31 dicembre 2009

Altro giro, altra corsa



Dopo la pausa natalizia, altro giro altra corsa. Lunedì 4 gennaio riapre i battenti l'Atp World Tour edizione 2010, e in Qatar sarà subito Federer v/s Nadal. Rafa dice di stare un po' meglio e di puntare a Roland Garros; Roger è pronto a tornare dopo un finale di stagione "deludente"; Djokovic, Murray e Del Potro non staranno a guardare. Buon tennis.

30 dicembre 2009

Usa, nel 2010 capiremo chi sarà il nuovo leader del Partito Repubblicano

Il 4 Novembre 2008 gli americani hanno parlato forte e chiaro: Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti. John McCain, lo sfidante repubblicano, ha provato a rassicurare i suoi sostenitori: “È naturale, questa notte, essere dispiaciuti. Ma domani dobbiamo ripartire e lavorare tutti insieme per far crescere ancora questo Paese”. Belle parole, ma quella notte in pochi avrebbero scommesso su una rapida ripresa del Grand Old Party. L’affermazione democratica è stata netta e profonda, e ha lasciato i repubblicani disorientati alla ricerca di un nuovo leader. Col passare dei mesi però – tra salvataggi bancari e riforma sanitaria – la stella democratica ha perso luminosità, tanto che E. J. Dionne è arrivato a chiedersi sul “Washington Post” se i democratici possano davvero prosperare anche in assenza di George W. Bush, contro il quale si era generata “una creatività politica mai più vista nel centrosinistra dagli anni Trenta”.

Attenzione: il calo di consensi nei confronti di Obama non ha portato sinora ad un compattamento del GOP. Un sondaggio commissionato dal “Washington Post” a fine novembre dipinge i repubblicani allo stesso tempo “uniti” nella contrapposizione al presidente in carica e “divisi” sulla condotta del proprio partito. La netta condanna delle politiche democratiche fa insomma il paio con “una profonda insoddisfazione verso la leadership repubblicana”. “Meno della metà dei sostenitori – scrive il Post – crede che il GOP stia andando nella giusta direzione” e il 40% degli intervistati è “insoddisfatto della linea politica seguita dal partito al Congresso”. Ciò che ancora manca è un leader capace di capitalizzare l’insoddisfazione dell’elettorato guidando i conservatori da qui alle elezioni presidenziali del 2012: nei mesi appena trascorsi, si vedrà, sono emerse alcune figure carismatiche e la loro posizione potrebbe rafforzarsi nel corso del 2010.

Parlare dei futuri leader conservatori non significa necessariamente scommettere sul candidato repubblicano alle prossime elezioni. Maurizio Molinari, corrispondente de “La Stampa” e attento osservatore delle dinamiche politiche statunitensi, è molto chiaro: “Come sempre avviene – spiega a L’Occidentale – il partito all’opposizione inizia a far emergere i suoi candidati solo dopo le elezioni di midterm, che in questo caso sono nel novembre 2010”. Chiarito ciò, continua il giornalista, si può notare che “la Palin cattura grande attenzione e il lancio del libro (l’autobiografia Going Rogue, An American Life, nda) evoca il precedente di Obama, così come Petraeus piace molto ai conservatori”, mentre anche “Pawlenty e Romney restano fra i papabili”. Posto allora che “azzardare previsioni prima di midterm è proibitivo, e quasi sempre si incorre in errore” alla fine del 2009 possiamo limitarci ad individuare alcune personalità di spicco che potrebbero calamitare il consenso dei repubblicani.

Sul piano mediatico, Sarah Palin è stata senza dubbio uno dei personaggi dell’anno: nel corso del 2009 ha lasciato la poltrona di governatrice dell’Alaska, ha dato alle stampe un bestseller, ha intrapreso un tour promozionale, è comparsa su decine di copertine, si è fatta intervistare da Oprah ed è diventata il bersaglio prediletto di Letterman. Tutta questa iperattività, scrive Alan Dowd su “Front Page Mag”, serve a ricordarci che “Sarah Palin è una forza della politica con la quale bisogna fare i conti”: “Oggi sta chiaramente preparando il terreno per la sua corsa alla Casa Bianca” continua Dowd, e avendo abbandonato la poltrona da governatrice potrà stare maggiormente “a contatto con la base conservatrice, chiarendo le sue posizioni politiche”. Dopo essere stata bollata come impresentabile da gran parte dei media americani, difficilmente la Palin potrebbe intercettare il favore repubblicani moderati: allo stesso tempo, però, potrebbe galvanizzare parte di un elettorato senza più riferimenti.

