28 febbraio 2009

Addio, Colorado



"It is with great sadness that we say goodbye to you today. Our time chronicling the life of Denver and Colorado, the nation and the world, is over". Inizia così l'ultimo editoriale:"Rocky Mountain News", antico giornale di Denver, è il primo grande quotidiano americano a chiudere i battenti causa crisi. "Without The Rocky, Denver would not be the city it is today" dice il professor Tom Noel al "New York Times". Sull'home page del sito, un (triste) video d'addio: a parlare sono i giornalisti, distrutti e senza lavoro.

Sul tetto

40 anni dopo i Fab Four, gli U2 presentano il nuovo album con un concerto sul tetto della BBC.

Guarda Bar e vola in Israele



Dieci giorni fa, su "Haaretz", l'editorialista israeliano Aluf Benn scriveva di Bar Refaeli - appena comparsa in bikini sulla copertina di "Sports Illustrated": "Refaeli presents herself everywhere as an Israeli, and even expressed her support for Livni on the eve of the elections. The enormous international exposure she enjoys raises the question of whether she helps Israel's public-relations campaign abroad, and whether her photos on the beach soften the hard images of the war in the Gaza Strip".

Bar per dimenticare Gaza? La donna più bella del mondo per risollevare l'immagine di Israele in Occidente? "Israelis tend to see their country as part of the West, and compare it to the United States and Britain. The problem is that the West is not too thrilled by the comparison and regards Israel as an oddity, a country using excessive force in permanent conflict with its neighbors": Bar Refaeli, conclude allora Benn, "is expected to prove that Israel is like the West. The young women of Iran, Hezbollah and Hamas are not photographed in bathing suits. Neither are Egyptian or Saudi Arabian girls - an advantage perhaps that stresses our belonging in the Western cultural club. In Israeli eyes, a photo of Refaeli on an airliner makes us more American and Western".


Gli esperti di "Israel Brand" - sezione del ministero degli Esteri creata da Tzipi Livni per curare l'immagine di Israele nel mondo - scommettono su di lei: "Conosciuta e ammirata per l’orgoglio con cui rivendica, dalle spiagge californiane a quelle di Saint Tropez, le sue origini israeliane, la modella viene definita nuovo simbolo del sionismo dalla stampa casalinga" scrive "Il Giornale", "ma il vero trionfo è stata quell’apparizione in bikini sub-pubico sulle pagine patinate di una rivista riservata alle dee del pianeta. Da quel momento televisioni e giornali israeliani l’hanno trasformata nella nuova musa della nazione".

E mentre gira voce che Leo Di Caprio sia pronto a convertirsi all'ebraismo per lei, la Bar-mania non accenna a diminuire. Da "Sports Illustrated" a David Letterman, la seconda israeliana più famosa al mondo dopo Tzipi Livni (stando a Google) sembra pronta a dare un volto al sionismo del XXI secolo. E magari una bella sferzata al turismo.

26 febbraio 2009

Casa Saddam


Dopo i Vianello, arriva la famiglia Saddam. "House of Saddam", miniserie in 4 puntate sul dittatore iracheno prodotta da BBC ed HBO, sbarca su Sky Cinema 1 il 17 e 18 marzo.

The Bailout Game



Un monopoli on-line per salvare l'economia americana. Nel chiuso della stanza ovale, forse ci gioca pure Obama.

22 febbraio 2009

Lettere dall'inferno

“Ogni notte arrivano dei soldati ubriachi e ci picchiano con dei bastoni di legno. Il mio corpo è nero per le macchie di sangue rappreso, come un pezzo di legno affumicato. […] L’altro ieri sono evasi due ragazzini, allora ci hanno messi in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato. Non ero il quinto, ma so che non esco vivo da qui. Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, cari fratelli e piango…”. L’autore di questa lettera è un ragazzo di nome Chaim, figlio di contadini Galiziani: internato dai nazisti nel lager di Pustków, ha affidato alla carta le sue ultime parole. La lettera, conficcata nel filo spinato che circondava il campo, è stata ritrovata da un contadino della zona e recapitata ai genitori. Chaim era già morto.

Dell’Olocausto sappiamo moltissimo. Conosciamo le strategie dei nazisti, i piani dettagliati per lo sterminio degli ebrei, la sofferenza patita da milioni di europei nella prima metà del Novecento. La testimonianza di Chaim, però, va oltre i saggi storici e le testimonianze rese a posteriori dai sopravvissuti: le sue sono le ultime parole di un uomo condannato a morte, per il semplice fatto di essere ebreo. L’urlo disperato di Chaim, insieme a moltissimi altri, va a comporre quel mosaico straziante intitolato “Le mie ultime parole. Lettere dalla Shoah”, fresco di stampa a cura del professor Zwi Bacharach. Pubblicato originariamente nel 2002 dallo Yad Vashem (il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme), due anni dopo viene tradotto in inglese e diffuso nei paesi anglosassoni. Oggi, in concomitanza con la Giornata della Memoria appena trascorsa, vede finalmente la luce anche in Italia per i tipi di Laterza.

Nella sua lunga introduzione, Bacharach – sopravvissuto all’Olocausto, professore emerito e ricercatore per lo Yad Vashem – descrive le oltre cento lettere che compongono la raccolta come“la testimonianza soggettiva delle vittime sulle situazioni che gli scriventi dovettero patire, così come loro stesse le percepivano e non come erano dipinte dal nemico”. Nessuna ricostruzione, nessuna analisi: a parlare sono uomini che stanno andando incontro alla morte nell’inferno nazista degli anni Trenta e Quaranta. A parlare sono giovani e anziani, uomini e donne, ricchi e poveri, contadini e professionisti, rassegnati e resistenti. Ad accomunarli, il fatto di essere ebrei.

Certo, non saranno delle lettere a farci comprendere l’essenza della Shoah. Ha ragione Faige Krauss, quando dal ghetto di Sambor (è il 24 maggio 1943) scrive: “La gente non è in grado di capirci in quanto non ha la capacità di immaginare persone che non sono altro che cadaveri viventi”. E non saranno le ultime parole di queste creature ad aprire uno squarcio sul male: “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo” rifletteva Primo Levi nella sua opera più celebre. Eppure queste parole dovrebbero ascoltarle tutti: di rado, infatti, le vittime della Shoah sono apparse così vicine a noi. Uomini come tanti, condannati all’annientamento.

Delle lettere qui raccolte, a colpire più di tutto è l’umanità che accompagna il senso di tragedia incombente. E le reazioni dei condannati, varie come varia è l’umanità. In molti prevale la disperazione (“Vivete felici e non dimenticate colei che muore a 19 anni” scrive Devorah Dohl dal campo di Muchawka), in altri la speranza: “E con l’aiuto del Signore anche noi potremo trasferirci in Israele e tutta la famiglia sarà nuovamente riunita” scrive una famiglia di Gorlice al figlio, prima di essere inevitabilmente sterminata. Fortissima, poi, è la preoccupazione per il futuro della prole: molti ebrei stilano veri e propri testamenti, materiali e spirituali, rivolti ai propri cari che sono riusciti a mettersi in salvo.

