30 novembre 2008

L'antisemitismo

Per quanto riguarda noi europei di singolare nei nostri atteggiamenti verso il terrorismo islamico c'è l'indifferenza che spesso mostriamo per un aspetto della sua ideologia che dovrebbe, a rigore, apparirci ripugnante: l'antisemitismo. È una vecchia storia. La stessa Europa che ricorda l'Olocausto e si commuove davanti al film Schindler's List non prova particolare sdegno per l'antisemitismo diffuso nel mondo arabo, e musulmano in genere, di cui la «caccia all'ebreo» da parte dei jihadisti (anche a Mumbai) è una diretta conseguenza. Non casualmente, qui da noi trovò fertile terreno, dopo l'11 settembre, la favola secondo cui il jihadismo sarebbe colpa di Israele, un frutto delle persecuzioni israeliane nei confronti dei palestinesi. E vanno anche ricordati i sondaggi che registrano l'ostilità di tanti europei per Israele. Al fondo, sembra esserci una strategia inconsapevole e politicamente suicida. C'è l'idea che solo se neghiamo l'evidenza, ossia i veri caratteri dell'ideologia jihadista, solo se spieghiamo le sue manifestazioni violente come il frutto esclusivo di circostanze specifiche in luoghi lontani da noi, possiamo sperare di essere lasciati in pace.
Angelo Panebianco,
"Corriere della Sera"

29 novembre 2008

Lo speechwriter più bravo del mondo



Questo ragazzino si chiama Jon Favreau. Ha 27 anni e con i suoi discorsi ha portato alla vittoria il primo presidente afroamericano della storia. Camillo ci racconta come.

Tolleranza Zoro


Tolleranza Zoro, 15a puntata. Come sempre, merita.

L'uomo che si gettò dalla Ghirlandina



Quest'uomo è Angelo Fortunato Formiggini. Modenese, ebreo, fine editore. Perseguitato dal regime fascista (e razzista), il 29 novembre 1938 - esattamente 70 anni fa - si gettò dalla Ghirlandina, la torre campanaria del Duomo di Modena. Oggi lo ricorda una lapide. A rompere il silenzio stampa del fascismo sulla questione, solo un commento del segretario Achille Starace: "
È morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola".

La strategia è quella di al-Qaeda

La strategia è quella di al-Qaeda. E' un attacco che serve ad accrescere la tensione tra India e Pakistan con lo scopo di alleggerire la pressione sul confine tra Afghanistan e Pakistan, perchè i terroristi sperano che il Pakistan ora sia costretto a spostare le truppe sul confine indiano, complicando così la situazione per le truppe americane in Afghanistan. India e Pakistan non devono cadere nella trappola. Mi è molto dispiaciuto sentire la dichiarazione del governo indiano in cui ha accusato il governo pachistano di essere direttamente coinvolto. Esattamente quello che vuole al-Qaueda.
Ahmed Rashid,
la versione del più noto giornalista pachistano

L'Onda perde le elezioni e se la piglia col rettore


"Il Riformista", 29.11.2008.

Mumbai, l'Europa e la guerra al terrore

Sul "Corriere della Sera" di oggi, Ernesto Galli della loggia parla di Mumbai e della lotta al terrore. Titolo, emblematico: "L'Europa degli indecisi". L'editorialista parte da una triste constatazione: "Ogni volta registriamo i fatti, li deploriamo doverosamente, ribadiamo la necessità di tenere alta la guardia (una delle espressioni più stupide e inconcludenti del nostro gergo politico, e proprio per questo adoperatissima), e guardiamo da un’altra parte. Non c'è dubbio che anche dopo i fatti di Mumbai sarà così".

Quello che i terroristi cercano, da New York a Londra a Madrid a Mumbai, è "il sangue di americani, inglesi, francesi e tedeschi; anche di italiani se capita. E di sangue ebraico naturalmente: quello sempre. Le vittime che soprattutto essi vogliono sono vittime occidentali: 'crociati' e 'sionisti'. Non perché i terroristi siano belve accecate dal fanatismo (lo sono, ma in un senso più complicato di ciò che si pensa di solito). Ma perché si prefiggono lucidamente un obiettivo, e pensano che ammazzarci possa aiutarli a conseguirlo: l'obiettivo di ridurre via via fino a cancellarla l'area di rapporti e d'influenza politica, nonché l'insieme di legami economici, culturali e religiosi, che una storia millenaria ha stabilito tra Europa e America da un lato e il mondo afro-asiatico dall'altro".

E qui giunge la tragedia europea: "Di fronte a questo piano del terrorismo islamista noi—intendo noi europei dell'Unione, fatti salvi come al solito gli inglesi— non ne abbiamo tragicamente nessuno". Niente: la tattica degli europei, al di là della solita "allerta massima", è quella di sperare che il marchio al-Qaeda non si stampi sulle capitali del Vecchio Continente. E pazienza se Madrid non è stata così fortunata. Da un lato, dunque, ci sta l'America - che "con Bush una via, la si giudichi come si vuole, l'hanno scelta da tempo, e vedremo adesso come la cambierà Obama. Ma è certo che gli Usa continueranno comunque a fare qualcosa" - dall'altra noi, "che non sappiamo cosa fare".

La realtà europea, chiude Galli della Loggia, è la seguente: "Abbiamo degli uomini sul campo ma non vediamo l'ora di ritirarli; critichiamo di continuo gli americani ma non vogliamo né sappiamo essere alternativi in alcun modo ad essi; siamo decisi a parole ma poi indecisi e divisissimi tra noi in ogni azione: sballottati qua e là dalle tempeste di una storia nella quale pensiamo sempre meno di dover avere una parte, e di poterla avere".

Aggiungo io che gli europei, passata la sbornia obamiana, dovrebbero prendere in mano quello che il presidente eletto ha scritto sulla prestigiosa rivista "Foreign Affairs" nel luglio-agosto 2007. Titolo: "Renewing American Leadeship". Contenuto: "Dobbiamo riconcentrare i nostri sforzi sull'Afghanistan e sul Pakistan - il fronte principale della nostra guerra ad al-Qaeda - in modo da poter contrastare i terroristi là dove le loro radici sono più solide. Una guerra in Afghanistan è ancora possibile, ma solo se agiremo in modo rapido, oculato e deciso". E qui, per noi europei, viene la nota dolente: "Dovremo perseguire una strategia integrata che rafforzi le nostre truppe in Afghanistan e rimuova le limitazioni poste ad alcuni alleati della Nato alle rispettive truppe".

Dopo la commozione, dopo aver rinnovato a parole la determinazione nella lotta al terrore, Obama ci chiederà una risposta chiara. "Aumenterete le vostre truppe e le manderete a combattere sul campo come facciamo noi con gli inglesi?": e la risposta che vorrà setirsi dire sarà "Yes, we can".

Perchè quando crollerà l'immagine angelica e salvifica costruita attorno a Obama dalla stampa europea, scopriremo un presidente lungimirante e deciso. Nello stesso articolo, più di un anno prima degli attentati di Mumbai, Obama scriveva: "Mi unirò ai nostri alleati nel pretendere - non solo chiedere - che il Pakistan usi la mano pesante con i talebani, che dia la caccia a Osama Bin Laden e ai suoi luogotenenti, e che tronchi le sue relazioni con tutti i gruppi terroristici. Allo stesso tempo, mi adopererò per incoraggiare il dialogo tra Pakistan e India, lavorando per una una risoluzione della loro contesa sul Kashmir, nonchè il dialogo tra Afghanistan e Pakistan, perchè vengano superate le loro storiche differenze e si sviluppi la regione di confine Pashtun". Le priorità, e i fronti del terrore, sono ben chiari nella testa di Obama. Non in quelle dei leader europei.

L'articolo del presidente eletto Barack Obama, "Renewing American Leadership", è disponibile a questo indirizzo. Una traduzione italiana è disponibile nel volume "Yes, we can. Il nuovo sogno americano", Roma, Donzelli 2008, pp. 33-54.

Il professore e la Guzzanti


Università di Udine. Il professor Raimondo Strassoldo contro la Guzzanti. Vince la Guzzanti. Da YouReporter.

Il pariolino che si veste da rivoluzionario

Fascisti sono quelli che non fanno parlare la gente. Io lo so bene perchè sono figlio di partigiano. Io sono quello di sinistra, non il pariolino che si veste da rivoluzionario.
Luigi Frati,
rettore dell'Università La Sapienza

28 novembre 2008

Blitz a Chabad



Scene da 007 al centro ebraico Chabad di Mumbai, uno degli ultimi siti liberati dai terroristi. Ma il blitz è inutile: i militari indiani hanno trovato i sei ostaggi senza vita. Ehud Barak, ministro della Difesa israeliano, ha parlato di corpi legati e di due donne, tra le vittime, uccise molte ore prima del ritrovamento.

E ci dice che è una guerra anche nostra

Il mondo è troppo piccolo per starcene in disparte a lamentarci di quel po' di benessere che perderemo con la recessione. Il mondo è troppo interconnesso per voltare gli occhi dall'altra parte perchè ci sarà sempre una nostra famiglia, una nostra impresa, un nostro interesse a rischio in ogni parte del mondo dove si accendono i bagliori del terrorismo. Il mondo è troppo pericoloso per non stare dall'unica parte in cui possiamo stare, nell'alleanza con l'America. E il mondo è troppo insicuro per cullarsi nell'illusione di poter sostituire l'ordine attuale con uno nuovo e multipolare, per fidarsi della Russia, della Cina e se è per questo anche dell'Europa, così come ci siamo fidati nei sessant'anni dalla fine della guerra dell'America e della sua leadership. La strage di Mumbai ci dice che la guerra tra il mondo libero e il mondo del fanatismo e della morte continua. E ci dice che è una guerra anche nostra.
Antonio Polito,
"Il Riformista"

L'investigatore delle civiltà che odia i viaggi e le esplorazioni

Claude Lévi-Strauss ha 100 anni. Come Fontenelle, Jünger, il sofista Gorgia o suor Emmanuelle, il prossimo 28 novembre entrerà a far parte del ristretto club di centenari lucidi, in piena forma, ancora all'opera. Sarà l'occasione per molte commemorazioni; la più clamorosa, quella organizzata da Catherine Clément al Museo del quai Branly, dove cento intellettuali e scrittori leggeranno, lungo un'intera giornata, alcune delle migliori pagine del maestro, rendendo così omaggio a una delle avventure intellettuali più ricche del XX secolo.