Nella seconda parte del 2009, tra le file del GOP è maturata un’altra ipotesi: a settembre l’informatissimo quotidiano online “Politico” ha lanciato il nome del Generale David Petraeus, autore del provvidenziale “surge” delle truppe americane in Iraq nel 2007, come possibile leader del partito repubblicano. Beniamino dell’elettorato conservatore, Petraeus piace anche ai moderati: secondo Bob Dole, candidato alla presidenza nel 1996 contro Bill Clinton, quello del Generale sarebbe un nome capace di intercettare consensi dentro e fuori il partito, esattamente come ha fatto Obama alle passate elezioni. E se Arnaud de Borchgrave, in un editoriale per la United Press, collega suggestivamente il nome di Petraeus a quello del generale Eisenhower – il quale, una volta alla Casa Bianca, “diede una grande spinta all’economia americana” – secondo Alex Massie dello “Spectator” è più probabile che l’ex capo delle forze americane in Iraq decida di scendere in campo nel 2016.

A differenza della Palin, la quale non nasconde i suoi progetti futuri, Petraeus smentisce però ogni intenzione di scendere in politica. Fox News ha chiesto conto al Generale del discorso che terrà al think tank neoconservatore American Enterprise Institute, dove il 6 maggio 2010 riceverà l’Irving Kristol Award, ma Petreaus ha confermato di essere “apolitico” (dal 2002, il militare non si è mai recato alle urne) e ricorda di aver parlato anche presso associazioni di diverso orientamento, come il Brookings Institute; l’ipotesi di una candidatura repubblicana per il 2012, infine, è stata bollata come pura fantasia. Gli esperti consigliano comunque di tenere gli occhi puntati sulle mosse del Generale, il cui nome è stato inserito dalla prestigiosa rivista “Foreign Policy” tra i dieci più importanti “global thinkers” del 2009. Sportsbook, uno dei bookmakers che già scommette sulle urne del 2012, dà Petraeus candidato repubblicano a 15/1, mentre altre agenzie danno la Palin a 7/2 (puntando due dollari, se ne vincono sette).

Un altro serbatoio di possibili leader del futuro viene dai governatori repubblicani. Tim Pawlenty, governatore del Minnesota, ha annunciato lo scorso giugno che non correrà per un terzo mandato, liberandosi così in vista di altri traguardi; altro nome di peso è quello di Mark Sanford, governatore del South Carolina: su di lui pesa però lo scandalo suscitato da una relazione extraconiugale con una giornalista argentina, una vicenda che lo ha costretto a dimettersi da capo dell’Associazione dei governatori repubblicani. Considerato da molti come un vero e proprio enfant prodige è invece Bobby Jindal, classe 1971, governatore della Louisiana: intervistato da “Politico”, ha recentemente proposto al GOP di collaborare con Obama per ricercare un terreno di intese comuni. Come Petraeus, anche Jindal potrebbe conquistare voti tra gli elettori moderati: a chi gli chiede del futuro, però, il giovane governatore assicura di voler correre per la rielezione nel suo Stato in vista delle elezioni del 2011.

Non è da escludere, infine, che dalle fila del partito repubblicano possano riemergere personaggi già scesi in campo contro McCain alle scorse primarie. Particolarmente apprezzato sembra essere Mike Huckabee: secondo un sondaggio condotto a inizio dicembre, l’ex governatore dell’Arkansas verrebbe battuto da Obama di un solo punto percentuale (45% contro il 46%), mentre Mitt Romney si fermerebbe a 5 punti dal presidente democratico. Al di là dei numeri, chi si mostra ottimista sul futuro è l’ex vicepresidente Dick Cheney: “Credo che conquisteremo molti seggi” ha detto a Fox News parlando delle elezioni di midterm, per poi dichiarare possibile una sconfitta di Obama nel 2012. E se a scendere in campo contro l’attuale presidente fosse proprio lui, Cheney? Interrogata a proposito, la figlia Liz ha così risposto: “Penso di no. Intendiamoci, piacerebbe anche a me. Ma no”.