L’assurdità dello sterminio mette gli ebrei a fronte di grandi dilemmi etici. Pensare alla propria salvezza o seguire i familiari verso la morte? La maggior parte degli autori sceglie la seconda strada. A fronte di coloro che accettano il proprio destino, poi, si pone la frangia (quantitativamente minoritaria) di coloro che perdono la fede in Dio e pensano al suicidio: “Sembra che il fenomeno del suicidio possa essere visto come una forma di resistenza” commenta Zwi Bacharach, secondo il quale “procurarsi volontariamente a morte è il frutto di una chiara consapevolezza”. Un discorso a sé merita infine il rapporto delle vittime con i carnefici: un tema cruciale, spesso in ombra nella storiografia sulla Shoah.

Cosa provano gli ebrei degli anni Trenta e Quaranta a fronte del Terzo Reich? La sete di vendetta – umanamente più che comprensibile – è un sentimento diffuso. Scrive Melech Goldenberg, da Brody (siamo nel 1942): “Oh, volevo così tanto restare in vita fino a dopo la guerra, e vendicarmi. Immergermi nel loro sangue come hanno fatto loro nel nostro. […] Solo vendicarmi – questo è il mio unico desiderio. Sono veramente preoccupato, che il cattivo intento dell’assassino avrà successo e non rimarrà nessuno per fargli pagare le sue colpe”. Ma anche in questo frangente, le reazioni sono delle più varie. Julius Joseph, in una lettera ai figli redatta a Magdeburgo (sempre nel 1942), vede un mondo “attraversato da un’ondata di odio verso i tedeschi” e scrive: “Non ti far trascinare via da questa onda d’odio. Noi non siamo gli unici a dover patire. Milioni di bravi tedeschi non hanno proprio niente da ridere”. Se il fine dell’Olocausto era quello di sopprimere la ragione umana, allora Hitler ha miseramente fallito.

"Le mie ultime parole. Lettere dalla Shoah", a cura di Zwi Bacharach, Laterza 2009
pp. 313, € 16.00

21 febbraio 2009

Splendida, in tutta "Sincerità"

Habemus Papam



Il nuovo segretario del Partito Democratico è Dario Franceschini, ex-margheritino ed ex-vice di Veltroni.

Appaiono incapaci

Non ritengo, ma lo dico con il massimo rispetto verso le persone, che possiamo ancora affidare i nostri destini politici collettivi a coloro che ci hanno condotto in questo pantano. A coloro che a torto o a ragione appaiono incapaci di sollecitare quella fiducia e quella speranza nel futuro senza le quali non potremo uscire dalla crisi. Per questo credo che ci voglia una nuova partenza.
Arturo Parisi,
molto anti-veltroniano

Davanti al Castello Estense

Andrò nella mia città, Ferrara, davanti al Castello Estense dove in una lunga notte del '43 furono trucidati dalle squadre fasciste 13 cittadini innocenti e lasciati per ore per strada perché li vedessero tutti. Farò quello che un segretario non è obbligato a fare: chiederò a mio padre che ha 87 anni ed era partigiano di portare la sua vecchia copia della Costituzione e le giurerò fedeltà.
Dario Franceschini,
molto veltroniano

Rasenta il ridicolo

Almeno le primarie avrebbero creato un po' di movimento anche se non sarebbero andate assolutamente bene. L'unica soluzione era il congresso. Ma così hanno deciso... Pace all'anima loro. Certo che un partito chiamato a decidere tra Franceschini e Parisi il leader rasenta il ridicolo.
Massimo Cacciari,
de profundis per il Pd?

I missili di Obama



15 febbraio, funerale per le vittime dei bombardamenti americani al confine tra Pakistan e Afghanistan. Chi ancora crede che Obama sia un santone pacifista, si legga questo articolo del "New York Times": "
With two missile strikes over the past week, the Obama administration has expanded the covert war run by the Central Intelligence Agency inside Pakistan, attacking a militant network seeking to topple the Pakistani government". Prima del democratici e dei repubblicani, vengono gli interessi degli Stati Uniti d'America: e questo Obama l'ha sempre detto chiaramente.

Lo psicodramma e il quinto congresso



Oggi doppio appuntamento politico. Qui (e sul canale 813 di Sky) va in onda lo psicodramma del Pd: molti personaggi in cerca d'autore. Qui, invece, il (più modesto) quinto congresso del rinnovato Partito Liberale Italiano: ad andare alla conta sono due coppie contrapposte, Diaconale / Taradash contro De Luca / Guzzanti. Sarò un pazzo, ma il secondo appuntamento mi appassiona molto più del primo.

20 febbraio 2009

Rinuncia dello Stato alla funzione di polizia

Ci si dovrebbe preoccupare di ottenere le risorse indispensabili affinché la Polizia di Stato possa svolgere al meglio il suo lavoro. I volontari, oltre a essere inutili per la sicurezza, saranno un appesantimento del lavoro delle Forze dell’ordine ed esporranno i cittadini ai rischi di aggressioni facilmente intuibili; ma, cosa più grave, segneranno di fatto la rinuncia dello Stato alla funzione di polizia.
Sindacati di Polizia,
sulle ronde dei volontari

Netanyahu diventa premier ma Israele pensa alla liberazione di Shalit

Netanyahu accetta l'incarico di formare il nuovo governo israeliano nel corso di una breve cerimonia ripresa dalla televisione israeliana. Netanyahu sedeva al fianco del presidente Peres che gli ha affidato il compito di guidare il Paese. Ora "Bibi" ha a disposizione 28 giorni per formare il nuovo governo, ma anche la possibilità di richiedere altre due settimane di tempo al presidente, se fosse necessario.

Secondo Netanyahu Israele sta vivendo "un momento cruciale": deve affrontare la minaccia nucleare iraniana, il terrorismo che si rafforza ai suoi confini, la crisi economica globale. "Erano decenni che non ci trovavamo in una situazione del genere". Bibi ha anche lasciato intendere che lavorerà d'intesa con le altre forze politiche israeliane, "procederemo uniti per garantire il futuro dei nostri figli e dello stato di Israele". Un messaggio piuttosto chiaro lanciato ai laburisti di Barak e ai centristi della Livni con l'ipotesi di un governo allargato e alternativo a quello delle destre.

Dal canto suo, l'Autorità Nazionale Palestinese, per voce del presidente Abu Mazen, fa sapere che non intende avere rapporti con un eventuale governo israeliano che non si impegni a rispettare gli accordi internazionali sottoscritti nel corso del processo di pace.

Nuovo governo, accordi di pace, Gilad Shalit: in realtà in questi giorni Israele si trova immerso in negoziati a tutto campo. Sul fronte interno, le parole di Netanyahu mostrano che ci troveremo di fronte a giorni di trattative serrate, in cerca di quella coalizione che possa contare sull'appoggio di 61 parlamentari. Tra le molte opzioni da valutare, resta una certezza: complice un sistema elettorale proporzionale con uno sbarramento molto basso, Israele rischia un governo paralizzato da partiti ideologicamente distanti fra loro.