Cosa lascerà, in fin dei conti, Lévi-Strauss nel paesaggio delle idee contemporanee? Un'opera, certo. Un'opera magnifica, letteralmente magnifica che, dai Tristi tropici agli ultimi scritti sull'arte, sarà ricordata come quella di uno dei nostri migliori stilisti. Ma anche - e si tende a dimenticarlo tanto si è imposta, con gli anni, l'immagine di un Lévi-Strauss elegiaco, bucolico, «rousseauiano» impenitente ed ecologista ante litteram - un certo numero di ipotesi, gesti concettuali, movimenti di puro pensiero che fanno di lui, prima di tutto, un sapiente di somma importanza. L'ipotesi secondo cui, per esempio, si comincia a capire una società solo quando se ne è identificata la struttura invisibile, l'algebra nascosta, la cifra. L'osservazione dei fenomeni. L'analisi minuziosa, dettagliata, addirittura incantata, dei suoi modi di vestire o dei suoi comportamenti a tavola. Ma anche, almeno altrettanto, la messa in rilievo di una struttura fredda, astratta, priva di colore e di corpo, che è come il suo scheletro segreto.

Bisogna dire e ripetere che Lévi-Strauss è il solo etnologo che, anche negli anni 1935-38, durante le sue missioni nel Mato Grosso, non abbia mai creduto più di tanto al culto del «terreno» di cui si sono accontentati, prima e dopo di lui, la maggior parte dei suoi colleghi. Bisogna dire e ripetere che la scienza, per questo sorprendente investigatore che, fin dalla prima pagina del suo primo libro, diceva di odiare i viaggi e gli esploratori, non comincia con il rilevamento, a occhio nudo, dei riti visibili degli indiani Bororo, ma con l'analisi, nel laboratorio dell'anima e dei libri, dell'architettura invisibile che li ha fomentati. Bisogna dire e ripetere che, quando egli scrive Il pensiero selvaggio, non lo fa per opporre al pensiero sofisticato dei moderni chissà quale pensiero magico, se non primitivo, ritenuto più vicino a una purezza originaria, ma per dire, contro tutti gli evoluzionismi, che questo pensiero magico è strutturato, quindi sofisticato, quanto il più sofisticato dei pensieri moderni.

Infine, non bisogna mai dimenticare che è lo «strutturalismo» - per tutta la vita, come era da prevedere, ha cercato di disattivarne i cliché più riduttivi ma è comunque stato, alla fin fine, la sua invenzione più importante - ad avergli consentito: a) di opporre all'illusione di una molteplicità pura dei destini antropologici quella di una combinazione regolata che programma soluzioni in numero finito; b) di restare così fedele, al di là del relativismo culturale di cui si è impropriamente decretato fosse l'emblema, a una forma di universalità umana che egli ha nel vero senso della parola rifondato. Lévi-Strauss è il discepolo di Ferdinand de Saussure, cioè di una linguistica secondo la quale le lingue sono costituite non da parole (con la loro interiorità muta, il loro mistero infinito), ma da segni (con il gioco finito, e loquace, di relazioni che li collega agli altri segni). È il contemporaneo di altri linguisti, come Jakobson o Benveniste, i quali hanno dimostrato che, nei segni, ciò che conta è certamente il loro significato (per definizione assente e al tempo stesso reputato concreto, carnale, «veramente» reale), ma anche il loro significante (l'essere-lì della lingua e al tempo stesso, paradossalmente, quello che di nascosto la comanda). È il padre di tutta una corrente di pensiero che, mediante la produzione delle nozioni di «lettura sintomale» o di «cesura epistemologica» (Althusser), mediante il passaggio dal concetto di «struttura elementare» a quello di «episteme» (Foucault) o mediante il capovolgimento che permise agli artefici del «ritorno a Freud» (Lacan) di passare, una volta per tutte, dall'«uomo» al «soggetto», ha arricchito come mai lo sguardo che portavamo sul quel gioco regolato di ripetizioni e differenze chiamato mondo.

La filosofia ci parla di quello che è visibile o di quello che è nascosto? Ha la missione, come per gli epicurei o i fenomenologi, di dire quello che è cangiante sotto lo sguardo o, come nella tradizione che va da Platone a Hegel, quello che si sottrae a qualsiasi presa, dell' occhio o dello spirito? È tutta qui la questione. Ed è per aver rifiutato di scegliere; meglio, è per aver formulato questa scelta in termini inediti che Claude Lévi-Strauss rappresenta un momento del pensiero di cui non si conoscono molti equivalenti: il momento greco, certamente; il momento speculativo tedesco, probabilmente; salvo che qui si tratta, per una volta, di un momento schiettamente francese. Buon compleanno, signor Lévi -Strauss. E grazie.

Bernard-Henry Lévy
(C) Corriere della Sera

Centenari



Happy Birthday, Mr. Lévi-Strauss.

27 novembre 2008

Macy's Pride



Wall Street è sul lastrico, al-Qaeda rialza la testa in India e minaccia la metropolitana di New York. Ma oggi è Thanksgiving: niente e nessuno può fermare la Macy's Parade. E i tacchini.

Tradizionalmente repubblicana, più che democratica

Barack Obama non ha ancora nominato la sua squadra di politica estera e di difesa, lo farà lunedì, ma i nomi, i profili e i curriculum dei politici, consiglieri e collaboratori che andranno a occupare i posti chiave della sua Amministrazione circolano già da tempo e preannunciano una politica di sicurezza nazionale pragmatica, di scuola realista, di destra, più che di sinistra, tradizionalmente repubblicana, più che democratica. La nuova Amministrazione Obama si appresta certamente a chiudere la breve e sopravvalutata era di influenza dei neoconservatori a Washington, ma cancella ogni residuo di quella politica estera progressista, pacifista, affetta dalla sindrome post Vietnam che già Clinton aveva messo nel dimenticatoio della storia e che ormai riesce ad avere presa soltanto nella sinistra europea.
Christian Rocca,
"Il Foglio"

Chi c'è dietro le granate?

Bene, la domanda è: chi c'è dietro agli attentati di Mumbai? E' presto per dirlo. In molti però si sono fatti un'idea. Al "Times of India" una fonte avrebbe dichiarato che "i responsabili sono arrivati a Mumbai in barca" e che "sono cittadini pachistani".

Guido Olimpio, esperto di terrorismo del "Corriere della Sera", parla di "un fronte terroristico che mette insieme separatisti del Kashmir, autonomisti dell'Assam con basi nel Bangladesh, militanti pro Al Qaeda, estremis ti come i cosiddetti Mujaheddin Deccan". Più secco Ahmed Rashid, intervistato da Lorenzo Cremonesi: "È Al Qaeda. Non ci sono dubbi. Utilizza nomi di gruppi sconosciuti per rivendicare gli attentati. Ma l'identità degli attentatori va ricondotta all'estremismo islamico e alle sue diramazioni in Oriente".

Sull'ipotesi al-Qaeda, il "New York Times" è più cauto: "Alcuni esperti di terrorismo globale con esperienza in Arabia Saudita hanno dichiarato che, in base alle tattiche utilizzate nel corso degli attacchi, il gruppo probabilmente non è legato ad al-Qaeda - nonstante questa ipotesa sia sostenuta da altri esperti". Intanto il primo ministro Shing ha parlato alla Nazione: "L'India si rialzerà".

Scene di ordinaria follia








Mumbai, 27-28 novembre 2008.

Questa è una guerra

Sapevo che c'erano molte tensioni. Lo avevo scritto nel libro. Me lo avevano raccontato alcuni dei poliziotti che sono morti negli attacchi e che conoscevo personalmente. Ma no, non un attacco così: questo è l'attacco più grande visto negli ultimi decenni. Non se lo aspettavano neanche i poliziotti, questo lo so per certo: erano pronti a combattere criminali e tensioni interne, ma non questo. Questa è una guerra. Tuttavia devo anche dire che è un tremendo fallimento dell'intelligence indiana non essere riusciti a prevenirla.
Suketu Mehta,
autore di "Maximum City"

Riesplode la guerra del terrore. Oltre cento morti a Mumbai

Polvere e chiazze di sangue, vetri e carcasse d'automobile. La facciata del celebre Taj Mahal in fiamme. Le immagini che giungono dalle strade di Mumbai, capitale turistica ed economica dell'India, sembrano quelle di una città in guerra. Una guerra asimmetrica, non dichiarata. Ad aprire il fuoco, nel mezzo di un tranquillo mercoledì sera, è una task force del terrore armata di mitragliatrici e lanciagranate: secondo la tv indiana Ndtv, i terroristi sarebbero almeno 200. Nel mirino stazioni ferroviarie, alberghi di lusso – Taj, Tridend, e Oberoi – e luoghi di ritrovo: Sourav Mishra, collaboratrice della Reuters, ha assistito ad una sparatoria al Cafe Leopold. I primi dati forniti dal governo parlano di 80 morti e più di 250 feriti. Oltre 40 gli ostaggi: tra loro, bloccata all'hotel Oberoi, anche una donna italiana con la figlia di sei mesi.