L'Occidentale

24 dicembre 2009

Sempre più americani sono pronti a sostenere Obama contro l'Iran

Mentre gli Stati Uniti lanciano l’ennesimo ultimatum ad Ahmadinejad – interrompere l’arricchimento dell’uranio entro fine mese per evitare nuove sanzioni – secondo un sondaggio commissionato da The Israel Project il 51% degli americani sarebbe favorevole a bombardamenti mirati sui siti nucleari iraniani, nel caso in cui Teheran non rispettasse le indicazioni delle Nazioni Unite. Il 61% degli americani sosterrebbe inoltre un intervento militare di Washington a sostegno di Israele, nel caso in cui lo Stato ebraico – in seguito ad un bombardamento dei siti nucleari iraniani – venisse attaccato a sua volta da Teheran, magari attraverso Hezbollah e Hamas. Il 78% degli intervistati crede infine che “a dispetto di tutti i problemi interni, l’America deve continuare a lavorare duro per frenare il programma nucleare iraniano”. Il sondaggio è stato condotto tra il 14 e il 16 dicembre da Public Opinion Strategies e Greenberg Quinlan Rosner Research, su un campione di 800 cittadini americani iscritti nelle liste elettorali.

Se teniamo conto che gli Stati Uniti si trovano implicati in due guerre e stanno per inviare altre truppe in Afghanistan, i numeri emersi dal sondaggio sono senza dubbio notevoli, anche se va considerato che la fonte del sondaggio, The Israel Project – una organizzazione non governativa fondata nel 2002 da Jennifer Laszlo Mizrahi, il cui scopo è promuovere l’immagine di Israele all’estero – viene considerato un network vicino alle posizioni dei repubblicani. Le indicazioni emerse dal rilevamento, allora, andrebbero interpretate più che altro come un’indicazione generale e la stessa Mizrahi ha espresso un giudizio positivo sul voto della Camera Usa, che ha fatto passare “una legge sulle sanzioni all’Iran con 412 voti a favore e 12 contrari”. La speranza è che “il Senato e il presidente si muovano in fretta per fare altrettanto”. “È questo il momento per fermare Teheran pacificamente”, ha concluso.

Sul fronte politico, il repubblicano Neil Newhouse ha notato che “mentre la prima scelta degli americani è la diplomazia seguita dalle sanzioni, i cittadini prendono molto seriamente la minaccia iraniana e sono pronti a fronteggiarla anche con scelte difficili ed azioni reali, se necessario”. Tra le fila dei democratici, il sondaggista Stanley Greenberg crede invece che gli americani vogliano “sanzioni più efficaci e supporto agli oppositori interni del regime”, anche se “la risposta dell’Iran alle ultime elezioni e alla comunità internazionale lascia molto scettici i democratici riguardo alla possibilità di fermare la rincorsa nucleare di Teheran”. Secondo Morton A. Klein, presidente della Zionist Organization of America, i numeri del sondaggio mostrano “una crescente consapevolezza da parte degli americani sul pericolo rappresentato dall’Iran per Stati Uniti, Israele e il mondo democratico in generale”.

Un’altra recente rilevazione condotta dalla britannica YouGov su un campione di 1.000 soggetti residenti in 18 paesi arabi evidenzia che l’Iran rappresenta una minaccia alla sicurezza più grande di Israele. Commissionato dall’organizzazione The Doha Debates, importante “forum” di discussione per il Medio Oriente, il sondaggio mostra come per 1/3 degli intervistati Teheran potrebbe colpire Stati arabi tanto quanto Tel Aviv, e l’80% non crede alle rassicurazioni di Ahmadinejad sul "nucleare pacifico". In Israele, a riscaldare il dibattito sulla questione iraniana, si è inserito infine un articolo del quotidiano progressista “Haaretz” secondo cui, se qualche anno fa fosse stato bombardato il sito nucleare di Isfahan, il problema sarebbe stato risolto una volta per tutte: l’Iran, infatti, “avrebbe perso grosse quantità di materiale, e il suo programma nucleare sarebbe stato riportato indietro di anni”. Troppo tardi.