Ago della bilancia sarà Yisrael Beitenu, il partito di estrema destra guidato da Avigdor Lieberman. Di fronte a Peres, Lieberman ha scoperto le sue carte: "Dal nostro punto di vista, ci sono tre possibilità. Una coalizione dei partiti maggiori, che è quello che vogliamo; una coalizione ristretta, che porterebbe ad un governo paralizzato; nuove elezioni, che non porterebbero a niente". Yisrael Beitenu, ha continuato Lieberman, è contrario ad un'associazione di tanti piccoli partiti: da qui l'ipotesi di una coalizione guidata da Netanyahu, che comprenda però anche Kadima. "Bibi deve convincersi a parlare con la Livni di una grande coalizione, e Tzipi deve capire che non potrà esserci un premier a rotazione: sarebbe un elemento di instabilità".

A raffreddare l'ipotesi di un'alleanza tra Netanyahu, Lieberman e la Livni ci ha pensato però lo stesso partito centrista di Kadima. Tzachi Hanegbi, alto funzionario del partito, ha dichiarato a Israel Radio che "un governo Netanyahu verrà formato nelle prossime settimane. Sarà supportato da 65 parlamentari (il blocco dei partiti di destra, ndr). Kadima guiderà l'opposizione, e questo è quanto". Ed è poi la stessa Livni a chiarire il concetto: "Kadima rappresenta molte cose di cui Israele ha bisogno, dall'avanzamento dei processi di pace a numerose questioni interne. Non supporteremo un governo di paralisi: oggi sono state gettate le basi di un governo di estrema destra guidato da Netanyahu".

Se i giochi sembrano fatti, resta però il problema Obama: un governo di estrema destra potrebbe scontrarsi con il neopresidente americano, andando incontro all'isolamento internazionale. Secondo l'ex-ambasciatore americano Daniel Kurtzer, ad esempio, "sarebbe molto più difficile per la destra portare avanti il processo di pace". Ed è proprio per questo, secondo un funzionario di Yisrael Beitenu citato dalla Reuters, che Lieberman avrebbe proposto una larga coalizione. A dispetto delle resistenze del centro-sinistra, comunque, Netanyahu tiene in vita le trattative: il Likud ha annunciato che cercherà di convincere la Livni e Barak ad entrare in un governo di coalizione. Il Labour, però, sembra propenso a chiamarsi fuori: "Lo scenario è chiaro, e noi andremo all'opposizione" ha dichiarato Barak.

I negoziati, però, non riguardano solo gli affari interni: il governo uscente, guidato dall'attivissimo Ehud Olmert, sta cercando di siglare un accordo di pace con Hamas. Con una novità: per i negoziatori israeliani, la liberazione del soldato Gilad Shalit è diventata una priorità assoluta. Ieri Peres ha definito un errore il ritiro da Gaza del 2006, mentre il governo uscente – con un attivissimo Olmert in prima fila – è impegnato nelle trattative di pace con Hamas in seguito all'operazione "Piombo fuso". Dalla fine delle operazioni, Hamas e Israele si trovano in uno stato di tregua armata: in seguito al ritiro dell'esercito da Gaza, dalla Striscia i razzi sono tornati a volare sul Negev mentre l'esercito israeliano bombarda i tunnel al confine con la Striscia. Secondo i funzionari militari israeliani, dal 18 gennaio – fine dell'operazione "Piombo fuso" – almeno 50 razzi sono stati lanciati contro Israele, rafforzando lo scetticismo sul reale compimento dell'operazione a Gaza.

Tra razzi e bombe, però, le trattative continuano. Molto importante, in questo senso, è stata la riunione del gabinetto di sicurezza di mercoledì: per la prima volta, infatti, la liberazione del militare Gilad Shalit è stata posta come condizione irrinunciabile per la firma di un qualsiasi trattato. Il ministero della Giustizia e quello della Difesa hanno stilato una nuova lista di prigionieri rilasciabili in cambio di Shalit: il piano di Olmert prevede la liberazione di 450 prigionieri, seguiti da altri 550 in segno di apertura al presidente dell'Anp Abbas. Nel corso della riunione, Olmert si è poi scontrato con il ministro della Difesa Barak, che premeva per l'accettazione di una tregua (mediata dall'Egitto) non comprendente la liberazione di Shalit. Nella ricostruzione del quotidiano "Haaretz", il ministro della Difesa avrebbe criticato con forza l'ipotesi di "pagare il prezzo richiesto da Hamas" per la liberazione del militare.

Ma al di là degli scontri all'interno del gabinetto, la vera notizia è il cambio di strategia di Olmert. Dopo aver appoggiato la visione di Barak e del presidente egiziano Mubarak – che pospongono la liberazione di Shalit alla firma di una tregua con Hamas – il premier uscente si è presentato questa settimana come il maggiore sostenitore dell'immediata liberazione del giovane militare. Oltre che con Barak, la svolta di Olmert segna una rottura diplomatica anche con Mubarak: da settimane, infatti, l'Egitto lavora su un trattato di pace che la questione Shalit rischia di mandare definitivamente a monte. "Haaretz", scettico sul cambio di strategia del premier, ha contattato alcune fonti governative secondo le quali "le possibilità di portare a termine l'accordo in tempo breve sono molto poche": cambiare le regole a metà del gioco, del resto, difficilmente porterà a qualche risultato. Perché, allora, mandare a monte il lavoro di Barak e dell'Egitto?

Secondo alcuni, la svolta del premier su Shalit segnerebbe un cambio di strategia più generale: dopo aver cercato un accordo con Hamas, Olmert si sarebbe convinto della necessità di rovesciare il regime di Gaza riportando l'Anp nella Striscia. Su questa linea si collocherebbero anche Tzipi Livni e lo stesso Lieberman, che ha rapporti con membri dell'Autorità Palestinese. Sul fronte opposto si pone invece il ministro della Difesa Barak, contrario al "regime change" nella Striscia. Di certo, comunque, il cambio di strategia da parte di Olmert rende più difficoltose le trattative di pace, aprendo la strada ad una potenziale escalation che potrebbe sfociare in una nuova invasione di Gaza. Questa volta, molto più incisiva.

L'Occidentale

La più seria minaccia alla nostra esistenza

L'Iran sta cercando di ottenere un'arma nucleare e costituisce la più seria minaccia alla nostra esistenza dalla guerra d'indipendenza.
Benjamin Netanyahu,
dopo l'incarico

Pronti alla bomba



"The New York Times" - che cita funzionari delle Nazioni Unite - rivela che l'Iran ha ormai l'uranio sufficiente per costruire la bomba.

