occidentale

11 ottobre 2009

Nel Nobel alla Letteratura c'è sempre più politica e meno qualità letteraria

Giovedì 8 ottobre, l’attesa è alle stelle: chi vincerà il Nobel per la letteratura? I bookmakers, scatenati, puntano su Amos Oz e Philip Roth; altri, scambiando i Nobel per i Grammy Awards, dicono Bob Dylan; l’Italia, come ogni anno, sogna Claudio Magris. A mezzogiorno in punto, il Segretario Permanente dell’Accademia Svedese Peter Englund apre la porta e annuncia che il premio è stato assegnato alla scrittrice Herta Müller, la quale “con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa, rappresenta il panorama dei diseredati”. Niente Oz, niente Roth: dopo il francese Le Clézio, ad essere premiato è un altro nome pressoché sconosciuto al grande pubblico.

La domanda sorge spontanea: chi è Herta Müller? Nata in Romania nel 1953, la scrittrice cresce nella cittadina di Nitchidorf, dove tutti parlano tedesco. Nel corso della seconda guerra mondiale, il padre ha servito nelle SS; la madre invece, nel 1945, è stata deportata in un campo di lavoro sovietico. Sin dalla giovinezza, letteratura e politica sono le stelle polari del futuro Nobel: negli anni settanta, Herta studia letteratura tedesca e romena, associandosi ad un gruppo di giovani autori che difendono la libertà d’espressione in opposizione alla dittatura di Ceausescu. Dopo la laurea, la Müller trova lavoro come traduttrice in un’industria meccanica: lavora per due anni, fino al 1979, poi viene cacciata per essersi rifiutata di collaborare con la polizia segreta della dittatura.

Il licenziamento segna un svolta nella vita della scrittrice. Negli anni ottanta si mantiene facendo la maestra d’asilo e dando lezioni private di tedesco, ma nello stesso tempo scrive libri: le sue opere, censurate in Romania, attirano ulteriormente su di lei l’attenzione della polizia segreta. Anni dopo, l’autrice riuscirà a mettere le mani sul fascicolo a lei intestato dalla temibile Securitate: si tratta di 914 pagine, in cui la Müller viene definita “un pericoloso nemico dello Stato da combattere”. A fronte delle crescenti pressioni, la scrittrice e il marito fuggono in Germania e Berlino diventa la sua casa: qui, divenuta membro dell’Accademia tedesca di letteratura, Herta continua a scrivere e arrivano premi sempre più prestigiosi. Fino all’8 ottobre 2009, giorno della consacrazione definitiva.

La nomina della Müller, l’abbiamo scritto, ha colto tutti di sorpresa. Il giorno prima dell’assegnazione però, basandosi su alcuni indizi, il blog “The Literary Saloon” – legato al sito “The Complete Review” – aveva indicato la romena come possibile vincitrice. A favorire la Müller, secondo “Saloon”, sarebbero state l’appartenenza ad una minoranza linguistica (“Una ragione non letteraria, ma nazionalità e linguaggio importano sempre”), le tematiche antitotalitarie, la scrittura sia in prosa che in poesia, i molti premi vinti in passato e, nei Paesi in cui l’autrice è più affermata, il generale favore della critica. Tra i possibili ostacoli alla vittoria, il blog citava la vicinanza ideale dell’autrice a Nobel recenti (Jelinek e Kertész su tutti), la limitatezza numerica delle sue opere e la loro difficoltà: limiti trascurabili, visto l’esito finale.

Ciò che ha più colpito l’Accademia è il tema portante della poetica della Müller: la sua stessa vita. Sin dal libro d’esordio, la raccolta di racconti “Niederungen” (1982), la scrittrice ha rappresentato i drammi delle minoranze e le violenze delle dittature, scrivendo di ciò che conosceva meglio: la Romania sotto il giogo di Ceausescu. Il suo libro più famoso – vincitore del prestigioso Impact Dublin Literary Award e tradotto in 15 lingue – è forse “Il paese delle prugne verdi” (1994): al centro del romanzo vi è la vita di quattro ragazzi nella Romania degli anni ottanta, tra dittatura ed aneliti di libertà fatti di libri e idee proibite. In Italia, Il paese delle prugne verdi è pubblicato da un piccolo editore di Rovereto, Roberto Keller: “Ci abbiamo sempre sperato” ha commentato a caldo, “lei è sempre stata apprezzata in Europa, anche se in Italia è poco conosciuta”.