L'Occidentale

22 dicembre 2009

Uno dei migliori ministri dell'Interno di sempre

Roberto Maroni? Sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri dell'Interno di sempre. Ho sempre fatto riferimento alla tradizione che fu della destra antimafia: Paolo Borsellino si riconosceva in questa tradizione. Il centrosinistra ha responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali: le due regioni con più comuni sciolti per mafia sono Campania e Calabria. E chi le ha amministrate negli ultimi 12 anni? Il centrosinistra.
Roberto Saviano,

21 dicembre 2009

Cosa resterà di questi anni zero

Il Times (di Londra) si è imbarcato in un'impresa epica: scegliere i 100 migliori libri e film del decennio appena trascorso. Qui i libri: segnalo "Chronicles" di Bob Dylan (33°), "Ogni cosa è illuminata" di Jonathan Safran Foer (solo 32°), "Complotto contro l'America" di Philip Roth (21°), "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi (14°), "Espiazione" di Ian McEwan (9°), "Suite francese" di Irène Némirowsky (5°), "I sogni di mio padre" di Barack Obama (3°), "Persepolis" di Marjane Satrapi (2°) e per finire "La strada" di Cormac McCarthy. Scelte molto discutibili, ovviamente.

Passando ai film, segnalo: "Il diavolo veste Prada" (100°), "The Orphanage" (86°), "Persepolis" (69°), "Gomorra" (67°), "Valzer con Bashir" (65°), "Little Miss Sunshine" (48°), "Lost in Translation" (39°), "Il gladiatore" (32°), "Good Night and Good Luck" (21°), "United 93" (19°), "Brokeback Mountain" (17°), "Le vite degli altri" (12°), "The Queen" (9°), "Non è un paese per vecchi" (3°).

Il re del marketing

Cosa ha fatto Obama nel suo primo anno di presidenza? Ha salvato e rilanciato il brand America, scrive Simon Anholt su Foreign Policy:
So to those who say Obama has achieved little, my research suggests otherwise. His mere presence has begun to restore the United States to a position of respect and credibility -- and consequently, of influence -- that no amount of political, economic, or military might could muster. And it is an absolutely necessary achievement if Washington is to wield any moral authority in the world. In at least one of his responsibilities as head of state, the sacred responsibility of upholding the good name of his country, Obama has had a pretty good first year.

E la lotta continua

Nella Striscia di Gaza, Hamas ha festeggiato il suo 22° compleanno: cinque giorni di striscioni, palloncini, mortaretti, coreografie rigorosamente verdi, banchetti vari, ecc. Costo totale: un milione e quattrocentomila euro, una cifra con la quale si potrebbero sfamare centomila persone per un mese. Niente da fare: il mostro è Israele, la miseria è un prodotto del sionismo. E la lotta continua.

L'album dell'anno



The Beatles
The Beatles - Remastered Stereo Boxset
EMI, 2009

Lo sportivo dell'anno



Roger Federer
W: Roland Garros, Wimbledon, Cincinnati, Madrid

Il romanzo dell'anno



Philip Roth
Indignazione
Einaudi, 2009

20 dicembre 2009

La foto del giorno



Elijah Spurell, 4, made a snow angel in Roanoke, Va.
(
Kyle Green/Roanoke Times, via Associated Press)

The only thing that is not negotiable is success

Non si può avere tutto, ma poco è meglio di niente. Questa la lezione imparata da Barack Obama su clima e riforma sanitaria:
After weeks of frustrating delays and falling poll numbers, Mr. Obama decided to take what he could get, declare victory and claim momentum on some of the administration’s biggest priorities, even if the details did not always match the lofty vision that underlined them. From Copenhagen to Capitol Hill, the president determined the outer limits of what he could accomplish on climate change and health care and decided that was enough, at least for now. He brokered a nonbinding agreement with other world powers to fight global warming, averting the collapse of an international summit meeting. And he blessed a compromise on health care to guarantee the votes needed to pass the Senate.