19 febbraio 2009

Essere capace di farlo

Ho sentito con raccapriccio che il Milan si è fatto raggiungere per l’ennesima volta negli ultimi minuti della gara. Quando una squadra, che ha la possibilità di contare su uomini di classe come il Milan, ha un solo gol di vantaggio deve nascondere la palla all’avversario ed essere capace di farlo negli ultimi dieci minuti.
Silvio Berlusconi,
dimentica l'età media della sua squadra

Nel solco dell'Ulivo

Assieme a chi pensa che si debba andare avanti ci batteremo perché la parola ritorni ai nostri elettori attraverso le primarie. Se prevalesse l'idea di eleggere il segretario direttamente in Assemblea, avanzerò la mia candidatura in difesa della nostra idea di un Pd che riparta nel solco dell'Ulivo, e consentire cosi una scelta nitida tra linee politiche alternative.
Arturo Parisi,
il futuro del Pd è nell'Ulivo

Arriverà l'ottavo

Sono 15 anni che sono in politica e mi sono confrontato con sette leader diversi, che sono andati a casa. Arriverà l'ottavo e credo non vorrà tradire la regola della sinistra.
Silvio Berlusconi,
come sparare sulla Croce Rossa

Walter on the press

Walter is gone: ecco qualche articolo interessante dai giornali di oggi. Su "Il Foglio", Giuliano Ferrara illustra "Il teorema dello Scorpione" (.pdf): in altri termini, l'eterna lotta tra Walter e Max. Su "Il Giornale", Massimo Cacciari lancia Chiamparino e prevede danni in caso di reggenza Franceschini: "Franceschini? Con lui un'altra legnata" (.pdf). Franceschini, definito "signor nessuno", è poi al centro dell'editoriale di Feltri su "Libero": "L'ora del dilettante" (.pdf). Notevoli, infine, due articoli del "Riformista": Pansa fa un grande ritratto di Walter - "Un uomo felice in fuga" (.pdf) - mentre Polito chiede a gran voce che la parola passi agli elettori del Pd: "Prima sentite il vostro popolo" (.pdf).

18 febbraio 2009

Silvio e i voli della morte

Venerdì 13 febbraio, Silvio Berlusconi è in Sardegna per la chiusura della campagna elettorale di Cappellacci. Nel comizio, fa riferimento ai "voli della morte" con cui il regime militare argentino eliminava gli oppositori:


Passano pochi giorni e scoppia un caso diplomatico. Il quotidiano argentino "Clarin" riprende un articolo de "l'Unità" e rende noto (in prima pagina) il riferimento del premier italiano. Oggi il ministero degli Esteri argentino ha convocato l'ambasciatore italiano Ronca per chiedere spiegazioni.

Ma secondo fonti del governo italiano citate da Corriere.it "si tratta di un equivoco. Il presidente del Consiglio intendeva all'opposto sottolineare l'efferatezza dei crimini commessi contro i dissidenti e la tragedia dei desaparecidos per spiegare, aggiungono le fonti, come si sentisse offeso e insultato dai suoi oppositori che lo paragonano ai dittatori". Conoscendo Berlusconi, non è difficile crederlo. Ma agli argentini Ronca lo dovrà spiegare.

I Simpson si rifanno la sigla

Per festeggiare il passaggio all'alta definizione, i Simpson si rifanno la sigla:

17 febbraio 2009

Il corrotto inglese

La condanna di David Mills trova grande spazio sulla stampa britannica. "The Times" - dopo aver annunciato che "David Mills, the estranged husband of Tessa Jowell, the Olympics Minister, was given a jail sentence today for accepting a bribe of $600,000 (at the time £350,000) from Silvio Berlusconi, the Italian Prime Minister, to give false evidence on his behalf in corruption trials" - fa notare che difficilmente l'avvocato finirà dietro le sbarre: "Mills is thought unlikely to go to prison since, by the time the appeals process is exhausted, the time allowed for a definitive sentence may well have expired. In this case the the statue of limitations runs out in February 2010, ten years after the offence is deemed to have been committed, in February 2000".

"The Guardian" la mette sul politico: "The verdict is a potentially serious embarrassment not only for Berlusconi but also for Gordon Brown because it turns the spotlight back on to the role played by one of his ministers in the affair. Jowell signed a document crucial to the receipt of what a foreign court has now decided was a bribe". Imbarazzo? Forse John Hooper non conosce bene l'Italia.

Grandissima evidenza alla notizia anche sul "Daily Telegraph", che sottolinea l'immunità del premier: "Mr Berlusconi's government introduced the law which gave him, alongside the head of state and the presidents of both chambers of parliament, immunity while in office in July 2008. Its validity is currently being decided by Italy's Constitutional Cour".

La Sardegna ha perso. O Soru?



Renato Soru ha nettamente perso le elezioni contro il candidato del Pdl Cappellacci. Renato Soru, da qualche mese, è l'editore de "L'Unità". Oggi il suo quotidiano titola: "La Sardegna ha perso". Perchè, di grazia? Perchè ha democraticamente scelto un candidato diverso dall'editore dell'Unità? Evviva il giornalismo indipendente.

Walter e la colla sulla sedia

Walter Veltroni si è dimesso da segretario del Partito Democratico. Dopo le batoste degli ultimi mesi - fatti di sconfitte elettorali e scandali giudiziari - la scelta di Veltroni è assolutamente logica. O almeno così dovrebbe essere (ed è) in tutte le liberaldemocrazie occidentali. Non dimentichiamo però che siamo in Italia: nel paese della colla sulle sedie, quella di Veltroni diventa allora una scelta da ammirare.

Con Shahar Pe'er



Qualche giorno fa, gli Emirati Arabi Uniti hanno rifiutato il visto d'ingresso alla tennista israeliana
Shahar Pe'er, impedendo così la sua partecipazione al
Barclays Dubai Tennis Championship (qui la ricostruzione del "New York Times"). Dopo la condanna del circuito Atp, The Tennis Channel non trasmetterà il torneo in segno di protesta. The show must go on, ma non di fronte al fanatismo.

15 febbraio 2009

"Vespa/Berlusconi - La sfida"

Ecco la versione italiana di "Frost/Nixon - Il duello", il film di Ron Howard candidato a 5 premi Oscar:

Cadere in battaglia per un paese del cazzo

Nel leggere il gran libro di Rick Atkinson sulla campagna degli Alleati in Italia nel 1943-1944 (“Il giorno della battaglia”, Mondadori 2008) mi sono imbattuto in una citazione di Dwight Eisenhower. Il generale americano, poi diventato presidente degli Stati Uniti, comandava l’Operazione Husky, l’invasione del territorio italiano. Pochi giorni prima che le navi partissero per sbarcare in Sicilia, ad Algeri Eisenhower parlò ai soldati americani e britannici. Disse: «Voi combattete per il diritto a vivere come uno vuole, purchè non pesti i piedi agli altri. Ricordatevi che combattiamo per la libertà e la dignità dell’animo umano». Era il 19 giugno 1943. Quei soldati vennero a liberarci dal fascismo e dal nazismo. E molti di loro morirono nella campagna d’Italia. Morirono anche per me bambino. Ma adesso mi domando: è valsa la pena di cadere in battaglia per un paese del cazzo come il nostro? Qualche volta sono tentato di pensare che non ne valesse la pena. Che cosa ne sappiamo del “diritto a vivere come uno vuole”, della libertà e della dignità dell’animo umano? E soprattutto che cosa ne sanno i nostri partiti?

Giampaolo Pansa,
il Bestiario non vota più

13 febbraio 2009

Volgari sciacalli che vomitano insulti



"Santoro e il presunto comico Vauro sono due volgari sciacalli che vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini. Gente così offende la verità, alimenta odio e merita solo disprezzo totale della gente perbene. L'insulto è la loro regola. Colpa di gestori della Rai che per fortuna stanno per essere cacciati come meritano". Così Maurizio Gasparri, dopo la puntata di AnnoZero andata in onda ieri sera. A farlo incazzare, questa vignetta.

Un po’ garibaldine

Con le Ong italiane a Gaza mi sembra di essere tornato indietro agli anni ottanta, quando c’era molta politicizzazione. Ed alcune sono un po’ garibaldine.
Gianmarco Onorato,
capodelegazione della Cri a Gaza

11 febbraio 2009

Dig Out Your Soul In The Streets

Gli artisti di strada di New York interpretano "Dig Out Your Soul" degli Oasis: il documentario ufficiale.