Poco conosciuta è dire poco. A parte l’edizione di Keller – che ha portato l’autrice al Festival della Letteratura di Mantova, dove ha riscosso grande successo – per leggere un’opera della Müller tradotta in italiano bisogna tornare indietro nel tempo, almeno al 1987, anno in cui Editori Riuniti stampa Bassure, o al 1992 di In viaggio con una gamba sola di Marsilio. E proprio il fatto che una scrittrice poco nota sia stata preferita a “mostri sacri” della letteratura è fonte di polemiche. Secondo D’Orrico, critico del “Corriere della Sera”, la vittoria della Müller è la prova che “non va dato più nessun valore a questo premio”: “Se penso ai primi 5000 autori contemporanei al mondo” continua il critico “lei non c’è”.

Sono in molti a pensarla come D’Orrico. La verità è che nell’assegnazione del Nobel la qualità letteraria conta fino a un certo punto: l’Accademia, negli ultimi anni, ha prediletto altri criteri. Politici, per alcuni, umanitari, per altri: resta il fatto che i premi puntualmente negati ad autori israeliani (Grossman, Oz) e americani (McCarthy, Roth) iniziano a pesare. L’ultimo Nobel per la letteratura americano risale al 1993: a vincerlo fu la scrittrice Toni Morrison, 78 anni, oggi docente all’Università di Princeton. Intervistata da Maurizio Molinari de “La Stampa” a fine settembre, l’autrice ha detto al sua: “Dentro la giuria del Nobel c’è qualcuno a cui gli Stati Uniti non piacciono, ma credo che il tempo sia oramai maturo per assegnare a un americano il premio per la letteratura”.

Niente da fare, invece. Se qualcuno pensava che la presidenza Obama avrebbe spalancato le porte a Philip Roth o Cormac McCarthy, ha fatto male i suoi calcoli: il premio Nobel (per la pace, però) è stato conferito direttamente al presidente, con buona pace degli scrittori americani. D’Orrico, innamorato dell’autore di “Pastorale americana”, se la cava con una vecchia battuta di Giuseppe Pontiggia: “Ogni anno ci sono due premi Nobel per la letteratura: quello dato al vincitore e quello non dato a Jorge Luis Borges”. Sostituite Borges con Roth, e il gioco è fatto. Mentre le case editrici italiane si butteranno sulla Müller, completamente da scoprire, l’appuntamento è tra dodici mesi. Un pronostico? Tra i favoriti ci saranno Roth, McCarthy, Oz, Magris. Il vincitore sarà uno sconosciuto.

L'Occidentale

10 ottobre 2009

Silvio chiama, il "Corriere" risponde

Nel fiume di dichiarazioni seguite alla bocciatura del Lodo Alfano, il premier ha attaccato anche il "Corriere della Sera":
(ASCA) - Roma, 9 ott - Il Corriere della sera si e' trasformato ''da foglio conservatore della buona borghesia italiana a foglio di sinistra. Sentiamo la mancanza del Corriere che fu''. Cosi', il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi in conferenza stampa a Palazzo Chigi, ricordando che fu il quotidiano milanese a dare per primo la notiza dell'avviso di garanzia nel '94, durante il G8 di Napoli.
Qui la splendida risposta del direttore Ferruccio De Bortoli, qui quella del comitato di redazione.

09 ottobre 2009

Un grande discorso per un Nobel ridicolo

L’unico risultato del vertice tra Arabia Saudita e Siria è sul piano economico

Mercoledì 7 ottobre, aeroporto internazionale di Damasco. Il re saudita Abdullah scende dall’aereo, accolto dal presidente siriano Bashar al Assad: saluti e fotografie di rito, poi via verso il palazzo presidenziale per dare il via a una due giorni di incontri bilaterali.

Il vertice tra Assad e Abdullah – definito “cruciale” dalla stampa mediorientale – è effettivamente molto significativo: dal 2005, anno in cui l’ex premier libanese con passaporto saudita Rafik Hariri venne ucciso a Beirut, Siria e Arabia Saudita hanno rotto ogni rapporto; lo stretto legame tra Siria e Iran, poi, non ha certo contribuito a distendere i rapporti tra i due Paesi. Da qui l’importanza della visita di Abdullah, protagonista di un viaggio finalizzato a porre le basi – economiche e diplomatiche – per una normalizzazione dei rapporti tra due importanti attori dello scacchiere mediorientale.