Depravati criminali

Mi rivolgo al governo polacco affinché trovi i depravati criminali che hanno profanato il luogo dove oltre un milione di ebrei furono sterminati. È importante preservare il luogo del crimine dove maturò l'evento più terribile nella storia del popolo ebraico e di tutta la umanità.
Benjamin Netanyahu,
appello per Auschwitz

Igor Man comprese prima di altri che la polveriera islamica sarebbe esplosa

Con la morte di Igor Man, il giornalismo italiano perde molto più di una grande penna. Insieme a Montanelli, Terzani e la Fallaci, il “vecchio cronista” della “Stampa” era uno degli ultimi protagonisti dell’epoca d’oro del reportage: da Papa Giovanni Paolo II a Che Guevara, da John Kennedy a Khomeini, dalla guerra in Vietnam ai fuochi mediorientali, Igor Manlio Manzella – questo il suo vero nome – ha raccontato il Novecento e i suoi protagonisti con la passione del reporter e la sensibilità dello scrittore. Secondo Mimmo Candito, che ieri lo ha ricordato con un articolo affettuoso, nella sua vita Man aveva scelto la via dell’integrazione tra “dimensione pubblica e orizzonti privati, un terreno nel quale il racconto della storia del mondo non poteva mai prescindere dagli occhi, e verrebbe da dire dal cuore, di chi quel racconto lo sta facendo”.

Siciliano, figlio di uno scrittore e di una nobildonna russa in esilio, Man si è fatto le ossa a “Il Tempo” per passare poi, nel 1963, alla “Stampa” di De Benedetti: ricordare la sua carriera, da questo punto in poi, diventa un’impresa. Ha scritto articoli che sono passati alla storia: Franco Contorbia, nei “Meridiani” Mondadori dedicati al giornalismo italiano, ha antologizzato l’intervista al “dott. Ernesto Guevara Lynch, detto il Che (pronuncia C’è)” – “Curioso esemplare di rivoluzionario, questo ragazzone dal sorriso ironico eppure patetico” osserva Man – così come uno dei tanti reportage dal Vietnam del Sud, in cui era in corso “una guerra senza misericordia, dove non ci si ferma mai a meditare”. Magistrale anche il ritratto di Saddam Hussein alla vigilia della prima guerra del Golfo: “Un fatto è sicuro – spiega il giornalista – il rais non ha paura. Saddam Hussein non sa neanche dove stia di casa la paura”.

La qualità del Man reporter stava prima di tutto nella sua profonda cultura e nella capacità di guardare avanti, oltre la contingenza dell’evento. Marcello Sorgi, collega di lunga data alla “Stampa”, ricorda la preveggenza del giornalista sul Medioriente: “Con molti anni di anticipo, Man aveva capito che dalla sponda orientale a noi più vicina la polveriera islamica stava incubando dentro e attorno a un Occidente del tutto impreparato a contenerla”, e per questo “Igor, che aveva visto nascere il khomeinismo in Iran, era desolato quando gli americani avevano dovuto abbandonare la Somalia infestata dai fondamentalisti”. L’incontro con il mondo islamico e le sue sfaccettature convinse il cronista a raccontare la cultura mussulmana ad uso dei lettori italiani: nella rubrica “Diario arabo”, che si chiudeva ogni volta con una sura del Corano, Man ha rappresentato valori ed eccessi di un mondo che nel XXI secolo è entrato sempre più nella vita quotidiana di tutti noi.