Buon lavoro, Mr. Peres

Gli israeliani hanno votato, le urne hanno chiuso, le schede sono state contate. Risultati (seggi ottenuti):

KADIMA - 28
LIKUD - 27
YISRAEL BEITENU - 15
LABOR - 13
SHAS - 11
UNITED TORAH JUDAISM - 5
NATIONAL UNION - 4
HADASH - 4
UNITED ARAB LIST - 4
MERETZ -3
JEWISH HOME - 3
BALAD - 3

Grande sorpasso di Kadima sul Likud, compensato dall'affermazione dell'estrema destra (Yisrael Beitenu) e dal crollo della sinistra (Labour, Meretz). A fronte di un legge elettorale (proporzionale puro, sbarramento al 2%) allucinante, buon lavoro al presidente Peres che deve districare la matassa e conferire l'incarico.

10 febbraio 2009

Auditel e guerre civili

Dati auditel, 9 febbraio 2009. "Porta a Porta" 4.3 milioni di spettatori; "Speciale Tg4" 1.3 milioni di spettatori. "Grande Fratello" quasi 8 milioni di spettatori; "X Factor" quasi 3 milioni di spettatori.

Domanda: gli italiani sono davvero così scossi, traumatizzati, divisi, impegnati in una "guerra civile" morale come li dipingono i mass media? E' una domanda: non ho la risposta, ma certi dati fanno riflettere e dovrebbero far riflettere tutti i mezzi d'informazione.

Chiarire se abbiamo ancora un ruolo

Sconcerta la decisione dell'azienda di accettare su due piedi le dimissioni di uno dei più autorevoli giornalisti italiani, patrimonio di Mediaset, fondatore del Tg5 e di Matrix, autore di successi che hanno dato lustro, credibilità e anima alla nostra televisione. La decisione poi di non mandare in onda Matrix neanche a mezzanotte come previsto, appare come una vera e propria ritorsione. Noi giornalisti del Tg5 chiediamo ai vertici aziendali Piersilvio Berlusconi e Fedele Confalonieri, un incontro urgente per chiarire se abbiamo ancora un ruolo e se l'informazione è ancora una delle priorità dell'azienda per la quale lavoriamo.
Cdr Tg5,
è guerra aperta

09 febbraio 2009

Con Fini

Dice Francesco Cossiga: "Gianfranco Fini dovrebbe sapere, ma non lo sa ignorante come è, che il presidente di un ramo del Parlamento non può, per lunga consuetudine, non dico riprendere, ma neanche far riferimento a ciò che ha detto o fatto un membro dell'altro ramo del Parlamento. Se avesse un po' di dignità, si dimetterebbe subito".

Per quanto mi riguarda, sono orgoglioso del nostro presidente della Camera. Le sue parole, in questi giorni, spiccano sul brusio della politica per intelligenza e buon senso.

Imparare a tacere

Gasparri è un irresponsabile che dovrebbe imparare a tacere perché il rispetto per la massima autorità dello Stato dovrebbe animare chiunque, in particolar modo il presidente del gruppo di maggioranza numericamente più consistente.
Gianfranco Fini,
quando ci vuole ci vuole

Il silenzio

Dinanzi all'epilogo di una lunga tragica vicenda, il silenzio che un naturale rispetto umano esige da tutti può lasciare spazio solo a un sentimento di profonda partecipazione al dolore dei familiari e di quanti sono stati vicini alla povera Eluana.
Giorgio Napolitano,
facciamo silenzio

Walter e gli "ambienti bene informati" (della fantapolitica)

Walter Veltroni, nel pieno della bufera Englaro, rilascia un'intervista a "L'Unità". Ecco la tesi del segretario del Pd: "Negli ambienti bene informati circola la tesi che Berlusconi vorrebbe andare alle elezioni anticipate per cercare di assicurarsi che il Parlamento che eleggerà il prossimo Capo dello Stato sia più controllabile. Interessi assolutamente privati a fronte di un Paese che vive una crisi economica e sociale gravissima".

Dunque, sostiene Walter, Berlusconi vorrebbe andare alle urne - buttando alle ortiche la forte maggiornaza che si ritrova - per garantirsi il Quirinale. Domanda: perchè giocarsi tutto, quando già questo Parlamento potrebbe portarlo al Colle? Veltroni non lo spiega, ma di una cosa è certo: "Se lo tolga dalla testa Berlusconi, al Quirinale non ci andrà mai. In quella carica si sono succedute personalità che hanno garantito l’unità della nazione e il rispetto della Costituzione. Lui non è in grado di garantire unità, ma solo divisione".

Una zona grigia

Ormai le cose si sono spinte troppo in là, è troppo tardi per fermare il processo che si è messo in moto ma è giusto per lo meno dare testimonianza del fatto che, oltre ai due partiti che si scontrano, ne esiste anche un terzo, per lo più silenzioso, e che, comunque vada la vicenda, è già stato sconfitto. È il partito di chi pensa che la Politica, la Democrazia, il Diritto, e tutte le altre più o meno utili astrazioni che siamo soliti invocare per imporre faticosamente un minimo di ordine nella vita associata dovrebbero essere tenute fuori dalla porta al di là della quale sono in gioco, come in questo caso, le questioni ultime dell'esistenza. È il partito di chi pensa che occorrerebbe coltivare, nella riservatezza e nella discrezione, una zona grigia, protetta da una necessaria ipocrisia, nella quale le decisioni sul caso singolo (sempre diverso, almeno per qualche aspetto, da qualunque altro caso singolo) restano affidate alla sensibilità e alla pietas del medico che ha in cura il malato e ai sentimenti delle persone che lo amano. Che è quanto si è sempre fatto, checché ne dicano certi sepolcri imbiancati. È il partito di chi pensa che quelle situazioni debbano essere sottratte al clamore delle «battaglie di principio».
Angelo Panebianco
"Corriere della Sera"

E' testa a testa fra destra e sinistra, ma tra i due litiganti spunta Lieberman

Mesi di campagna elettorale, scossa dall'operazione "Piombo fuso" a Gaza. Una scorsa agli ultimi sondaggi, poi gli appelli per convincere gli indecisi e mettere in guardia gli avversari. Ma domani, a parlare, saranno le urne: nel giorno in cui il nemico numero uno – l'Iran di Ahmadinejad – festeggia il trentennale della Rivoluzione islamica, i cittadini israeliani sono chiamati a rinnovare la Knesset e a dare un volto al successore del premier dimissionario, Ehud Olmert. A fronte di un testa a testa tra i due partiti maggiori – Likud e Kadima – e quella che sembra già una storica affermazione dell'estrema destra di Liberman, una cosa è certa: nessuno sarà in grado di formare autonomamente un nuovo governo. Chiusi i seggi, si aprirà allora il tavolo delle trattative: ed è qui che i partiti faranno valere il proprio peso fino all'ultimo voto.