Mentre le vie della città sono in preda al caos di ambulanze e mezzi di polizia, i media danno conto dei primi comunicati ufficiali e dei racconti dei testimoni. Tutto è cominciato con una serie impressionante di esplosioni e sparatorie in simultanea: un attacco in forza, preparato nei dettagli. L'azione più eclatante si è verificata nella hall della stazione ferroviaria Chhatrapati Shivaji Terminal: secondo numerosi testimoni, terroristi armati hanno cominciato a lanciare granate sulla folla. Tra le prime vittime accertate figura Hemant Karkare, il capo dell'unità anti-terrorismo della città di Mumbai.

Se l'attacco alla stazione ferroviaria era finalizzato alla strage, con i blitz negli alberghi di lusso gli attentatori hanno cercato (e trovato) decine di ostaggi. Tra gli edifici presi di mira, anche l'hotel Taj Mahal: Rakesh Patel, uomo d'affari londinese e testimone dell'incursione avvenuta alle 22.30 ora locale, ha raccontato al "Times of India" di aver visto due giovani assaltatori prendere in ostaggio 15 persone sul tetto dell'hotel. Secondo Patel, l'interesse dei terroristi era volto ad ostaggi di origine britannica o americana: una tesi confermata da un altro britannico, Alex Chamberlain, ospite dell'hotel Oberoi. Chamberlain ha raccontato a "Sky News" di aver assistito al rilascio di un cittadino italiano: "Parlavano specificatamente di britannici e americani" racconta il testimone, "c'era un italiano, gli hanno detto: 'Da dove vieni?' e lui ha risposto: 'Dall'Italia'. 'Bene' gli hanno detto, e lo hanno lasciato andare".

Tra gli ostaggi dei terroristi, nello stesso hotel Oberoi, figura un'italiana con la figlia di pochi mesi: è la moglie del cuoco di un ristorante italiano. Il marito, secondo quanto riportato da "Repubblica.it", ha rassicurato sulle sue condizioni: "Sta bene e la bambina è tranquilla". Ma altri italiani, secondo la Farnesina, potrebbero essere prigionieri: i connazionali presenti a Mumbai sono circa 200, alcuni di loro già in contatto con le autorità consolari. Un comunicato della Farnesina ha reso noto che "il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, segue costantemente, in contatto con l'Unita di Crisi, l'evolversi della situazione in Thailandia". Il ministero, continua il comunicato, "continua a monitorare attentamente gli sviluppi valutando, in stretto collegamento con l'Ambasciata, eventuali ulteriori iniziative di assistenza".

Il governo indiano, intanto, ha scelto la via della fermezza. Dopo aver fatto il punto della situazione, quanto mai caotica, l'ATS (Anti-Terrorism Squad) ha fatto incursione negli alberghi occupati dai terroristi. Negli scontri con il commando del Taj, che ha risposto con il lancio di granate dal tetto dell'hotel, due terroristi sono rimasti uccisi. A seguito del blitz, 50 persone sono state tratte in salvo: i pompieri sono poi intervenuti per spegnere le fiamme. I primi dati forniti dal ministero dell'Interno parlano di 4 terroristi uccisi e di 9 arrestati nel corso delle prime operazioni di polizia. In contemporanea alle incursioni antiterroristiche, in Tv è apparso il premier Vilasrao Deshmukh per spiegare che cinque colonne dell'esercito – con 200 commando speciali – sono stati inviati a Mumbai e i siti colpiti dagli estremisti sarebbero stati almeno 10, tra cui i 3 alberghi.

Puntuale – per la precisione, ad attacchi ancora in corso – è giunta la rivendicazione della strage. Secondo "Times of India", che cita e-mail ricevute dai principali organi d'informazione del Paese, responsabile degli attacchi sarebbe il gruppo terroristico islamico Deccan Mujahiddin. Scettici di fronte a un'organizzazione poco conosciuta, alcuni analisti puntano però il dito contro i militanti dei Lashkar-e-Taiba. Ma per fare chiarezza sulla reale dinamica degli attacchi, sul progetto e sull'identità dei mandanti serviranno indagini approfondite. L'ultimo attacco terroristico in terra indiana risale allo scorso 30 ottobre: ad essere attaccata fu la regione di Assam, colpita da un undici bombe rivendicate in seguito dall'Islamic Security Force-Indian.

Forti e tempestive le reazioni internazionali. Il Dipartimento di Stato americano ha condannato duramente gli attacchi ed ha espresso solidarietà ai parenti delle vittime, mentre il presidente eletto Barack Obama ha sottolineato la necessità di "sradicare e distruggere le reti terroristiche". Nel comunicato ufficiale, letto dalla portavoce Brooke Anderson, Obama ha poi espresso vicinanza "con il pensiero e le preghiere" alle vittime, ai loro parenti e a tutti gli indiani. Parole di condanna sono giunte anche dal Vecchio Continente, dalla Gran Bretagna – David Miliband, ministro degli Esteri, ha rinnovato l'impegno alla lotta congiunta contro il terrorismo – all'Italia e alla Francia. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, infine, ha chiesto che "chi ha perpetrato questi atti venga portato rapidamente davanti alla giustizia".

(Articolo chiuso alle ore 1.30)

L'Occidentale

26 novembre 2008

War has never solved anything



Un punto di vista interessante...
(via Francesco Costa)

Spiegarsi cos'ha intorno nel 2008

Di Pietro è l'interprete più efficace di una retorica che non è solo sua, condivisa com'è da chiunque si pavoneggia dell'allarme al regime e al fascismo che torna senza cercare né trovare le idee o le parole per spiegarsi cos'ha intorno nel 2008.
Andrea Romano,
sulle ultime sparate di Tonino

Le bandiere torneranno a bruciare?



Sembra proprio che Robert Gates (repubblicano) resterà a capo del Pentagono, almeno nel primo anno dell'amministrazione Obama. Una scelta intelligente e bipartisan da parte di quello che sarà - io credo - un grandissimo presidente. Dunque Gates alla Difesa e Hillary Clinton segretario di Stato: dopo aver tentato il dialogo con i nemici di sempre, ci si accorgerà che la politica estera di Obama sarà (sorprendentemente, per alcuni) non troppo distante da quella di Bush. Picchierà duro in Afghanistan, difenderà Israele e all'Iran non le manderà certo a dire. Ecco, allora qualche bandiera americana tornerà forse a bruciare nelle piazze europee.

25 novembre 2008

Vladimir come Obama?

Vladimir come Obama? E' un po' esagerato, ma fatecelo dire. Con il primo presidente afroamericano che va alla Casa Bianca si rompe il pregiudizio che per più di un secolo ha tenuto un popolo lontano dalla più importante istituzione americana, con Vladimir all'Isola si rompe il tabù dell'eterosessualità a tutti i costi.
"Liberazione",
sì, l'hanno scritto davvero

L'isola di Luxuria



Complimenti a Luxuria, vincitrice dell'Isola dei Famosi. Anche se tra le lotte in parlamento per i diritti delle minoranze e la partecipazione al reality della Ventura ci sono molte, e sane, vie di mezzo...

Gramsci e l'acqua santa



"
Gramsci morì con i sacramenti. E chiese alle suore che lo assistevano di poter baciare un'immagine del Bambino Gesù": la notizia, abbastanza clamorosa, viene dall'Arcivescovo Luigi de Magistris, penitenziere emerito del Vaticano. Secondo il presidente dell'Istituto Gramsci Beppe Vacca, però, "i documenti editi e inediti sulle ultime ore e sulla morte di Antonio Gramsci sono tanti e da nessuno di questi emerge la tesi della sua conversione: ovviamente non sarebbe uno scandalo, né cambierebbe alcunché. Dico solo, semplicemente, che si tratta di un fatto che non trova alcun riscontro documentato".

Ahmadinejad ha gettato l’Iran sul lastrico, Khatami torna a sfidarlo

A dispetto delle manifestazioni di forza sul piano internazionale, nelle ultime settimane il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non sembra passarsela troppo bene. A destare problemi, per una volta, non sono gli Stati Uniti o l'Agenzia Atomica Internazionale: a preoccupare il presidente, infatti, sono critiche e dinamiche politiche tutte interne alla Repubblica Islamica dell'Iran.

La credibilità di Ahmadinejad è oggi minacciata su due fronti di assoluto rilievo: quello economico e quello politico. Questioni insidiose, soprattutto in vista delle elezioni generali che si terranno tra poco più di sei mesi: un lasso di tempo cruciale per evitare di perdere ulteriore consenso. E, con esso, il secondo mandato presidenziale.

Ad aprire il fronte delle critiche economiche è una lettera firmata da 60 economisti, pubblicata a inizio novembre dai principali quotidiani nazionali. Gli economisti accusano Ahmadinejad per la sua "politica della tensione con il mondo esterno", causa principale della flessione degli investimenti esteri, dell'aumento dell'inflazione e della disoccupazione crescente (che ha raggiunto il 10%). Nella lettera aperta, gli autori criticano il presidente anche per "l’idealismo estremista" e "la mancanza di valutazione dei costi": tra i firmatari delle critiche, nota la Reuters, figurano anche esponenti conservatori che avevano sostenuto il presidente in occasione delle scorse elezioni.