Come per altri inviati del Novecento, la vita di Man è stata una grande avventura. Per il presidente Napolitano “restano incancellabili nella memoria le occasioni di incontro che, in modo particolare negli ultimi anni, mi hanno permesso di cogliere la sempre straordinaria vitalità del suo pensiero”: chissà quante storie, quanti aneddoti, avrà raccontato agli amici negli ultimi anni. Sorgi lo ricorda come “un tipo unico”: “Aveva un metabolismo mediterraneo, gli era rimasto attaccato il fuso orario dei vecchi giornalisti che andavano a dormire tardissimo, con la prima copia fresca di stampa ritirata alla rotativa. Personaggio da film, era uno degli ultimi di un’epoca romantica e appassionata”. Chi lo ha conosciuto bene, come Mimmo Candito, non può non ricordare infine la sua religiosità “laica” ma “ugualmente intensa”, a causa della quale “il racconto dei suoi incontri privati con gli ultimi due Pontefici lo coinvolgeva e lo emozionava anche al di là dei doveri che il cronista deve sapersi dare”.

L'Occidentale

19 dicembre 2009

I nemici della memoria



"In questa nostra era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i suoi nemici sono i nemici della Memoria. Dunque, quel Luogo è d'importanza e significato speciale, perché si basa su entrambi quei valori costitutivi, Verità e Memoria. Chiunque voglia cancellare il passato ha naturalmente interesse a rimuovere quella scritta, che è parte così visibile del Passato della Memoria" (Elie Wiesel, "I nemici della memoria").

18 dicembre 2009

17 dicembre 2009

Obama guarda al centro per salvare la riforma sanitaria in Senato

Sul piano internazionale, Afghanistan e riscaldamento globale sono i temi chiave dell’ultimo scorcio del 2009, ma negli Stati Uniti l’attenzione politica è concentrata tutta sull’approvazione definitiva della riforma sanitaria, il punto cardine del programma elettorale di Barack Obama. Dopo l’approvazione della Camera, il presidente si trova a fronteggiare l’ostruzionismo del Senato ed è chiaro che il risultato finale della partita sarà un testo di compromesso tra le diverse posizioni coesistenti nel partito democratico. Obama dice di essere “cautamente ottimista”, ma diversi analisti si chiedono apertamente cosa resterà della riforma sanitaria Usa, se e quando dovesse essere approvata dal Senato. Il presidente riuscirà a strappare un buona legge di compromesso o in mano gli resteranno solo i cocci di un progetto fatto a pezzi?

Il principale ostacolo all’approvazione della riforma ha un nome e un cognome: Joseph I. Lieberman, senatore indipendente del Connecticut, il cui sostegno è fondamentale per raggiungere la magica soglia dei 60 voti. Domenica il senatore si è presentato in tv e ha annunciato senza mezzi termini che la riforma, così com’è, proprio non va: se il progetto non verrà modificato, ha aggiunto Lieberman, voterò con i repubblicani. Pochi minuti dopo sono iniziate le trattative: Obama ha fretta di chiudere, a costo di "annacquare" la riforma (come dicono i liberal e i radicali del partito), e dopo un incontro con il presidente i vertici del partito si sono arresi a Lieberman. Nel testo in esame al Senato dovrebbero dunque cadere tanto la “public option” (una copertura sanitaria "universale") quanto l’estensione della previdenza pubblica (Medicare) agli ultra 55enni, mantenendo la soglia attuale di 65 anni.

La resa incondizionata al senatore indipendente potrebbe però creare ulteriori problemi tra le file dei democrats: all’interno del partito dell’Asinello, infatti, convivono posizioni molto diverse. Vicini a Liberman, anche se meno intransigenti, sono i Blue Dog, un gruppo di 53 democratici moderati che sui grandi temi – dalla sicurezza nazionale alla riforma sanitaria – guardano più alle scelte condivise che alla linea di partito. A preoccupare Obama è poi un altro membro del senato, il democratico antiabortista del Nebraska Ben Nelson: non voterò la riforma, ha minacciato il senatore, se la copertura sanitaria includerà l’interruzione di gravidanza. A fronte di tante “mine vaganti” nelle file democratiche, fondamentale potrebbe essere allora il voto della senatrice repubblicana del Maine Olympia Snowe, la quale si riserva di decidere all’ultimo momento.