Ad oggi, l’unico risultato tangibile del vertice si è registrato sul piano economico. Alla presenza di Assad e Abdullah, infatti, i due Paesi hanno firmato un accordo per abolire la doppia tassazione dei capitali e contrastare l’evasione fiscale: le misure adottate dovrebbero anche favorire un incremento degli investimenti tra i due Paesi. Maggior incertezza segna invece l’aspetto diplomatico dell’incontro: le due parti avrebbero discusso di politica internazionale, con particolare attenzione al conflitto israelo-palestinese. Al termine dell’incontro – nel corso del quale i due leader si sono scambiati medaglie dall’alto valore simbolico – un portavoce di Assad ha parlato di “eccellente coordinamento” tra Arabia Saudita e Siria, che va ad aggiungersi “al coordinamento di Damasco con la Turchia e l’Iran, atto a creare un clima ideale per affrontare le sfide che si pongono ai paesi arabi e islamici”.

L’affermazione di un “coordinamento” altro non è che la ricerca di una normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Al di là dei proclami ufficiali, infatti, due giorni non sono certo sufficienti per mettere fine a scontri che si trascinano da anni. Cosa divide i due Paesi? Tre sono le questioni di maggior attrito. Prima di tutto il Libano: l’Arabia non ha mai digerito l’omicidio dell’ex premier Rafik Hariri, sostenuto dai sauditi e freddato a Beirut il 14 febbraio 2005. Gli alleati dell’ex premier, alla ricerca di un mandante, puntarono subito il dito contro Damasco: da qui la rottura dei rapporti tra Abdullah, sostenitore (insieme agli Stati Uniti) delle forze filogovernative, e Damasco, sostenitore del gruppo sciita Hezbollah. Mentre i libanesi attendono ancora la formazione di un nuovo governo, la speranza è che il vertice di Damasco spinga le fazioni libanesi a trovare un accordo politico.

Altro terreno di scontro tra i due Paesi è il conflitto arabo-israeliano: l’esplicito supporto della Siria ad Hamas ed Hezbollah, infatti, pone Damasco in diretto contrasto con Riad, alleato degli Stati Uniti e dell’Egitto. Il culmine dello scontro si è toccato con la seconda guerra del Libano (2006), quando Assad attaccò duramente i leader di Egitto e Arabia Saudita per le loro critiche ad Hezbollah, stigmatizzato in quanto responsabile della guerra. Una frattura aggravatasi in occasione della guerra di Gaza, quando a fronte dell’operazione “Piombo fuso” alcuni leader arabi si ritrovarono in Qatar per esprimere solidarietà al popolo palestinese: il re saudita – che attribuisce alla Siria anche parte della responsabilità per la presa di Gaza da parte di Hamas – non si presentò al vertice.

Disaccordi tra siriani e sauditi ha provocato infine la questione iraniana: preoccupato dalla crescente influenza della Repubblica sciita nell’area mediorientale, infatti, Abdullah non ha mai gradito la stretta alleanza tra Teheran e Damasco. Andrew Lee Butters, commentando per “Time” l’atteso incontro tra il re saudita e il presidente siriano, ha ricordato come l’Iran persiano e sciita rappresenti una seria minaccia al dominio arabo e sunnita di re Abdullah: ecco perché, a fronte di un Iran che corre verso il nucleare, “l’Arabia Saudita ha capito che non può più rimandare un confronto diretto con la Siria”. Staccare Damasco da Teheran, però, non sarà impresa facile: i siriani, continua Lee Butters, “continuano a sostenere il loro diritto a rapportarsi con l’Iran, così come a supportare Hamas ed Hezbollah, almeno finché gli Stati Uniti continueranno ad armare e sostenere Israele”. Insomma, come ha dichiarato l’analista siriano Moubayed “certo, il re saudita è qui, ma un mese fa Assad era in Iran”…

I risultati dell’incontro tra Assad e Abdullah si vedranno solo sul lungo termine. Chiaro sin d’ora, secondo quanto sostenuto da diversi analisti, è però il ruolo giocato dall’amministrazione americana: per dirla con Ady Amr (Brookings Doha Center) “non è una sorpresa che questo meeting abbia luogo sotto la presidenza Obama: gli Stati Uniti vogliono riportare la Siria nell’ovile”.

Della stessa opinione sono Andrew Tabler (Washington Institute for Near East Policy), secondo il quale “la visita di Abdullah dà l’opportunità a Damasco di allontanarsi dal sempre più isolato Iran per avvicinarsi agli alleati arabi di Washington”, e Paul Salem (Beirut Carnegie Middle East Center) che legge l’incontro come “un parziale riallineamento della Siria verso posizioni più centriste”. Assad, insomma, appare stretto tra due fuochi: Ahmadinejad (con Hamas ed Hezbollah) da un lato, Obama e i suoi alleati (Arabia Saudita, Egitto) dall’altro. Vedremo chi saprà essere più persuasivo.