L'ultimo spaccato delle intenzioni di voto risale a venerdì 6 febbraio: da sabato, infatti, è entrato in vigore il silenzio stampa. Osservando le rilevazioni dei principali quotidiani israeliani, ciò che balza subito all'occhio è una riduzione della differenza tra i partiti di Netanyahu (Likud) e della Livni (Kadima) a soli 2-3 seggi: se Jerusalem Post/Smith e Maariv/Teleseker assegnano 26 seggi al Likud e 23 a Kadima, per Haaretz/Dialogue e Yedioth/Dahaf la differenza si attesta sui 2 seggi (rispettivamente 27 e 25 per il primo rilevamento, 25 e 23 per il secondo). Ancora più appassionante è la sfida per il terzo posto. Se il Labour di Barak si attesta tra i 14 e i 17 seggi, infatti, a colpire i media israeliani è quella che si preannuncia come la vera sorpresa delle elezioni di domani: Yisrael Beitenu ("Israele è la mia casa"). Sotto la guida del controverso Liberman, il partito di estrema destra potrebbe conquistare tra i 18 e i 19 seggi. Per la formazione di Liberman si tratterebbe di un'affermazione storica.

In attesa dei risultati definitivi, abbondano le analisi di politici e analisti. Per rimanere nel campo delle certezze, è ormai assodato un generale spostamento a destra – verso posizioni anche più estreme di quelle del Likud – da parte dell'elettorato. Le cause sono molteplici: si va dalla delusione per la condotta del premier Olmert – pesano sulla sua reputazione la Seconda guerra del Libano e le accuse di corruzione – a quella per la litigiosità del suo esecutivo, passando poi per la recente guerra di Gaza. L'operazione "Piombo fuso", fortemente sostenuta dall'opinione pubblica, viene infatti considerata un mezzo fallimento: domani i cittadini si recheranno a votare mentre razzi di Hamas – anche se in misura minore rispetto a dicembre – continuano a cadere sulle città di Ashkelon e Sderot. Gilad Shalit, poi, resta nelle mani dei miliziani di Gaza: le contradditore notizie sul suo conto – che hanno portato anche ad un piccolo scontro tra Olmert e Barak – non fanno che erodere ulteriormente la fiducia nei confronti dell'esecutivo.

Senza addentrarci in speculazioni premature, resta il fatto che chiunque vinca elezioni – Netanyahu o la Livni – non avrà vita facile nel mettere in piedi una coalizione stabile: stando ai sondaggi, infatti, tanto il Likud quanto Kadima non controllerebbero da soli neppure un quarto del Parlamento. Ed è qui che entrano in gioco i partiti minori, vero ago della bilancia: Labour, Yisrael Beitenu e il partito ortodosso Shas. Come da tradizione, il presidente Peres inviterà a cercare un compromesso tra i primi due partiti: ma neppure l'unione tra Likud e Kadima – comunque difficile, vista la polarizzazione promossa in campagna elettorale – potrebbe garantire una maggioranza. Molti sostengono che Ehud Barak sarebbe pronto a sostenere la Livni tanto quanto Netanyahu, mantenendo la poltrona di ministro della Difesa: il leader del partito laburista, non escludendo una simile eventualità, ha provocato parecchi malumori all'interno della sua formazione. Stesso discorso vale per Shas: il partito ortodosso potrebbe sostenere entrambi i governi, anche se il suo peso non risulta certo decisivo.

Più complessa è la posizione di Lieberman, vera star della campagna elettorale: Yisrael Beitenu, infatti, rappresenta per tutti un problema. Le posizioni di Lieberman – staccatosi dal Likud negli anni Novanta per rappresentare gli interessi dei nuovi immigrati russi – si sono col tempo estremizzate: negli ultimi mesi ha conquistato consensi puntando tutto sul nazionalismo, fino a proporre di togliere la cittadinanza a quegli arabi-israeliani che – nelle loro critiche a "Piombo fuso" – avrebbero sposato l'ideologia di Hamas. Simili affermazioni – così come la forte contrarietà a concessioni territoriali nell'ambito del processo di pace con i palestinesi – rendono virtualmente impossibile un'eventuale alleanza con il centrista Kadima. Lieberman, però, creerebbe imbarazzi anche a Netanyahu: il leader del Likud, che ha cercato di mostrarsi più moderato dopo la vittoria di Barack Obama, si troverebbe infatti alla guida di un governo troppo sbilanciato a destra.

Liberman, in questi giorni, viene preso molto sul serio tanto dagli avversari quanto dalla stampa. Svariati esponenti del Likud – preoccupati dai sondaggi – si sono appellati agli elettori di destra per promuovere il "voto utile": scegliendo Lieberman, infatti, si toglierebbero consensi a Netanyahu regalando a Tzipi Livni la vittoria. E mentre la stampa mostra preoccupata la crescita di consensi attorno Yisrael Beitenu nelle università, Lieberman si gode il suo momento di celebrità: da un lato tiene aperte tutte porte (affermando che Netanyahu non è responsabile degli attacchi che giungono dal Likud), dall'altro rilancia la propria indipendenza prevedendo una crescita del suo partito fino a 30 seggi entro il 2013. Almeno su Hamas, però, sembra avere le idee molto chiare: "Il governo di Hamas deve essere buttato giù. Abbiamo bisogno di un'operazione molto più incisiva di Piombo Fuso". Un pensiero non dissimile da quello della maggioranza della popolazione, che vede cadere i razzi sul Negev mentre il governo tratta l'ennesima tregua.

Al di là di Liberman, le elezioni restano molto aperte: "Haaretz" calcola almeno un 15% di indecisi, una quota di votanti capace di esprimere 18 seggi alla Knesset. Tra questi, fondamentali risulteranno gli arabo-israeliani tanto attaccati da Yisrael Beitenu: da settimane, gli elettori dibattono sulla possibilità di boicottare le elezioni come segno di protesta contro la guerra di Gaza. La loro astensione potrebbe portare i partiti arabi a non superare il 2% delle preferenze, soglia necessaria per accedere alla Knesset. Per decidere c'è tempo ancora qualche ora: domani apriranno le urne, e Israele avrà finalmente un nuovo premier dopo la burrascosa gestione di Ehud Olmert.

L'Occidentale

08 febbraio 2009

Carry me into office

There will be a groundswell of public opinion sooner or later which will carry me into office, and let me tell you, I'll only be there for five years, and it'll all end in tears, but it'll be a proper laugh while it's happening. The first two years would be kind of tough, but the following three would be amazing.
Noel Gallagher,
si "candida" premier

Non può impicciarsi

Secondo me un governante non può impicciarsi in una vicenda totalmente privata. Qui, nel dettaglio, il governo sul delicato tema del fine vita ha inizialmente imboccato la strada sbagliata. Senza valide motivazioni, ha optato per un decreto legge nonostante il parere negativo espresso preventivamente dal Presidente della Repubblica. Poi dopo che il capo dello Stato ha ufficializzato il suo giusto no, il governo ha ripiegato su un disegno di legge da portare in tempi rapidi all’esame del Senato. Berlusconi doveva regolarsi diversamente. In questo tipo di situazioni, se eventualmente un’interferenza può esserci, può arrivare soltanto dai genitori o dai familiari. Non è una questione politica e poi, piaccia o non piaccia, è difficile ignorare la drammatica oggettività della condizione di Eluana Englaro.
Giulio Andreotti,
"La Stampa"

Caso Englaro: quanto è isolato Fini?