L'accresciuta povertà della popolazione è la causa principale della perdita di consenso da parte del presidente. Da settimane Ahmadinejad è impegnato in una serie di comizi nelle zone più povere del Paese: un tentativo per tranquillizzare quelle frange di elettori che lo avevano portato alla vittoria, e ora potrebbero voltargli le spalle. Le critiche alla politica economica, del resto, sono assolutamente giustificate e i cittadini lo stanno provando sulla propria pelle. Lo stato in cui versa l'economia globale, poi, non aiuta le casse di Teheran: l'80% del reddito estero dell'Iran viene infatti dall'esportazione di petrolio, settore che ha registrato un brusco crollo dei prezzi.

Visto l'ampio risalto dato dai media alla critiche degli economisti, Ahmadinejad ha scelto di contrattaccare. Per mezzo dell'agenzia di stampa statale (Irna) – dopo aver criticato coloro che cercano di "importare il modello economico statunitense in Iran" – il presidente ha difeso le sue scelte economiche: su tutte, la convertibilità dei sussidi in contanti per rilanciare i consumi e l'iniezione di liquidità nel sistema economico per creare nuovi posti di lavoro. Misure, secondo i critici, potenzialmente devastanti: secondo il professor Habib Shakurzadeh "il Paese è sull'orlo del collasso economico", mentre un suo collega sottolinea come "con il prezzo del petrolio in ribasso" Ahmadinejad non possa "continuare a sovvenzionare i poveri iraniani per ottenere il loro supporto elettorale".

La crescita dei malumori nei confronti di Ahmadinejad non è però limitata a economisti ed elettori: dal bilancio statale, i mal di pancia si sono presto estesi al fronte politico. Negli stessi giorni in cui la lettera degli analisti finanziari veniva pubblicata dai giornali, il parlamento iraniano ha sfiduciato uno dei collaboratori più stretti del presidente: il ministro degli Interni Ali Kordan, principale stratega della campagna elettorale di Ahmadinejad per il 2009.

L'accusa a Kordan è quella di aver falsificato l'attestato di laurea conseguita ad Oxford: di fronte all'evidenza, però, l'ex-ministro ha dichiarato di essere stato a sua volta imbrogliato e di non essere responsabile del raggiro. Dettagli: con 188 voti favorevoli su 247, il parlamento lo ha licenziato per "difetto di onestà nella presentazione delle credenziali scolastiche".

Incassato il colpo, Ahmadinejad ha difeso Kordan definendolo "un prominente esponente della Rivoluzione Islamica": "I parlamentari hanno tutti i diritti di proporre la sfiducia dei ministri – ha continuato il presidente – ma in questo caso io non mi trovo d'accordo con la decisione del parlamento". Il posto di Kordan è stato preso da Sadeq Mahsouli, compagno di Rivoluzione di Ahmadinejad: una piccola rivincita dell'ex sindaco di Teheran, che è riuscito a porre un altro uomo di fiducia in un dicastero chiave come quello degli Interni. Resta comunque la crescente disaffezione nei confronti dell'attuale governo da parte del parlamento: secondo il commentatore Saeed Laylaz, "Ahmadinejad diventa sempre più vulnerabile e il voto (contro Kordan, ndr) dimostra che le prospettive di vittoria alle prossime elezioni sono per lui scarse".

Certo è che ultimamente i problemi per Ahmadinejad sembrano non finire mai. Dopo aver risolto la questione del ministro degli Interni con l'elezione di Mahsouli, infatti, nella bufera è finito un altro suo collaboratore: si tratta del vice presidente Esfandiar Rahim Mashaie. Secondo alcuni commentatori d'opposizione, Mashaie – che si occupa di Cultura e Turismo – avrebbe indetto uno spettacolo in cui donne in abiti tradizionali mettono in musica il Corano: uno spettacolo in odor di blasfemia, fortemente stigmatizzato da Mohammad-Nabbi Habibi (capo del partito conservatore Islamic Coalition Front) in una lettera indirizzata al presidente in persona. Sul mercato politico, l'episodio rischia di alienare ulteriormente il supporto dei conservatori all'attuale amministrazione.

A fronte degli attacchi politici e delle critiche economiche, intanto, Ahmadinejad ostenta sicurezza. Sul piano internazionale, il presidente ha annunciato la commissione della prima centrale nucleare per il 2009: una risposta chiara alle critiche della comunità internazionale e alla linea della fermezza ribadita anche dal presidente eletto Barack Obama. Sul piano interno, invece, la perdita di consenso si è trasformata in un'ulteriore stretta della censura. Nell'arco di un mese, il governo iraniano ha disposto la chiusura di un prestigioso (e critico) settimanale – uscito con un editoriale dal titolo "Perché l'Iran non ha un Obama?" – e l'arresto di un blogger, accusato di essere una "spia israeliana".

A decidere del futuro di Ahmadinejad sarà comunque l'andamento economico da qui al prossimo giugno. Riconquistare la fiducia degli elettori non sarà facile: ad oggi, Ahmadinejad è visto come il principale responsabile di disoccupazione e povertà. E tra i candidati alle elezioni potrebbe ricomparire Mohammad Khatami, che da settimane parla della necessità di forti riforme economiche: l'ex presidente non ha ancora sciolto la riserva sulla sua candidatura, ma i collaboratori parlano già di possibile vittoria in diverse città iraniane. La partita, insomma, sarebbe tutta da giocare.

L'Occidentale

24 novembre 2008

Belle and Sebastian alla BBC


"The Stars of Track and Field", dal nuovo album dei Belle and Sebastian "The BBC Sessions". Un album magnifico.

Mai mettersi contro la sinistra

Il motivo è che non bisogna mai mettersi contro la sinistra. Specialmente se si appartiene, con tessera o meno, a quel campo. Ne so qualcosa anch’io, grazie ai miei libri revisionisti. Nel Pd è rimasto un vecchio grumo di arroganza violenta, che neppure il piacionismo di Walter Veltroni ha dissolto. Il Complesso dei Migliori spesso si presenta con la divisa del teppismo, pugno di ferro compreso. Non appena sgarri e non stai agli ordini, i Migliori ti pestano, ti espellono, ti sputtanano. Per questo è lecita la domanda del Riformista: «Ma è il Pd o il Pcus?». Mi limiterei a rispondere che è il vecchio Pci. Dal momento che lo stile autoritario-repressivo era la cifra del Partitone Rosso. E ha pervaso gran parte della parrocchia di Veltroni, anche nelle componenti cattoliche ed ex-democristiane.
Giampaolo Pansa,
"Il Riformista"

Sai cos'è successo nel 1948?


Ecco cosa viene propinato ai bambini palestinesi.

23 novembre 2008

Zoro è e resta un genio

Il viaggio nell'immaginario italiano tra Otto e Novecento comincia da qui

C'è tempo fino al 14 dicembre per visitare l'esposizione "La Belle Époque. Arte in Italia, 1880-1915", ospitata dalle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia. Ed è una bella fortuna: velata dall'autunno e dalla nebbia, la città lombarda si presta ad una gita piena di fascino. Passeggiate sul Ticino e tra i chiostri dell'antica università, visitate il Duomo e San Michele, rifocillatevi in trattoria. Poi dirigetevi verso l'imponente fortezza Viscontea: il viaggio nell'immaginario italiano tra Otto e Novecento comincia da qui.

Da un punto di vista storico, il termine "Belle Époque" ingloba il trentennio che precede lo scoppio della prima guerra mondiale. Vittima di una tragedia immane, dal 1919 l'Europa guarda indietro con nostalgia: quelli della Belle Époque sono stati anni di progresso sociale e scientifico, di ricchezza e consumi, di spettacolo generalizzato. Anni di icone senza tempo: il can can, le prime automobili, i grandi alberghi, le esposizioni universali e una rinnovata sensualità. Dalla Francia, dove tutto ha origine, la modernità travalica le Alpi e invade l'Italia: a raccoglierne i frutti saranno i migliori artisti nostrani, riuniti oggi a Pavia – purtroppo in sole 60 opere – da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli.

Come opera simbolo dell'esposizione, i curatori hanno scelto un quadro di Aroldo Bonzagni: "Mondanità o All'uscita dal veglione". Siamo nel 1910, e il pittore immortala su tela lo spirito dell'alta borghesia dell'epoca: "Un universo mondano – osserva il curatore Matteoni – che negli abiti, nelle pose, negli sguardi, nei dettagli, tanto cari al nostro immaginario (le piume che adornano i vestiti delle donne, le scarpette, i monocoli, i bastoni e i cilindri degli uomini) richiama quel periodo della nostra storia recente che usiamo definire Belle Epoque". L'idea di Bonzagni è alla base di tutti i quadri esposti a Pavia: immortalare per sempre un mondo che ama mettersi in mostra, sfoggiando "la determinazione di chi afferma nella foggia degli abiti e nelle pose una condizione di privilegio".

"La Belle Époque. Arte in Italia, 1880-1915" è una testimonianza di stili e artisti diversi. C'è Giuseppe De Nittis, con una delicata "Signora in giardino" dai toni pastello; con lui Giovanni Boldini – protagonista delle Esposizioni Universali di quegli anni – e Vittorio Matteo Corcos, che ritrae i vivaci viali del tempo. E se Pompeo Mariani e Mosè Bianchi sono debitori degli impressionisti d'oltralpe, è il realismo del tratto a fare capolino nelle opere di Lionello Balestrieri, che osserva con attenzione il pubblico dei teatri più alla moda. Tanti stili diversi, con un unico scopo: testimoniare un'epoca in cui, per la prima volta, tutto sembra alla portata dell'uomo. Anche la guerra totale: ma i nostri artisti ancora non lo sanno.