L'Occidentale

08 ottobre 2009

Cossiga's Version

Rispettare la Corte Costituzionale e il Capo dello Stato

L'incontestabile diritto politico di Silvio Berlusconi di governare, conferitogli dagli elettori, e di riformare il Paese, non può far venir meno il suo preciso dovere costituzionale di rispettare la Corte Costituzionale e il Capo dello Stato.
Gianfranco Fini,
le prime parole sensate

07 ottobre 2009

Ma c'è o ci fa?

Forza Orhan

Libertà d'espressione a rischio. Processo alle opinioni. Richieste di risarcimento danni. Non è l'Italia, è la Turchia:
ANKARA - Potrebbero aprirsi numerose cause, in Turchia, contro il Premio Nobel Orhan Pamuk. La Suprema Corte d'Appello turca ha infatti dato il via libera a tutti i cittadini turchi che, offesi dalle dichiarazioni del Premio Nobel 2006 per la Letteratura, decidessero di intentargli causa per chiedere un risarcimento danni. Nel 2005 Pamuk aveva dichiarato a una rivista elvetica: "'Noi turchi abbiamo ucciso 30.000 curdi ed un milione di armeni e nessuno, tranne me, osa parlarne in Turchia". Nel giugno 2006, un tribunale di prima istanza a Istanbul aveva respinto le querele sporte nei confronti di Pamuk. Ora lo scrittore potrebbe essere nuovamente processato: se riconosciuto colpevole, sarebbe tenuto a pagare il risarcimento ai querelanti. (RCD)
Ancora una volta, completa solidarietà al Nobel Orhan Pamuk.

Il lodo Netanyahu

ROMA - Il premier Silvio Berlusconi interviene sulla questione palestinese. "Insistiamo con i nostri amici di Israele affinche' il primo passo per la riapertura dei negoziati sia il congelamento dei loro insediamenti'' ha spiegato Berlusconi durante una conferenza stampa congiunta con il presidente dell'Autorita' Nazionale Palestinese, Abu Mazen. (RCD)

L'affaire Polanski

Oggi il "Corriere della Sera" mette a confronto le opinioni di Christopher Hitchens e Bernard-Henri Lévy sul caso Polanski. In un articolo strutturato in cinque punti, Lévy difende il regista: la "relazione sessuale illegale" di Polanski con una tredicenne, scrive il filosofo, "non è il crimine contro l’umanità che da dieci giorni denunciano i vendicatori lanciati alle sue calcagna. È un crimine, sì. Ma ci sono gradini sulla scala del crimine". Conclude il filosofo:
Alla base di questa storia c’è il profumo di giustizia popolare che si spande tutt’intorno e trasforma commentatori, blogger e cittadini in altrettanti giudici sottomessi al grande tribunale dell’Opinione pubblica: gli uni soppesano il crimine; gli altri il castigo. Delle due l’una, signori giustizieri. O Polanski era il mostro che voi dite, e allora non bisognava dargli premi Oscar o premi César; bisognava boicottare i suoi film e denunciarlo alle autorità ogni volta che, con la famiglia, andava a trascorrere le vacanze nella sua casa in Svizzera. Oppure non avete mai trovato nulla da ridire sulla sua presenza annunciata su tutti i tappeti rossi di tutti i festival del mondo; e, come me, percepite la formidabile ipocrisia di quel giudice, affamato di gloria, che un bel mattino si sveglia per consegnarlo, come un trofeo, alla vendetta di elettori eccitati. In tal caso, bisogna pregare, come fa la sua vittima, affinché sia finalmente lasciato in pace.
Diversa l'opinione di Hitchens, che chiama in causa il concetto greco di "tragedia", scaturita dall'azione dell'hybris ed applicabile a Polanski: "Si sarà sentito forse altrettanto arrogante e onnipotente, il nostro regista, quando fece ubriacare una ragazzina di tredici anni, per poi somministrarle una pastiglia di Quaalude, una droga ben nota per le proprietà di rilassamento muscolare. Si sente aleggiare un pizzico di quella fatidica colpa, non c’è dubbio". Conclude Hitchens:
Sorprende che il regista polacco sia stato in grado di spassarsela all’estero per tanto tempo, facendosi beffe dei giudici quasi a voler sfidare l’impotenza della legge. Mi commuove il pensiero che la ragazza vittima di quel lontano stupro l’abbia perdonato, ma a rigor di termini questo non conta, anche se l’avesse detto all’epoca dei fatti. La legge persegue gli stupratori di bambini, a tutela di quei bambini che non sono ancora stati oggetto di abusi. Il caso individuale — chiunque siano gli individui coinvolti— diventa un precedente. E per fortuna che le nostre leggi ci consentono di farlo.
Non so voi, ma io sto con Hitchens.