Fini isolato? Non secondo la rivista online della sua fondazione, "Fare Futuro".

Dicono, Gianfranco Fini è isolato. Lo ripetono fino alla nausea, ma come, non vedi, è l´unico, è il solo a dire queste cose. Non può fare così. Qualche blog ripete la solita cantilena del tradimento della Destra eterna, dei Valori, della Famiglia, della Vita. Anche Vittorio Feltri su Libero, concedendo da un lato al presidente della Camera «la dignità della posizione», dall´altro ne descrive l´isolamento politico rispetto alle scelte del Cavaliere: «In un colpo solo Silvio - scrive Feltri - che in chiesa ci va poco perché non può accomodarsi nel tabernacolo, ha conquistato tutti gli anticomunisti, tutti i cattolici, tutti i preti di ogni grado, tutti quelli cominciavano a dubitare dei suoi muscoli. A Fini non sono andati dietro neppure i suoi...».E così elencano i ministri di An, vedi, lo hanno abbandonato tutti, ha preso un´altra strada. Eppoi, la lunga fila di deputati fino ai consiglieri comunali. E allora, per un secondo, viene da chiedersi: ma forse è proprio vero che è isolato? Ed è anche isolato chi, come lui, pensa in tutta sincerità che possa esistere una destra - come si domandava Filippo Facci qualche tempo fa - dei distinguo? Che non sia clericale. Che sia garantista. Non corporativa. Laica, insomma. Che non viva la propria missione politica in un´eterna barricata tra pensiero forte (quale esso sia) e pensiero debole. Una destra - verrebbe da dire - delle buone maniere e del senso comune, umilmente (e garbatamente) politica. Isolato, quindi. Isolati.


Eppure, se si vanno a leggere i sondaggi si osserva un paese più complesso. Un paese sempre molto diverso dalla politica e da ogni gerarchia. E i risultati, tra l'altro, non mostrano grandi differenze anche se si guarda alle preferenze politiche degli intervistati. Trasversalmente complesso. Per rimanere al caso di Eluana, il sondaggio della Ipr Marketing dice che il 61% è favorevole a interrompere alimentazione e idratazione della ragazza in coma da 17 anni; che solo il 26% esprime contrarietà e il 13% non ha un'opinione in merito, a testimonianza che anche il dubbio ha un suo spazio in questa drammatica vicenda. Dal punto di vista politico, non c'è praticamente differenza: gli elettori di centrodestra e quelli di centrosinistra sono favorevoli all'interruzione in percentuali pressoché identiche (62% e 63%). Risultati identici per quanto riguarda il concetto di "terapia medica" riferibile o meno all'alimentazione e all'idratazione di una persona nelle condizioni di Eluana. Per il 61%, in questo caso, si tratta di terapie mediche che, quindi, possono essere sospese. Il 27% la pensa diversamente e il 12% non ha opinione. Senza entrare nel merito, nel giusto e sbagliato, nei dibattiti teologici e filosofici, nelle certezze di integralisti laici e religiosi, il sondaggio dimostra, allora, che la sensibilità di Gianfranco Fini non è affatto isolata nella società e, anche, nella destra diffusa: la destra di chi vota, riflette, sceglie senza stare troppo a pensare agli schieramenti dovuti, a lobby di riferimento, a prezzi da pagare. La destra che non milita. E se qualcuno può pensare che quei sondaggi non sono veritieri, forse dovrebbe andare a parlare con i tanti individui che compongono questa destra "normale" di un paese "normale": persone in carne e ossa che si interrogano, hanno dubbi, criticano, si arrabbiano e poi, magari scelgono. Persone che capiscono la tragedia, che seguono il dibattito umano, meno quello politico. Magari hanno torto, tutte queste persone. Non è questa la sede per discuterne. Ma una cosa è certa: Gianfranco Fini è l´unico, a destra, che in questo momento sta rappresentando quei milioni di italiani, cittadini, che votano a destra, che si sentono di destra, ma che non ce la fanno a fare di questa tragica vicenda una battaglia ideologica. No, Fini non è affatto da solo.

Filippo Rossi
(C) Fare Futuro Web Magazine

07 febbraio 2009

Da padre a padre

Sono il tutore di Eluana Englaro ma in questo momento parlo da padre a padre, rivolgendomi al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per invitare entrambi, ed essi soli, a venire ad Udine per rendersi conto, di persona e privatamente, delle condizioni effettive di mia figlia Eluana, su cui si sono diffuse notizie lontane dalla realtà che rischiano di confondere e deviare ogni commento e convincimento.
Beppino Englaro,
vedere per credere

06 febbraio 2009

Lacci e lacciuoli

Quando il presidente del Consiglio parla di ‘lacci e lacciuoli’ che gli impediscono di fare sempre quel che gli pare, o quel che gli impone la stretta cerchia della sua corte, immancabilmente si riferisce agli impacci della Costituzione. Lo si e’ visto oggi, quando per il caso Eluana ha costretto il Paese a subire l’inutile trauma aggiuntivo dello scontro fra capo dello Stato e governo, nella solita e colpevole assenza di un Parlamento codardo al novanta per cento.
Paolo Guzzanti,
ex-Pdl e neo liberale

Forte preoccupazione

Desta forte preoccupazione che il Consiglio dei Ministri non abbia accolto l’invito del Capo dello Stato, ampiamente motivato sotto il profilo costituzionale e giuridico, ad “evitare un contrasto formale in materia di decretazione d’urgenza”. E’ quanto dichiara il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini.
Gianfranco Fini,
comunicato ufficiale

Conflitto istituzionale

Il decreto legge sul caso Englaro è un fatto gravissimo di conflitto istituzionale: questo avrebbe dovuto essere il momento del silenzio da parte della politica, è stato invece il momento della prevaricazione che il Governo ha compiuto nei confronti della famiglia di Eluana, del Quirinale, della Costituzione. E' nostro dovere manifestare contro l'ennesimo colpo di mano dell'Esecutivo e chiamiamo a raccolta tutte le donne e gli uomini di questo Paese per un presidio, pacifico e silenzioso, da tenersi domani davanti a Palazzo Chigi. Noi ci saremo, in difesa della legalità, delle libertà costituzionali ma soprattutto in piena solidarietà con la famiglia Englaro e con un dramma umano che non può essere oggetto di mercimonio.

Non firmare

Si vergogni il Governo per l’approvazione di un decreto legge, scritto sotto la dittatura del vaticano, che offende la libertà, l’umanità e l’intimità delle persone umane e delle famiglie. I Liberali in nome del diritto già riconosciuto dala magistratura e in nome dei principi costituzionali scongiurano il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, a non firmare questo terribile decreto legge perché “contra libertade personam” che reca offesa ad ogni individuo.
Partito Liberale Italiano,
comunicato ufficiale

Cercasi Goebbels

Sul suo blog, Tonino Di Pietro scrive una lunga lettera al Presidente della Repubblica. Prima elenca le tappe dell'inarrestabile autoritarismo montante: "Egli ha già piegato a sé il Parlamento con il ricorso massiccio ai decreti legge e al voto di fiducia “obbligato”. Ha già occupato l’informazione pubblica e privata in totale conflitto di interessi. Ha già mortificato, con il Lodo Alfano e con l’altra miriade di leggi ad personam che ha imposto, il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Ora, con un colpo solo, si accinge ad un “poker di porcherie” degno del peggior modello argentino: la nomina dei componenti del Consiglio di amministrazione della Rai, la modifica dell’organo di autogoverno della Corte dei Conti, la limitazione delle intercettazioni telefoniche, la modifica dei regolamenti parlamentari" (il grassetto è di Tonino, ndr).