Tra gli autori in mostra, una nota particolare merita l'impressionista Federico Zandomeneghi. Non tanto perchè i suoi quadri sono i pezzi migliori dell'esposizione, quanto piuttosto perché le opere dell'artista veneziano evidenziano un tema centrale dell'epoca: quello della femminilità. I soggetti di Zandomeneghi sono giovani donne affascinanti, spensierate di fronte a una tazza di the ("Le the") o nostalgiche sognatrici ("Femme accoudèe sur un fauteuil o Malinconia"). Ma a cavallo tra '800 e '900, la donna occupa ormai l'immaginario di molti artisti: in "Figura Femminile o Lyda Borelli", ad esempio, Giuseppe Amisani raffigura una silhouette evanescente più vicina al sogno che alla realtà; tutt'altro che rassicurante è poi il "Ritratto di Irma" di Giorgio Kienerk, dove i toni cupi hanno la meglio sui colori sgargianti dell'epoca. Cosa sta succedendo all'idea stessa di donna, negli anni apparentemente spensierati della Belle Époque?

Insieme alla femme-coquette – che la Cagianelli spiega essere "sinonimo di donna abbigliata alla moda, interprete di leziosità neosettecentesche: insomma, della moderna Parigina" –, l'ultimo scorcio del XIX secolo vede affermarsi un nuovo tipo di donna: la femme fatale. Non soltanto protagonista dei salotti: la donna fatale "è il trionfo di una coquetterie sempre più ambigua, che spesso sembra iscriversi nella parabola wildiana incentrata sul doppio, scivolando costantemente verso fantasie sensuali ed eccessi della psyche". È la donna romantica, che rapisce il cuore dei poeti maledetti e turba l'immaginario dei pittori. Una donna complessa, rappresentante del "lato oscuro" della Belle Époque: "D'ora in avanti l'ebrezza di fremiti anomali e una sempre più spiccata consuetudine col vizio – spiega la curatrice della mostra – diverranno terreno ambitissimo per tutti coloro che manifestano la volontà di intrattenersi con le tematiche della borghesia fin de siècle".

Prima di riemergere nel parco del Castello Visconteo, resta la sala dedicata alla cartellonistica pubblicitaria. Da Toulouse-Lautrec in poi, le affiches della Belle Époque hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell'arte: per la prima volta, grandi artisti si mettono al servizio dell'industria e del mondo dei consumi. Il risultato è sorprendente, e i prodotti italiani non sono secondi a nessuno: nelle litografie di grandi artisti come Dudovich, istituzioni del consumo e della cultura – dal Campari ai magazzini Mele, passando per il giovane "Corriere della Sera" – entrano a pieno titolo nell'immaginario dell'Europa intera. Arte e pubblicità non sono mai state così vicine come ora: due guerre mondiali, però, sono alle porte. E per rappresentare una realtà tanto complessa – dopo gli orrori del Novecento – gli artisti dovranno cercare spazi e modalità completamente nuove.

La Belle Époque. Arte in Italia, 1880-1915
Pavia, Scuderie del Castello Visconteo – Viale XI Febbraio, 35
6 settembre – 14 dicembre 2008

L'Occidentale

22 novembre 2008

Preemptive military action

Intelligence sources have told The Times that the prospect of Israel taking preemptive military action to knock out Iran’s nuclear facilities appears to have become significantly more likely in recent weeks. Such an operation would require at least tacit US cooperation because it would almost certainly involve Israeli warplanes flying through US-controlled airspace in Iraq.
Tom Baldwin,
"The Times"

C'è poco da aggiungere...



Peppino Caldarola, "Il Riformista" (22.11.2008).
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La politica e la libertà

Angelo Panebianco spende qualche parola (necessaria) a favore del liberalismo.

Ciò che più sgomenta della battaglia delle idee che la crisi sta alimentando è la voluttà con cui tanti si impegnano ad archiviare, attribuendola alla follia umana, quella rivoluzione liberale che prese l’avvio con le vittorie di Margaret Thatcher (1979) e di Ronald Reagan (1980) e i cui effetti si manifestarono ovunque. Dimenticando che quella rivoluzione fu una reazione alla crisi, economica e morale, degli anni Settanta. E cancellando, con un tratto di penna, i benefici che ne derivarono: una trentennale crescita economica mondiale e una spettacolare accelerazione della globalizzazione, certo nutrita di squilibri e disuguaglianze, ma anche capace di diffondere benessere e libertà in tanti luoghi che queste cose non conoscevano. Oggi si torna a rivendicare il «primato della politica» e ci si fa beffe degli stolti che confidano nella libertà, anche in quella «economica ».

Conviene ricordare a chi irride il «liberismo » qualche insegnamento della storia. Anche dopo il ’29 il primato della politica venne riaffermato con forza (il New Deal, il socialismo scandinavo, l’Iri, i piani quinquennali sovietici, il riarmo hitleriano) in variante democratica o totalitaria. E anche allora l’intellighenzia occidentale si buttò con entusiasmo ad inseguire i miti del momento, sostenendo che il «liberalismo» (giudicato un residuo ottocentesco) era finalmente al tramonto, che stava per nascere la luminosa era della «pianificazione ». Sappiamo come finì. Il primato della politica sfociò nel protezionismo selvaggio e tutto si concluse (dieci anni dopo l’inizio della grande crisi) con una guerra mondiale. Il rapporto fra la politica e il mercato è uno degli aspetti più complessi (e oscuri, difficili da mettere a fuoco) delle società contemporanee. Lo dimostra, per un verso, la tradizionale difficoltà del pensiero liberale (e della scienza economica di ispirazione liberale) di fare i conti con il ruolo della politica. Spesso, all’acuta, intelligente, analisi delle situazioni economiche, quel pensiero affianca una critica solo moralistica della politica (per la sua propensione a farsi influenzare dagli interessi delle lobbies e a sacrificare la razionalità economica alle esigenze del consenso). Ma la difficoltà di fare i conti con la complessità del rapporto fra politica e mercato è dimostrata anche dalla disinvoltura dei fautori del primato della politica, i quali ne esaltano la capacità di occuparsi del «bene comune » (redistribuzione, protezione dei più deboli) ma sembrano ignari degli «effetti collaterali», pesantemente negativi, che quel primato porta con sé.

Gli assertori del primato della politica hanno un grande vantaggio rispetto ai liberali. Consiste nel fatto che dalla politica tutti si aspettano la soluzione ai loro problemi e le attribuiscono ogni colpa delle mancate o cattive soluzioni. La politica è il deus ex machina che tutti invocano. È interessante il fatto che non solo la gente comune ma anche gran parte delle élites fatichino ad accettare l’idea che non tutto ciò che accade sia il prodotto di decisioni politiche. Essi mostrano di non riconoscere che molti accadimenti sono semplicemente il frutto del reciproco adattamento «spontaneo» fra i comportamenti di milioni e, a volte, miliardi di persone, l’esito aggregato, per lo più imprevisto e imprevedibile, di un gran numero di azioni ispirate da altrettante menti singole. Nonostante la secolarizzazione, gente comune e élites continuano a credere che tutto si debba alla volontà degli Dei. La differenza è che questa idea di onnipotenza è stata trasferita, proiettata, su uomini in carne ed ossa, i cosiddetti potenti della Terra. I più, misconoscendo il ruolo fondamentale degli aggiustamenti spontanei, credono nella sola esistenza delle «mani visibili». Siano esse di Roosevelt, di Clinton, di Bush. Ma anche di Sarkozy, Berlusconi, eccetera.

L’attesa salvifica che oggi circonda Obama è un esempio estremo di questo persistente atteggiamento. A me pare che in questo atteggiamento si annidino due errori. In primo luogo, l’errore di non riconoscere che l’onnipotenza della politica è solo un mito. Un mito lugubre, per di più. Con quanto più accanimento è stato perseguito tante più catastrofi si sono prodotte. Il grande lascito culturale (che oggi la crisi va disperdendo) delle rivoluzioni liberali di trenta anni fa —a loro volta, ispirate al liberalismo classico, sette-ottocentesco— stava nel rifiuto dell’onnipotenza della politica, nel riconoscimento che solo lasciando massima libertà agli individui e alla creatività individuale si fa il bene di una società, che compito del governo non è darci la «felicità» ma lasciarci liberi di cercare la nostra personale strada alla felicità. Il secondo errore consiste nel non vedere i costi del primato della politica, non saper contrapporre ai vantaggi di breve termine i costi dì medio-lungo termine. Nel breve termine la politica è sicuramente in grado di assicurare vantaggi. Per esempio, in una situazione di crisi, salvando il credito, tamponando gli effetti della disoccupazione, eccetera.

Ma il punto è che ciò che la politica ci dà con una mano oggi se lo riprenderà domani con gli interessi (in termini di controllo sulle nostre vite). Certamente, dobbiamo oggi affidarci a decisioni politiche per fronteggiare la crisi. E dobbiamo purtroppo accettare una più forte presenza dello Stato. Ma se non lo facciamo a malincuore, se ci mettiamo dentro un immotivato entusiasmo, se non ci rendiamo conto che si può accettare un temporaneo ampliamento del ruolo dello Stato in condizioni di emergenza solo pretendendo che lo Stato si impegni a ritirare di nuovo i suoi tentacoli quando l’emergenza sarà finita, contribuiamo a preparare un futuro persino peggiore del presente. È una questione di atteggiamenti culturali. In America esistono potenti anticorpi che impediranno degenerazioni permanenti del tipo «socialismo di Stato». In Europa continentale gli anticorpi sono più deboli (in Italia, poi, sono debolissimi). Il rischio, qui da noi, non è il «ritorno dello Stato» della cui invadenza, in realtà, nonostante tanti sforzi, non ci siamo mai liberati. Il rischio è che quell’invadenza torni a godere di piena legittimazione culturale. Il rischio è dimenticare che quanto più la politica si impiccia, quanto più pretende di dispensarci la felicità, tanto più si riduce, col tempo, la libertà di ciascuno di noi.