06 ottobre 2009

E' in Africa che si combatte la guerra invisibile tra Israele e l'Iran

Lo scontro diplomatico sulla rincorsa iraniana al nucleare è solo una faccia delle complesse dinamiche che oppongono l’Occidente – Stati Uniti e Israele in testa – al regime degli ayatollah. Parallelamente alle periodiche riunioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ai report dell’Aiea, infatti, Israele e Stati Uniti combattono Teheran e le sue mire egemoniche anche al di fuori del Medio Oriente, per mezzo di attacchi mirati e complesse trattative diplomatiche. È questo il quadro che emerge da un articolo pubblicato ieri sul “Corriere della Sera” e intitolato “L’Iran e le nuove rotte delle armi”, in cui Guido Olimpio presenta gli scontri in atto tra Occidente e Iran sul suolo africano.

E' un tasto molto delicato. In un mondo globale, infatti, difficilmente i focolai di tensione restano ingabbiati in una singola area geografica: nel caso dell’Iran, ad esempio, per raggiungere i propri obiettivi il regime di Teheran cerca da qualche anno di estendere la propria influenza nel continente africano. Osservando una cartina geografica, la strategia di Ahmadinejad emerge chiaramente: stringendo rapporti economici e diplomatici con i Paesi africani ed influenzando le comunità mussulmane del continente, l’Iran spianerebbe la strada ad un più efficiente traffico di armi verso la Striscia di Gaza via mare e via terra, passando per il Sudan e per l’Egitto.

Il piano iraniano – e, specularmente, quello israeliano – è celato dietro ad accordi bilaterali di facciata. Nel 2009, anno definito dal ministro degli Esteri iraniano Mottaki “una pietra miliare” nei rapporti tra Teheran e il continente africano, l’Iran ha firmato accordi diplomatici ed economici con Paesi come Eritrea, Kenya, Tanzania e Sudan; dietro a queste intese, però, si celano spesso iniziative di altro tipo. La marina iraniana, ad esempio, ha inviato alcune navi per contrastare la pirateria: in questo modo, però, avrebbe anche creato un vero e proprio scudo militare per favorire il passaggio di mercantili carichi di armi dirette a nord.

Stati Uniti, Israele ed Egitto – preoccupato che l’influenza dei pasdaran sui beduini egiziani possa accendere gli animi degli islamisti – sono ben consapevoli di questi traffici, e non stanno certo a guardare. Citando fonti d’intelligence, Guido Olimpio racconta ad esempio dell’assassinio di quattro contrabbandieri iraniani nell’area sudanese di Karthoum; negli stessi giorni, siamo nel gennaio 2009, a Port Sudan velivoli senza pilota avrebbero poi distrutto 28 camion e un mercantile sospetto: “Si scoprirà” scrive il giornalista “che i raid sono stati condotti dall’aviazione israeliana”. Attacchi mirati, dunque, e guidati dalle informazioni riservate che giungono dai servizi segreti schierati in Sudan e nei paesi adiacenti.

Al di là delle complesse operazioni d’intelligence, ciò che più colpisce in questa storia è la corrispondenza delle iniziative diplomatiche, economiche e militari messe in campo da Iran e Israele nel continente africano. A fronte degli sforzi iraniani per estendere la propria egemonia politica e militare in Africa, negli ultimi mesi Israele ha risposto con le stesse carte: spedizioni diplomatiche nel continente, accordi economici e militari bilaterali, tentativo di estendere il proprio peso specifico in un’area del mondo – come ha recentemente sottolineato Benedetto XVI – a rischio per la crescita del fondamentalismo religioso e del terrorismo.

All’origine delle iniziative israeliane vi è il grande attivismo del suo ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman. A fine agosto, di ritorno da un viaggio nell’America latina, il ministro ha puntato gli occhi sull’Africa spiegando che “sfortunatamente, per troppi anni, Israele è stato assente dai due continenti – America latina e Africa – limitando la sua presenza in quelle terre”. Di lì a poco, l’annuncio del tour africano compiuto nella prima metà di settembre: “Voglio dire ai leader che incontrerò che l’Africa è importante per Israele: non dobbiamo trascurarli, specialmente a fronte degli sforzi di alcuni Paesi, come l’Iran, che cercano di influenzarli e di stabilirsi in quelle aree”. La strategia è chiara: viaggiando in Africa, Lieberman ha voluto far sentire anche la “versione israeliana” a quei leader africani che già avevano incontrato Ahmadinejad o altri diplomatici iraniani.