I democratici di sinistra non nascondono la delusione, anche perché la linea imposta dal presidente – per dirla con Montanelli – è quella di "turarsi il naso" e votare. Secondo Howard Dean, ex governatore del Vermont, “la cosa migliore da fare sarebbe cancellare la riforma del Senato e ricominciare da capo”, e “molto dispiaciuto” si è detto anche il senatore dell’Ohio Sherrod Brown, che però voterà a favore in quanto “la posta è troppo alta”. Richard J. Durbin dell’Illinois, un altro importante senatore democratico, ha illustrato la situazione meglio di altri: “Molti di noi sentono di dover pesare quello che resta sulla bilancia, e quello che resta è davvero drammatico”. Una bocciatura, però, sarebbe ancora peggio: sulla riforma sanitaria – la cui sorte potrebbe essere decisa in concomitanza con l’anniversario del giuramento di Obama – il presidente ha puntato moltissimo, forse troppo.

Mentre continua la caccia ai 60 voti c’è chi torna con la memoria ai primi anni novanta, quando Hillary Clinton propose a sua volta una riforma della sanità: a vincere, in quel 1994, furono le opposizioni. Quindici anni dopo, Obama ci riprova ed è possibile che questa volta passi un testo di compromesso basato su finanziamenti per accedere alle assicurazioni private e maggiori vincoli per queste ultime. Un discorso a parte meriterebbero poi gli effetti della riforma sul corpo elettorale: secondo alcuni, molti elettori liberal potrebbero abbandonare il presidente; altri, invece, sottolineano come le defezioni da parte dei democratici più radicali sarebbero compensate da americani moderati, soddisfatti dal compromesso raggiunto sulla sanità. Una cosa è certa: sin dall’inizio della campagna elettorale, Obama ha giocato la carta del centrismo per raccogliere voti da entrambi gli schieramenti. E questa sembra la linea che seguirà anche in futuro.

L'Occidentale

14 dicembre 2009

Should not be just the United States’ fight

Afghanistan is not and should not be just the United States’ fight. Al Qaeda has used its sanctuaries in Afghanistan and Pakistan to plot and launch attacks on European cities. We welcome the news that some of America’s 42 military partners in Afghanistan plan to send more troops.

The New York Times,
una guerra di tutti

Gli indignati a senso unico



Sull'attacco al Cav. c'è poco da commentare: ha detto tutto Mario Calabresi nell'editoriale di questa mattina.

11 dicembre 2009

No fiction, no party



Addio alle docu-fiction di Santoro. Dagospia pubblica in esclusiva un comunicato di Masi in cui si legge che "non è consentita la diffusione in qualunque trasmissione di approfondimento informativo del palinsesto Rai di cd. 'docu-fiction' e/o 'docu-drama' o comunque ricostruzioni con attori nonché "televoti" che abbiano ad oggetto tematiche connesse a procedimenti giudiziari in corso". Tra le fiction mandate in onda ieri sera ad "Annozero" si segnala in particolare un faccia a faccia psicanalitico tra Spatuzza e Graviano degno dei "Soprano".

Il tennis che abbiamo visto

10 dicembre 2009

He was NOT Martin Luther King

The speech in many ways could have been written for, and delivered by, a man they loathe: George W. Bush. Sure the speech had the pleasant stuff about banning torture and the value of negotiations, and Obama gave a nod to Martin Luther King, whose own Nobel speech in 1964 was a paean to pacifism. But Obama wanted to make it clear that he was NOT Martin Luther King. He was a commander in chief leading two wars, confronting an implacable terrorist foe, burdened by a wobbly job rating and a dysfunctional Congress, and facing a dicey electoral future for his party in 2010 and himself in 2012.

Howard Fineman,
"Newsweek"

President Nobel



Barack Obama, premio Nobel per la Pace 2009, ha fatto un grande discorso: non era facile ricevere il premio senza risultare ridicolo, dopo aver annunciato l'invio di 30.000 soldati in Afghanistan. Un grande presidente, con grandissimi speech writers. Qui la trascrizione del discorso, qui il video, qui qualche consiglio del Washington Post sulla destinazione del premio monetario.