Angelo Panebianco
(C) Corriere della Sera

Obama gioca su Facebook e vince la Casa Bianca

E' difficile tenere il conto dei libri su Barack Obama: negli ultimi mesi, i titoli dedicati alla marcia trionfale del senatore dell'Illinois si sono moltiplicati esponenzialmente. Alle due autobiografie del presidente eletto – "I sogni di mio padre" e "L'audacia della speranza" – bisogna aggiungere oggi svariati saggi, più o meno validi, che ne raccontano vita e gesta politiche. Da questo mare di pubblicazioni sul "fenomeno Obama" spicca però un libro pubblicato dai tipi di Marsilio: si tratta di "Obama. La politica nell'era di Facebook", scritto da Giuliano da Empoli. Un libro intelligente che indaga aspetti inediti della campagna elettorale, per trarre infine alcuni suggerimenti ad uso del nostro sistema politico.

Le prime considerazioni dell'autore, saggista e collaboratore del "Riformista", riguardano l'Obama personaggio. "Sulla piazza del mercato di Marrakech, il seguito più vasto ce l'hanno i cantastorie": i loro racconti, nota da Empoli, "attraversano la coscienza degli uomini come lampi estivi e vanno a conficcarsi nella corteccia cerebrale". La fascino dei cantastorie è la forza di Obama: nell'incredibile ascesa del senatore dell'Illinois, capace di sconfiggere la macchina guerra dei Clinton per approdare alla Casa Bianca, programmi e preparazione contano fino a un certo punto. Se Obama vince è perché parla direttamente al cuore della gente, rispondendo all'antropologico bisogno di ascoltare e raccontare storie. La forza di Obama non sta allora nel suo piano politico per gli Stati Uniti: sta piuttosto nella sua biografia, una storia che "coincide con il suo programma" e con "quella dell'America del XXI secolo".

Sono questi tratti di Obama – propri del romanziere più che del politico – a rendere il candidato democratico una star, all'interno del più vasto fenomeno della "celebrity culture": un'interazione di politica e spettacolo – messa in luce dal sociologo Edgar Morin già nei primi anni Sessanta – propria della cultura di massa novecentesca. Obama non è certo il primo a sfruttare le potenzialità dei media e dello show business: altri – come Berlusconi e Sarkozy – lo hanno fatto prima di lui. Nessuno di loro, però, è riuscito a penetrare così a fondo nell'immaginario di milioni di elettori, sulle due sponde dell'Atlantico. "Non è un caso – scrive da Empoli – se la principale sponsor di Barack, nel corso delle primarie, è stata Oprah Winfrey, la regina dei talk show americani": è lei "il vero trait d'union tra la politica biografica di Obama e l'immaginario collettivo americano".

Ma se la biografia di Obama è alla base dell'affermazione del candidato, certo è che per raggiungere la Casa Bianca una storia – seppure ben raccontata – non è sufficiente. Cosa c'è, sul piano concreto, dietro all'elezione di Barack Obama? Chi ha sostenuto il candidato nella folle corsa contro Hillary Clinton? La risposta sta in un movimento che nasce simbolicamente nel 1984, con la messa in commercio del primo McIntosh da parte della Apple. La fortuna dell'impresa di Steve Jobs coincide con la crisi del modello americano basato sulla grande impresa: a salvare l'economia degli Stati Uniti è "una banda di drop-out scapigliati, che rifonderanno la cultura imprenditoriale dal basso, puntando sull'innovazione radicale e sul venture capital". Sono gli stessi scapigliati, protagonisti della new economy, che nel 2007 decidono di finanziare l'improbabile sogno di Barack Obama. Ad affascinare i "baby miliardari" è l'inesperienza del candidato: "Il nuovo sistema (economico, ndr) – scrive l'autore – ricompensa l'innovazione assai più dell'inesperienza", e la scommessa Obama attrae gli investimenti di Silicon Valley assai più della stabilità garantita da Hillary Clinton.

Insieme al sostegno diretto delle aziende più all'avanguardia, alla vittoria di Obama concorrono poi gli stessi strumenti creati dalla new economy: i blog, Facebook, My Space, You Tube e i milioni di utenti – in gran parte giovani e giovanissimi – protagonisti della rivoluzione del Web 2.0. Anche in questo campo, Obama stacca i concorrenti: "A essere attratti dalla rete sono stati solo gli outsider", a dispetto dello snobismo espresso dal vecchio establishment politico. Il senatore dell'Illinois ha scommesso sul campo vergine del web: e i naviganti hanno risposto, diffondendo il verbo di Barack e riempiendo le sue casse di milioni di dollari.

"La predisposizione di Obama nei confronti del Web 2.0", scrive da Empoli, viene "dal mondo del community service, i servizi sociali fondati sul volontariato" che il presidente eletto ha frequentato a Chicago. Il resto, poi, lo ha fatto il fondatore di Facebook Chris Hughes, ideatore della piattaforma Internet di Obama: il progetto, rivelatosi vincente, è stato quello di "replicare in politica il modello di una rete (Facebook, ndr) che, partita da zero, è arrivata in due anni a fidelizzare oltre settanta milioni di utenti". Un colpo definitivo alla campagna di Hillary Clinton, legata a un passato ormai tramontato. E non è un caso, annota l'autore, se allo spin doctor della Clinton – un sondaggista ex-consigliere del marito – Obama ha risposto con David Axelrod, un pubblicitario: perché la politica è anche una storia e un sogno da vendere, e il senatore dell'Illinois l'ha capito prima di tutti gli altri.

Nel capitolo conclusivo, da Empoli si è chiesto quali insegnamenti possiamo trarre dall'ascesa di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Eccone alcuni. Primo: l'ottimismo premia. In un momento di crisi economica, Obama ha scelto "di fare campagna sull'ottimismo e sulla speranza": quello che gli elettori vogliono sentirsi spiegare, a Washington come a Roma, è che "i nostri figli vivranno meglio, e non peggio, dei loro padri". Secondo: politica e religione non sono inconciliabili. Con i suoi continui riferimenti a Dio, Obama ha colmato la "guerra" tra America secolare e America religiosa. Tre: il sessantotto è morto. E Obama ne ha denunciato i limiti: così dovrebbero fare i politici europei, liberandosi finalmente del fantasma delle contestazioni studentesche. Quarto: "La parte destra del cervello esiste". Dati e programmi elettorali non bastano: i politici devono raccontare storie e proporre sogni. Cinque: gli outsider esistono, sono intelligenti e devono avere il loro spazio. Una lezione fondamentale per il nostro sistema politico, al quale servirebbe un Obama (a destra e sinistra) per "tirare qualche calcio negli stinchi ai padri nobili e meno nobili". Parole sante.

Giuliano da Empoli, "Obama. La politica nell'era di Facebook", Venezia, Marsilio 2008 – pp. 159, € 12.00.

L'Occidentale

Sarà dream team



Si sono scannati per oltre un anno. Ora Hillary sarà segretario di Stato dell'amministrazione Obama.

21 novembre 2008

Yehoshua e Guzzanti

Segnalo due interessanti articoli apparsi sui giornali di oggi. Su "La Stampa", lo scrittore Abraham B. Yehoshua parla della crisi della sinistra israeliana e del nuovo "partito degli scrittori" ideato dal collega Amos Oz: "Israele, la sinistra debole" (pdf). Su "Il Giornale", Paolo Guzzanti racconta l'escalation delle tensioni tra Occidente e Russia: "Vi racconto come alla Nato ho visto materializzarsi la nuova guerra fredda" (pdf). Buona lettura.

Nude per la ministra



Dopo aver sostenuto l'agonizzante Prodi nella scorsa legislatura, ora dodici ragazze emiliane si spogliano a sostegno della Gelmini e contro le proteste di piazza. Seguirà un picco del consenso per la ministra dell'Istruzione?

Un duro colpo

"La televisione di qualità ha subito un duro colpo questa sera". In queste parole - le stesse con cui il giornalista di Entertainment Weekly Michael Ausiello ha esordito sul suo blog - si riassume l'assurdità e l'amarezza per una delle notizie più tristi e prevedibili del 2008. A causa degli ascolti molto bassi registrati dagli episodi delle rispettive seconde stagioni, la rete ABC ha deciso di non confermare le serie Pushing Daisies, Dirty Sexy Money ed Eli Stone, le quali non torneranno in onda dopo la programmazione dell'ultimo dei 13 episodi commissionati prima dell'inizio della stagione. Mentre la produzione di Pushing Daisies si è già fermata, quelle di Dirty Sexy Money ed Eli Stone attendono di completare le riprese di uno o due altri episodi prima di smantellare i set.
Serialit.com,
un duro colpo per i telefilm

Correnti in salsa qaedista



Nell'ultimo messaggio contro Obama, il n° 2 di al-Qaeda Zawahiri si rivolge anche a Osama Bin Laden: "
Ora scegli tu cosa vuoi fare e assumiti la responsabilità delle tue scelte: come tu giudichi, così verrai giudicato". Secondo gli analisti, sarebbe la prova di una spaccatura interna alla rete del terrore: l'egiziano Zawahiri non condivide più la linea del capo saudita e vorrebbe prenderne il posto di comando. Una tesi sostenuta anche dal capo della Cia Hayden: "Osama Bin Laden è ormai un leader in pensione, tagliato fuori dalle operazioni quotidiane dell'organizzazione di cui, solo nominalmente, è a capo". Correnti interne e lotte per la leadership: i nostri politici fanno scuola.