A dimostrazione del peso dato da Israele al continente africano, il corrispondente del quotidiano “Haaretz” Yossi Melman ha sottolineato come il viaggio di Lieberman – cinque Stati in nove giorni – rappresenti l’iniziativa più importante da quando Golda Meir, per prima, riconobbe l’importanza dell’Africa per un Paese come Israele. Prima tappa del viaggio è stata l’Etiopia, un Paese fondamentale nella complessa strategia iraniana: ufficialmente, Israele ha firmato accordi di assistenza medica e ambientale, per parlare poi segretamente della crescente influenza iraniana nella regione. Lo stesso copione è stato seguito anche con gli altri leader: davanti ai riflettori, si è parlato di sviluppo, medicina, acqua; dietro le quinte, di Iran, controllo dei traffici di armi e di terrorismo internazionale.

In ultima analisi, la duplice strategia israeliana – aiutare l’Africa, da un lato, contrastare l’Iran, dall’altro – emerge chiaramente osservando la delegazione che ha accompagnato Lieberman nel suo viaggio: insieme a rappresentati della società civile e dell’impresa, col ministro degli Esteri hanno viaggiato funzionari del ministero della Difesa e del Mossad. Ufficiosamente, conclude Yossi Melman, dietro alla spedizione africana c’era dunque “la speranza di sviluppare relazioni d’intelligence e cooperazione contro elementi del jihad internazionale e contro le attività dell’Iran in alcuni di questi Paesi”. Le stesse speranze di cooperazione, pochi mesi prima, avevano portato anche Teheran a muoversi con interesse verso i leader africani.

Solo il tempo dirà quale dei due Paesi – l’Iran o Israele – ha tessuto una relazione diplomatica più efficace con i Paesi africani. Ciò che risulta chiaro sin d’ora è che gli scontri tra l’Occidente e gli ayatollah iraniani non si limitano certo alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, o agli ultimatum prodotti dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In altri campi, lontani dai riflettori, già si combatte trasferendo armi ai nemici di Israele, colpendo camion e mercantili, ricercando informazioni preziose e costruendo alleanze per evitare che alcuni Paesi africani si consegnino nelle mani dell’Iran e del terrorismo internazionale.

L'Occidentale

05 ottobre 2009

Aspettando il Nobel...

Londra, 25 set. - (Adnkronos) - E' lo scrittore israeliano Amos Oz il favorito nella corsa per la conquista del Premio Nobel per la letteratura 2009. Almeno questa e' l'opinione dei bookmakers londinesi, raccolti nella societa' Ladbrokes. Gli allibratori danno Oz 4/1 per la conquista del piu' prestigioso riconoscimento letterario internazionale. Quest'anno l'Accademia Reale di Svezia annuncera' il vincitore giovedi' 8 ottobre, il quale ricevera' un assegno di 10 milioni di corone svedesi (quasi 1,1 milioni di euro) durante la solenne cerimonia che si svolge secondo tradizione a Stoccolma il 10 dicembre. Amos Oz precede la scrittrice algerina Assia Djebar quotata 5/1; lo scrittore spagnolo Juan Goytisolo e' dato 6/1 e i romanzieri statunitensi Joyce Carol Oates e Philip Roth sono considerati a pari merito a 7/1.

04 ottobre 2009

L'errore più grande

La politica conta. Gli italiani alla fine scelgono sempre sulla politica. Se qua c'é uno schieramento del Pd troppo a sinistra, purtroppo gli italiani sceglieranno la destra. E se questo il Pd non lo capisce è l'errore più grande che può compiere.
Francesco Rutelli,
lo spieghi agli aspiranti segretari

"Il fascismo e lo Stato-partito non c'entrano nulla con la politica di oggi"

Insieme a Garibaldi, la mafia e il Partito Comunista, il Ventennio fascista è uno temi più cari agli storici italiani ed internazionali. Ad arricchire la bibliografia sul regime di Mussolini giunge ora un ponderoso volume di Loreto Di Nucci, professore di Storia contemporanea e Storia dei sistemi politici all’Università di Perugia, intitolato “Lo Stato-partito” (Bologna, Il Mulino). In un lungo colloquio, l’autore ci parla delle sue ultime ricerche, della sanguinaria guerra civile raccontata dai libri di Pansa, dei continui riferimenti ad nuovo regime e dei presunti diari di Mussolini recuperati da Marcello Dell’Utri.

Professor Di Nucci, se è d’accordo partirei dal suo ultimo libro incentrato sulla genesi, l’evoluzione e la crisi dello Stato-partito fascista. Come definirebbe il concetto di “Stato-partito” per un pubblico di non specialisti?