Poi, la grande analisi storica: "Quello che sta avvenendo nel nostro Paese, ad opera dell'attuale governo, sembra ricalcare più le orme del partito nazionalsocialista tedesco degli anni 30 che quelle di una democrazia fondata sul diritto". Domanda: se Berlusconi ricalca le orme di Hitler, chi è il suo Goebbels (ministro della propaganda)? Forse Capezzone, in qualità di portavoce? Si accettano proposte.

Gli assentisti europei

Prima notizia: l'europarlamento ha approvato una mozione per l'estradizione di Cesare Battisti. Ottimo. Seconda notizia: su 785 deputati erano presenti in 54 (la mozione è passata con 6 contrari e 48 favorevoli). Triste, ma ancor più triste è il fatto che di 78 italiani hanno votato solo in 6: come se la questione riguardasse, che so, il Belgio o la Svezia. Perchè solo in 6? Per non perdere il low-cost per Roma. A pochi mesi dalle elezioni europee, forse questa notizia è più interessante di una mozione semplicemente simbolica.

Il Pdl che non ci sta



Su Eluana si spacca anche il Pdl. Dopo le riserve di Fini, è Benedetto Della Vedova - presidente dei Riformatori Liberali - a esibirsi in un sit-in solitario davanti a Palazzo Chigi: "
Proprio perché confido nella saggezza politica, nella correttezza istituzionale e nella sensibilità umana del Presidente del Consiglio, auspico che voglia evitare al Governo l’adozione di un decreto legge la cui urgenza risiederebbe, unicamente, nell’impedire che, in attuazione di una sentenza definitiva e della volontà della paziente, siano sospese le terapie ad una persona che giace, da 17 anni, in coma vegetativo permanente". Qui la conferenza stampa improvvisata.

04 febbraio 2009

E avverto il dovere di rispettarla

Invidio chi ha certezze sul caso Englaro. Personalmente non ne ho, né religiose né scientifiche. Ho solo dubbi, uno su tutti: qual è e dov'è il confine tra un essere vivente e un vegetale? Penso che solo i genitori di Eluana abbiano il diritto di fornire una risposta. E avverto il dovere di rispettarla.
Gianfranco Fini,
Chapeau

03 febbraio 2009

Più sentito niente

Quando, giusto un anno fa, esclusero Marco Pannella dalle liste del Pd per le elezioni politiche, Goffredo Bettini, in uno degli incontri avuti con noi, disse testualmente: "Pannella è più adeguato per le Europee, in quell'occasione lo eleggeremo con 200mila preferenze". Dopodiché, però, non abbiamo più sentito niente e perciò...
Emma Bonino,
il Pd fa lo gnorri coi Radicali (ancora)

02 febbraio 2009

Rischio di xenofobia, di razzismo, di violenza

Siamo dinanzi a episodi raccapriccianti che vanno ormai considerati non come fatti isolati ma come sintomi allarmanti di tendenze diffuse che sono purtroppo venute crescendo. Rivolgo perciò un forte appello a quanti hanno responsabilità istituzionali, culturali, educative perché si impegnino fino in fondo per fermare qualsiasi manifestazione e rischio di xenofobia, di razzismo, di violenza.
Giorgio Napolitano,
dopo l'ennesimo falò umano

La giustizia italiana è molto più pericolosa dell'immigrazione

L'ex ministro degli Interni Beppe Pisanu ha rilasciato una lunga intervista ad Aldo Cazzullo. Temi centrali immigrazione e criminalità. Dice Pisanu: "L’immigrazione è un fenomeno che orienterà i processi economici e sociali dell’Europa per un secolo; non lo si può affrontare con l’orecchio teso alle voci delle osterie della Bassa padana. Il sonno della ragione genera mostri. Comportamenti aberranti da una parte. Dall’altra, misure rivolte a tranquillizzare l’opinione pubblica e a giustificare slogan elettorali".

L'accusa a Berlusconi, insomma, è quello di farsi risucchiare dagli slogan leghisti. "Più d’una volta ho avuto la sensazione che la tolleranza zero servisse a giustificare l’intolleranza. L’intolleranza verso l’estraneo, verso chi la pensa diversamente, appartiene ad altre culture o ha altre convinzioni religiose". "La vera battaglia" continua Pisanu "è la prevenzione. Concentrarsi sulla repressione di reati già commessi significa aver già perso. Andrebbe affermato il principio che l’immigrazione clandestina è solo l’aspetto patologico di un fenomeno positivo: se vogliamo mantenere il nostro tasso d’attività, e quindi la nostra ricchezza, con l’attuale trend di nascite dobbiamo accogliere 2-300 mila immigrati l’anno".

Pisanu solleva con intelligenza problemi molto concreti. Per quanto mi riguarda, qualche semplice considerazione:

1) E' evidente che gran parte della criminalità è legata agli extracomunitari: sono le frange della popolazione più povere e disagiate, e in molti casi provengono da contesti politici e sociali ben lontani dalle nostre culture liberaldemocratiche. Detto ciò - soprattutto per quanto riguarda la Romania, entrata a far parte dell'Unione Europea - l'immigrazione è (e sarà sempre più) un processo necessario e inarrestabile.

2) Detto ciò, qui entra in gioco la prevenzione di Pisanu. Il problema dell'Italia non è l'immigrazione, quanto un sistema giudiziario scandaloso che non ha eguali nelle più moderne liberlademocrazie occidentali. Negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna, in Germania, in Inghilterra, nei paesi nordici esistono pene dure e certe: se anche in Italia le condanne fossero scontate sino all'ultimo giorno, staremmo tutti meglio. Vivremmo più liberi e sicuri. E ci sarebbero meno problemi d'integrazione.

3) Terza ed ultima questione. Attenzione: quando si parla di pene certe e più severe, in Italia viene evocato lo spettro dell'autoritarismo. Questa è la più grande malattia italiana: non abbiamo ancora capito che una liberaldemocrazia sana ha bisogno di regole certe e sane, per garantire la libertà di tutti. E' piuttosto il buonismo - imperante da troppi anni - ad aprire scenari da incubo: in Italia cresce il razzismo, cresce la sfiducia nelle istituzioni liberali, cresce la voglia di farsi giustizia da soli. Esattamente quello che è successo negli anni immediatamente precedenti alla marcia su Roma. Questo lassismo è oggi la più grande minaccia alla democrazia e alla libertà dei singoli individui.

Barack W. Obama

Sotto Barack Obama, la Cia continuerà a rapire (leggi: caso Abu Omar). Spiega un funzionario: "Dobbiamo preservare certi strumenti. Sappiamo che ha causato controversie in certi ambienti e tempeste politiche in Europa. Ma se condotto secondo certi parametri, è accettabile". I parametri li ha suggeriti Human Rights Watch: garanzie contro la tortura, regolare processo e detenzione.