20 novembre 2008

19 novembre 2008

La speranza e l'ambizione



"Traveller" di novembre dedica la copertina a New York City. All'interno, il direttore del "New Yorker" David Remnick celebra la sua città con una dichiarazione d'amore.

"Lo vede il fiume laggiù? Da questa finestra posso vedere il New Jersey, dove sono cresciuto. Ricordo che quando ero piccolo guardavo in questa direzione, verso Manhattan, aspettavo la mia occasione. E' una cosa molto americana. New York rappresenta quella chance. E' un misto di speranza e di ambizione. Più che amore, è la mia forma di patriottismo nei confronti di New York, e quindi è un po' un patriottismo nei confronti di tutta l'umanità che qui si concentra. Mia moglie e io ogni tanto parliamo della possibilità di prendere una casa in campagna. Io le dico che la mia campagna, al massimo, la trovo a Tribeca. Non mi fraintenda: sono un sostenitore della natura, della sua tutela, ma i prati e l'odore di cavalli non fanno per me. Io voglio la città, questa città. Certo, adoro viaggiare, ma poi mi piace tornare in questo posto, farmi cogliere da questa nevrotica eccitazione".

Ecco perchè New York è la città più bella del mondo, il simbolo del mondo libero. Ecco perchè, a dispetto delle Cassandre e dei mutui subprime, l'impero americano è più vivo che mai.

Ora Silvio passa in secondo piano


Zawahiri definisce Obama "cameriere negro al servizio dei bianchi". Sgonfiando ufficialmente le polemiche per l'"abbronzato" di Silvio.

Tra le fila dei nemici

Tu sei rappresentante degli oppositori americani come Malcom X, sei nato da un padre musulmano, ma hai scelto di stare tra le fila dei nemici dei musulmani e di eseguire la preghiera degli ebrei pur dicendo di essere cristiano.
Ayman Al Zawaihri,
dà il benvenuto a Obama

Piange il telefono


Il premier chiama Floris, dice la sua su Di Pietro e si confronta con Epifani e Bersani.

18 novembre 2008

Questa volta è venuta bene


Dopo il triste "Obama abbronzato", Silvio fa il simpatico con la Merkel. E questa volta gli riesce bene.

16 novembre 2008

Dai nostri redattori viaggianti molto speciali

Sul "Corriere della Sera" dell'8-9 dicembre 1885, il direttore Eugenio Torelli Viollier presenta ai lettori le dichiarazioni d'intenti per l'anno seguente. L'intervento del direttore - intitolato "Per il 1886" - è un passo fondamentale nella storia del giornalismo italiano: dopo anni di "taglia e cuci" dai giornali esteri e dalle agenzie di stampa, anche il maggior quotidiano italiano lancia finalmente la figura dell'inviato. "I redattori viaggianti - scrive Torelli Viollier - viaggeranno continuamente, visitando città, borghi, villaggi, da un capo all'altro dello Stato, informandoci di quanto si fa di bene o di male, soprattutto ne' luoghi posti fuori dalle grandi vie di comunicazione". Dopo l'Italia - ancora sconosciuta ai più - sarà la volta del mondo intero.

Parte da qui Lorenzo Cremonesi - grande inviato del "Corriere della Sera" - per raccontare i migliori reportage comparsi sul quotidiano di via Solferino tra la fine dell'Ottocento e il 1945: il risultato delle ricerche è lo straordinario "Dai nostri inviati" (Rizzoli 2008), a metà strada tra l'antologia giornalistica e il libro d'avventura. Alla personale ricostruzione degli eventi, Cremonesi affianca le parole dei reporter e un ricco apparato iconografico proveniente dalla Fondazione Corriere della Sera: si muove così su tre livelli distinti il ricordo di un'era gloriosa "in cui non esiste internet e l'accesso alle agenzie di stampa resta spesso irraggiungibile", in cui "la parola scritta gioca la parte del leone".

Obiettivo dichiarato dell'autore è quello di "cogliere diverse sfaccettature di questa professione attingendo tra le esperienze biografiche e giornalistiche di alcuni di loro, in una sequenza cronologica che va dall'ultimo scorcio dell'Ottocento al 1945": ovviamente, senza alcuna pretesa di esaustività. Il racconto di Cremonesi si sposta allora dagli Stati Uniti di Dario Papa alla "Vita siciliana" di Lodovico Carli, dalla Sardegna di Adolfo Rossi ai ghiacci polari di Ugo Ojetti e Cesco Tomaselli. Grande spazio, al di là dei viaggi, è occupato poi dalle guerre. Se Luigi Barzini racconta (magistralmente) la guerra russo-giapponese e Aldo Fraccaroli si concentra sulla spedizione italiana in Libia, tocca all'indimenticabile Buzzati rendere conto della più grande tragedia del XX secolo: la seconda guerra mondiale, fino all'insurrezione di Milano contro i nazi-fascisti. Grandi imprese e immani tragedie, raccontate da giornalisti di razza artefici della "centralità del 'Corriere della Sera' tra i media internazionali sino alla fine degli anni Venti".

Lasciamo al lettore la scoperta dei grandi inviati, raccontati (e perfettamente contestualizzati) dall'abile penna di Cremonesi. Alcune di queste avventure, però, meritano un cenno particolare. Partiamo con la spedizione americana di Dario Papa, raccontata giorno dopo giorno nella rubrica "Ragù americano": siamo nel 1882, nel pieno dell'emigrazione e del mito degli States. Il compito del giornalista, in questo caso, è quello di raccontare l'Eden a migliaia di lettori che in America non metteranno mai piede: dalle parole di Papa traspare tutta la meraviglia per le grandezze d'oltreoceano, dai grattacieli alle strade passando per i mezzi di trasporto. Il giornalista, però, analizza anche l'ethos americano: l'individualismo ("Ognuno badi a pensare per se stesso" recitano le cinture di sicurezza dei ferry boat), l'emancipazione delle donne, la prostituzione diffusa (che definisce "galanteria di mestiere"). "Il suo stupore" commenta Cremonesi "si trasmette così al lettore senza mediazioni": non c'è spazio per la sociologia, "non cerca di trarre regole generali". Da qui la sua grandezza.

Memorabili sono poi due imprese tutte italiane. Protagonista della prima è Luigi Barzini, impegnato in uno storico "raid" Pechino-Parigi (1907) a bordo dell'automobile Itala. Tappa dopo tappa, l'inviato tiene col fiato sospeso i lettori del "Corriere della Sera": disavventure e grandi imprese sullo sfondo di terre lontane, raccolte in seguito nel volume "La metà del mondo vista da un'automobile" (oggi riedito da Touring Club Italia, a cura di Luca Clerici). Meno gloriosa è invece la seconda avventura. Inviato da via Solferino, Cesco Tomaselli segue il generale Nobile nella spedizione polare a bordo del dirigibile "Italia": una tragedia, terminata con lo schianto dell'aeromobile sul pack. Tomaselli - che la sorte ha voluto lasciare a terra - racconta per giorni il drammatico silenzio che segue la caduta, fino al salvataggio dei membri dell'equipaggio e il ritorno in patria. Senza coloro che sui ghiacci hanno lasciato la vita.

Erano altri tempi, quelli raccontati da Cremonesi. Erano i tempi dei grandi reporter. Contro i rimpianti, però, l'autore ricorda che "ogni era ha il suo giornalismo": "Non avrebbe senso oggi lavorare come un secolo fa". E molte cose in fondo - dalla Pechino-Parigi di Barzini alla seconda guerra del Golfo - non sono proprio cambiate: "il gioco a rimpiattino con la censura militare o con i regimi dittatoriali; la competizione; la prosopopea degli 'inviati di guerra'; le ambizioni frustrate per un mestiere che discrimina nettamente tra grandi firme e addetti al 'lavoro di cucina'; il successo e la delusione; i furbi e gli onesti; le incomprensioni tra chi viaggia e chi resta in ufficio". Oggi come ieri, quello del reporter resta uno dei lavori più invidiati al mondo: "Dai nostri inviati", come una dichiarazione d'amore, sta qui a dimostrarlo.

Lorenzo Cremonesi, "Dai nostri inviati", Milano, Rizzoli 2008
pp. 381, E. 30.00

L'Occidentale

15 novembre 2008

Sito che vince non si cambia




Ebbene sì, Obama fa scuola. E Veltroni non è l'unico ad imitarlo: il sito del candidato israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) è molto, molto simile a quello del presidente eletto. Anche se le posizioni di Obama, paradossalmente, sono più vicine a quelle della sfidante di Netanyahu: il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni (Kadima).

Obama e le conversazioni al caminetto


Obama segue Roosevelt e le sue "conversazioni al caminetto". Il vecchio Franklin Delano parlava agli americani dalla radio, Obama lo fa con You Tube: da oggi, ogni settimana.

Facci ha ragione, la politica estera non sposta un voto

Sul "Riformista" di oggi, Filippo Facci parla della politica estera del nostro governo ("La politica estera del Cavaliere mi delude (molto)"). Sono d'accordo con lui, tanto sugli errori che imputa all'esecutivo quando sulla (triste) considerazione finale: agli italiani della politica estera non frega proprio niente.

I due principali errori del Cav (e di Frattini), secondo Facci, ssrebbero:
1 - Apertura all'entrata della Turchia nell'Unione Europea. Scrive Facci: "In Turchia sta cambiando poco, pochissimo: maltrattamenti e torture continuano, le donne sono considerate inferiori, i delitti d'onore e i matrimoni forzati sono come prima, il divieto di sciopero e di contrattazione pure, le minoranze sono discriminate, i non mussulmani anche".
2 - Sostanziale menefreghismo sullo stato dei diritti umani in Cina e sulla questione Tibetana.