In termini generali, si può dire che lo Stato-partito è uno Stato in cui vi è una sorta di simbiosi tra lo Stato e il partito. Nel caso del fascismo, questo rapporto è presente fin dagli anni immediatamente successivi alla marcia su Roma. E' possibile individuare infatti una sequenza storica precisa, che approda, senza fraintendimenti, ad un partito subordinato e compenetrato allo Stato. Questo non vuol dire certo che nel fascismo vi sia stata una identificazione piena e assoluta fra lo Stato e il partito. Non lo penso e dunque non lo ho scritto. Nei regimi in cui questo è avvenuto, come ad esempio quello nazionalsocialista, si parla infatti di "Stato delle SS", e per il regime bolscevico o quello maoista molti studiosi concordano nell'impiegare la categoria di Partito-stato.

Quali sono le tappe principali di questa progressiva compenetrazione?

Le pietre miliari che segnano la subordinazione del partito allo Stato sono quattro. La prima è la circolare ai prefetti del 5 gennaio 1927, la cui portata è stata sovrastimata da alcuni storici, seguita dal discorso dell’ascensione di Mussolini del 26 maggio dello stesso anno. Le altre due tappe fondamentali sono la legge del 9 dicembre 1928, che costituzionalizza il Gran Consiglio del fascismo, e lo statuto del Partito Nazionale Fascista del 1929. Secondo lo storico Aquarone, la costituzionalizzazione del Gran Consiglio rappresentò la ratifica legale al superamento del dualismo fra partito e governo, fra partito e Stato, che nella realtà quotidiana era stato ottenuto a partire dal 3 gennaio del 1925. Ma, alla luce dell'indagine sul campo, non sembra che le cose siano andate così.

Nel suo saggio, lei si sofferma poi sui difficili equilibri generati da questo processo di subordinazione del partito allo Stato…

Sì, perché anche se Turati e Giuriati, i due segretari del partito designati dopo Farinacci, accettano la subordinazione del partito allo Stato, questo non mette fine al dualismo presente nel regime: quello tra prefetti e federali, e tra le istituzioni che facevano capo agli uni e agli altri. Un dualismo che perdura anche sotto Starace e negli anni di guerra. A fomentare la contrapposizione tra prefetti e federali contribuisce un’ambiguità di fondo: per Mussolini, infatti, i federali erano dei funzionari extra-ruolo della prefettura. Ma se i prefetti erano i capi del partito in provincia, i federali non sapevano più a chi rispondere… ovvero se ubbidire agli ordini del segretario del partito o alle direttive del prefetto. Si aggiunga il fatto che i prefetti di provenienza politica, legittimati dallo Stato e dal partito, rispondevano contemporaneamente al sottosegretario dell’Interno e al segretario del Pnf: insomma, una complessa trasversalità di rapporti che generava forti squilibri…

Come sono state affrontate queste divisioni?

Per mettere fine a varie e diverse forme di dualismo, che comprendevano anche scontri al vertice tra sottosegretari dell’Interno e segretari nazionali del PNF, furono diverse le proposte avanzate. Turati, ad esempio, propose di unificare le cariche di sottosegretario dell’Interno e segretario del partito. Questa proposta, che fu anche fatta da Farinacci, venne però respinta da Mussolini. Il duce era evidentemente preoccupato del fatto che in questo modo si sarebbe concentrato troppo potere nelle mani di colui che avrebbe ricoperto questa carica.

Quali sono stati gli effetti dello Stato-partito sulla società italiana?

Lo Stato-partito non fece ricorso al terrore, ma praticò una discriminazione fra italiani iscritti al partito e italiani non iscritti al partito. In ogni caso, per valutare adeguatamente gli effetti sulla società italiana bisogna tener conto del fatto che alla fine degli anni Trenta gli iscritti al PNF e alle organizzazioni dipendenti arrivano ad essere più di venti milioni. In questo modo prendeva forma una nuova entità, che fu definita l'entità politica Partito-nazione, a cui doveva corrispondere l'entità Stato-partito. In una simile prospettiva era dunque logico che l'appartenenza al partito diventasse il requisito fondamentale per poter godere pienamente dei diritti di cittadinanza. Una condizione rimarcata dallo stesso Grandi, quando confessava che l’appartenenza al partito era la condizione necessaria per concorrere a qualsiasi carica: ed ecco perché, secondo alcuni, la tessera del partito equivaleva alla tessera del pane.

Questa discriminazione tra iscritti e non iscritti ha avuto delle forti ripercussioni sulla guerra…

Certo. E, d'altra parte, era in una certa misura inevitabile, poiché tutti gli italiani che durante il Ventennio erano stati trattati con sempre maggiore naturalezza come cittadini non di pieno diritto non sentirono più il dovere di servire con lealtà uno Stato che li considerava "antinazionali", "stranieri in patria" o "quinte colonne del nemico". Il regime, come sostennero, tardivamente, Grandi e Federzoni, nell'ultima riunione del Gran Consiglio, aveva chiamato gli italiani a combattere una guerra ideologica, una guerra fascista, una guerra di partito. Che fosse così, sembra confermato da una precisa disposizione del ministro della Cultura popolare, Pavolini, il quale, consapevole delle divisioni, chiese ai giornali di insistere sulla "compattezza" del popolo italiano e di rimettere "in onore" la parola "patria".

Professore, oltre a “Lo Stato-partito” lei ha pubblicato alcuni altri libri sul Ventennio. Perché il fascismo suscita ancora tutto questo interesse presso gli storici e i lettori?

Effettivamente, come ha rimarcato Luciano Cafagna, con Garibaldi, la mafia e il Pci, il fascismo è il tema che più interessa gli storici, e non solo italiani. Io credo che questo interesse abbia a che fare con il fatto che il fascismo è stato il solo esperimento rivoluzionario tentato nel nostro Paese. D'altra parte, che la pedagogia rivoluzionaria del fascismo incominciasse a dare i suoi frutti lo testimonia il grande numero di giovani uomini e di giovani donne che seguirono Mussolini nel momento in cui decise di mettersi alla guida del fascismo repubblicano. Credo inoltre, come ha scritto Aurelio Lepre, recensendo il mio libro, che l'esperienza del fascismo è ormai rifiutata da tutti o quasi tutti, ma non ancora rielaborata del tutto e collocata definitivamente nella storia.

Drammatica, in questo senso, è stata soprattutto la guerra civile…

Una guerra civile è quanto di più terribile possa accadere ad un popolo, e questo vale per tutti: si pensi alla guerra civile americana o alla guerra civile spagnola. In Italia, gli effetti della guerra civile si sono fatti sentire fino agli Settanta, poiché i ragazzi di sinistra o di destra caduti nelle piazze italiane sono in fondo, per quanto la cosa possa apparire a prima vista paradossale, le ultime vittime della guerra fratricida del 1943-45. A questo proposito, non mi pare abbia grande senso parlare di “memoria condivisa”: non ci può essere memoria condivisa dopo una guerra civile… Ed è in casi come questi che la storia ha il compito di restituire a ciascuno il suo.

Negli ultimi anni, chi ha cercato di “dare a ciascuno il suo” è stato Giampaolo Pansa, con libri di straordinario successo. Perché i crimini partigiani raccontati dal giornalista sono stati rimossi così a lungo?

Semplicemente perché la storia la scrivono i vincitori. Nel dopoguerra, il ricordo del fascismo, e della guerra, tragica, in cui il fascismo aveva trascinato il Paese, era ancora così vivo che nessuno mostrava interesse per la sorte dei vinti. Per quanto riguarda gli anni seguenti, alla rimozione ha contribuito l’egemonia della sinistra in molti ambiti della cultura. Il successo di Pansa, del resto, è dovuto proprio al fatto che ha avuto il coraggio di portare a conoscenza del grande pubblico taluni crimini commessi da individui che avevano militato nelle file della Resistenza, di cui ha sempre parlato come della sua "patria morale". In ogni caso le reazioni ai suoi libri dimostrano che quella ferita non è ancora definitivamente rimarginata.

Che la ferita del fascismo sia ancora aperta lo dimostrano anche i continui riferimenti al Ventennio da parte di politici e giornalisti. Riferendosi al suo saggio, su “Europa” Federico Orlando scrive ad esempio che “stiamo ripristinando, in forme nuove ma con sostanza vecchia, lo Stato-partito del fascismo”: che ne pensa?

Ho letto l’articolo di Orlando, ma non ho capito esattamente a che cosa si riferisse. Trovo comunque che il riferimento allo Stato-partito fascista sia del tutto inappropriato per comprendere le difficoltà politiche odierne.

Professore, un’ultima domanda: la scorsa settimana, Marcello Dell’Utri ha presentato a Roma i presunti diari di Mussolini. Lei che idea si è fatto di questi documenti? È possibile che siano originali?

Premetto che non ho visto personalmente i documenti di Dell’Utri, e non avrei la competenza necessaria per determinare la loro veridicità. Ho però forti dubbi in merito. Emilio Gentile, uno dei più autorevoli studiosi del fascismo, li ha analizzati attentamente per “L’Espresso”, ed è pervenuto alla conclusione che sono falsi. Sulla base di accurati confronti con documenti conservati all'Archivio centrale dello Stato, ha dimostrato, infatti, che le annotazioni riportate nel diario sono, in moltissimi casi, apertamente contrastanti con quanto è realmente accaduto.

L'Occidentale