Aggiungo io lo sbilanciamento dell'esecutivo italiano verso le posizioni russe nelle dispute internazionali con gli Stati Uniti: sbilanciamento, a onor di cronaca, maldestramente smentito dal premier giunto a Washington per il G20.

Detto ciò, Facci conclude con una triste realtà: la politica estera, in Italia, non sposta un voto. "A Berlusconi, di tutto questo, non frega accoratamente niente: su certe questioni, probabilmente, non è neppure informato, come non lo era e non lo resta sulla Russia di Putin. Non è roba che importa alla gente, pensa. In parte sbaglia. Statisticamente, però, avrà ragione lui".

Ballando sul ponte del Titanic

Servirebbe ciò che abbiamo chiesto da tempo: una politica di unità nazionale, partiti e parti sociali che si rimboccano le mani come nel '93. Servirebbe un Ciampi. Servirebbe un leader che abbia il coraggio di sospendere la guerra delle rane e dei topi per chiamare a raccolta tutte le energie del paese in un progetto di salvezza nazionale. E invece qui affondiamo e scioperiamo, ballando sul ponte del Titanic.
Antonio Polito,
"Il Riformista"

Obama vuole aprire alla Siria, ma la via di Damasco è piena di insidie

Non è mai corso buon sangue tra George W. Bush e il presidente siriano Bashar al-Assad. Secondo l'amministrazione statunitense, dall'11 settembre 2001 la Siria avrebbe fornito sostegno materiale e ideologico al terrorismo islamico: una convinzione certificata dal Congresso americano con il Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act. Il documento – trasformato in legge il 12 dicembre 2003 – condanna duramente la fornitura di armi ai gruppi terroristici da parte della Siria, l'importazione illegale di petrolio iracheno e la permanenza militare di Damasco in Libano. Al Syrian Accountability Act – tassello fondamentale nella lotta al terrore di George W. Bush – è seguita la rottura dei rapporti diplomatici tra Washington e Damasco: il dialogo con Assad non è più ripreso e le tensioni, se possibile, si sono acuite.

Con l'elezione di Barack Obama, però, qualcosa potrebbe cambiare: così, almeno, sembra pensarla Sami Moubayed. Docente di relazioni internazionali all'università di al-Kalamoun e direttore della rivista siriana "Forward", Moubayed è analista politico vicino al presidente Assad, per il quale ricoprirebbe anche il ruolo di speech writer. Particolare attenzione merita allora l'articolo "L'invito di Abu Hussein a Damasco", che Moubayed ha scritto per "Asia Times" il 7 novembre: a tre giorni dall'elezione del 44° presidente americano, l'analista siriano detta a Washington dieci condizioni perché i rapporti tra Siria e Stati Uniti tornino alla normalità. E perché Abu Hussein – così Barack Obama viene chiamato nel mondo arabo – possa stringere la mano ad Assad nel palazzo presidenziale di Damasco.

Nella prima parte dell'articolo, Moubayed sottolinea come i siriani non vedano nel presidente eletto "un salvatore degli arabi": sperano, però, che Obama possa essere "più corretto e imparziale quando tratterà del conflitto arabo-israeliano" e che "metta fine alla tensione nata tra Damasco e Washington sotto l'amministrazione Bush". A questo proposito, continua l'analista, già in agosto "tre siriani sono andati a Washington e si sono incontrati con think-tank, giornali e sostenitori di Obama per discutere su come riallacciare le relazioni bilaterali dopo che Bush avrà lasciato la Casa Bianca". Allo stesso tempo, negli ultimi dodici mesi, "Damasco ha dato il benvenuto a un vasto schieramento di funzionari statunitensi, membri del team di Obama o sostenitori del nuovo presidente". Da queste premesse, secondo Moubayed, dovrebbe nascere una nuova collaborazione tra Siria e Stati Uniti "su svariati temi, e innanzitutto sull'Iraq".

Come riallacciare le reazioni tra Washington e Damasco? Come far sì che "la Siria faccia valere il suo peso nella regione per moderare elementi parastatali come Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina"? In proposito, Moubayed ha le idee molto chiare: nella parte conclusiva dell'articolo illustra infatti le dieci condizioni perché Assad possa collaborare con Obama. Alcune di queste sono di carattere astratto: fine della retorica anti-siriana da parte della Casa Bianca e dei media statunitensi, riconoscimento della cooperazione siriana ai confini iracheni, riconoscimento del ruolo centrale svolto dalla Siria nella risoluzione dei problemi mediorientali, scuse e spiegazioni ufficiali per "il raid aereo sulla Siria" che lo scorso ottobre "ha provocato la morte di otto civili siriani". Quattro di queste condizioni sono di carattere astratto, ma non di poco conto: accettare queste condizioni significherebbe andare contro i principi che hanno guidato la politica estera degli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni. Principi – come la condanna di Damasco in quanto sponsor del terrorismo – che hanno accomunato democratici e repubblicani.

Ma la posta in gioco cresce ulteriormente quando si passa alle altre sei richieste, più concrete: "nomina di un nuovo ambasciatore americano in Siria" dopo il ritiro di Margaret Scooby del 2005; "cooperazione per fronteggiare l'arrivo di un milione e mezzo di profughi iracheni in Siria"; fine delle sanzioni imposte a Damasco e abolizione del Syrian Accountability Act; sponsorizzazione dei trattati di pace indiretti tra Siria e Israele – attualmente gestiti dalla Turchia – per giungere a "negoziati diretti"; aiuto nella lotta contro il fondamentalismo islamico; "normalizzare i rapporti tra Siria e Stati Uniti a livello delle singole persone", in altre parole "concessione del visto ai siriani che vorranno studiare o lavorare negli Stati Uniti".

È chiaro nessun presidente degli Stati Uniti accoglierebbe in toto simili richieste, e Obama non sarà da meno. Senza contare che alcune delle condizioni poste da Moubayed non riguardano i soli Stati Uniti: sui colloqui di pace tra siriani e israeliani – voluti dal premier uscente Olmert, ma osteggiati tanto dal Likud quanto dalla leader di Kadima Tzipi Livni –, ad esempio, molto dipenderà dalla coalizione di governo che uscirà dalle elezioni israeliane di febbraio. Quello che resta da capire, tuttavia, è se l'avvento di Obama cambierà davvero i rapporti tra Washington e Damasco: Stati Uniti e Siria torneranno a parlarsi? E in quali termini? Assad stringerà la mano di Obama o resterà deluso come Ahmadinejad, che speranzoso in un'apertura sul nucleare da parte del nuovo presidente, si è sentito rispondere che un Iran atomico non è tollerabile. Riuscirà Assad, al contrario del presidente iraniano, a trattare con Obama sulle questioni che gli stanno a cuore?

Per fare un po' di chiarezza non resta che appoggiarsi a parole e programmi di Barack Obama. Il 10 febbraio 2007, annunciando la sua candidatura come front runner del partito democratico a Springfield (Illinois), Obama ha lanciato il suo impegno contro il terrorismo: "Possiamo lavorare tutti insieme per scovare i terroristi con un esercito più forte, possiamo stringere la rete intorno ai loro finanziatori, e possiamo migliorare le nostre capacità di intelligence". Come Obama voglia giungere a questo risultato è noto: ritiro graduale dall'Iraq, spostamento delle truppe sul fronte afgano, dialogo con i nemici degli Stati Uniti. Un dialogo che il neopresidente sostiene da tempi non sospetti. Già il 20 novembre 2006 infatti, di fronte alla platea del Chicago Council of Global Affairs, Obama ha legato lo soluzione dei conflitti mediorientali "all'apertura di un dialogo con la Siria e l'Iran": per quanto concerne la soluzione al conflitto iracheno, secondo il senatore dell'Illinois "occorrerebbe organizzare una conferenza regionale con iracheni, sauditi, iraniani, siriani, turchi, giordani, inglesi e con altri ancora".

La centralità dell'iniziativa diplomatica non ha abbandonato Obama. In un articolo scritto nel giugno 2007 per la rivista "Foreign Affairs" ("Per una politica estera degli Stati Uniti"), il senatore ha ribadito l'impegno a "orientare l'iniziativa americana verso un rafforzamento della nostra diplomazia": "Una diplomazia determinata, sostenuta dall'intera gamma degli strumenti della potenza americana – politici, economici e militari – potrebbe avere successo anche di fronte ad avversari di vecchia data come l'Iran e la Siria". Tentare la via del dialogo, dunque, ma da una posizione di forza che non esclude sanzioni e uso dell'esercito: se questa è la linea del tandem Obama-Biden – come sembra confermare il programma elettorale nel capitolo "Sicurezza Nazionale" – riallacciare i rapporti con la Siria non sarà certo una passeggiata.

Ma sul fronte della (futura) politica estera americana, molto dipenderà anche dallo staff dei consiglieri presidenziali. A questo proposito, la rivista liberal "The New Republic" ha pubblicato la lista delle persone più influenti per il presidente eletto: tra loro figurano il capo dello staff Rahm Emanuel – figlio di un sionista e sostenitore delle ragioni israeliane – e il vicepresidente Joe Biden – "le cui posizioni in politica estera sono più intransigenti di quelle di Obama". A sorpresa, nella lista, anche Nicolas Sarkozy: secondo la rivista, Sarkozy sarà per Obama quello che Blair è stato per Bush. Anche lui, dall'Europa, contribuirà a stabilire i confini del dialogo. E una cosa è certa: per dirla con Christopher Hitchens, non "basterà il fascino e la prestanza del nuovo presidente a spianare le realtà spiacevoli e ad ammansire tutte le forze ostili". E questo Obama lo sa meglio di chiunque altro.

L'Occidentale