Morally justified

We will not eradicate violent conflict in our lifetimes. There will be times when nations — acting individually or in concert — will find the use of force not only necessary but morally justified.

Barack Obama,
premio Nobel per la Pace 2009

Forte e duro, con le palle

Ora, un premier è liberissimo di presentarsi al congresso del Partito Popolare Europeo e dichiarare che "la sovranità sta passando al partito dei giudici: il Parlamento fa le leggi, ma se queste non piacciono al partito dei giudici questo si rivolge alla Corte Costituzionale e la Corte abroga la legge", che "abrogando il Lodo Alfano [la Consulta] praticamente ha detto ai pubblici accusatori: riprendete la caccia all'uomo nei confronti del primo ministro" e soprattutto che "uno forte e duro con le palle come Silvio Berlusconi" non si trova da nessuna parte. Ripeto, è liberissimo di farlo. Basta non lamentarsi poi se anche giornali non esattamente di sinistra come The Economist, Financial Times e The Times ridono di te "sputtanando" l'Italia in tutto il mondo.

Se in Iraq viene meno la sicurezza a crollare sarà la democrazia

Il viaggio dell’Iraq dalla dittatura alla democrazia continua a fare i conti con il terrorismo: dopo gli attentati di martedì, che hanno provocato oltre 100 vittime e centinaia di feriti, il governo iracheno e i suoi sostenitori hanno dovuto prendere atto della dura realtà. I terroristi hanno colpito indisturbati il centro della città e tra gli obiettivi figura anche il nuovo ministero delle Finanze, un obiettivo particolarmente simbolico se si pensa che la sua vecchia sede era stata distrutta ad agosto da un altro attacco terroristico: “Possiamo colpire come e quando vogliamo”, questo sembra essere il messaggio degli attentatori. Calato il silenzio dopo le esplosioni, la capitale irachena fa ora i conti con la rabbia della popolazione e le preoccupazioni di politici e comunità internazionale: cos'è andato storto? Il governo è in grado di difendere la popolazione? E cosa succederà quando gli ultimi 120.000 soldati americani rimasti sul territorio lasceranno l’Iraq?

Per gran parte degli analisti, gli attentati rappresentano una chiara risposta del terrorismo all’annuncio di nuove elezioni per il 7 marzo 2010. Poche ore dopo l’accordo sulla data del voto, cinque bombe hanno cambiato radicalmente l’agenda politica gettando il paese nel caos: le accuse sulla testa del premier al Maliki sono piovute da ogni parte, insieme alle richieste di dimissioni per i responsabili della sicurezza nazionale. L’esecutivo è corso ai ripari annunciando che i ministri degli Interni, della Difesa e della Sicurezza nazionale riferiranno in parlamento il 17 dicembre: feriti e familiari delle vittime, intanto, puntano il dito contro l’inesperienza dell’esercito e polizia irachena, che hanno preso il controllo del territorio dopo il ritiro di gran parte delle truppe americane. Nella seduta parlamentare convocata subito dopo gli attacchi, gli oppositori dell’attuale governo hanno accusato l’esecutivo di pensare troppo alla campagna elettorale, trascurando le garanzie di sicurezza per i cittadini.

Ma al di là delle (ovvie) polemiche, chi c’è dietro agli attacchi? Il presidente Talabani e il premier al Maliki hanno inizialmente puntato il dito contro i “terroristi”, intravedendo responsabilità materiali da parte di esponenti di al-Qaeda e membri del partito Baath. “La tempistica di questi attacchi codardi conferma che i nemici dell’Iraq e della sua gente cercano di creare il caos nel paese, bloccando il progresso e cercando di rimandare le elezioni” si legge in un comunicato del premier, il quale si è appellato ieri alla popolazione perché mantenga la calma e non perda fiducia nelle forze di sicurezza. Per quanto riguarda i mandanti, il governo pensa a militanti residenti all’estero e diversi funzionari accusano esplicitamente la Siria, la quale ospiterebbe terroristi e avrebbe concesso un implicito benestare agli attacchi di martedì: “Questo crimine ci porterà a rivedere le nostre strategie di sicurezza” ha dichiarato al Maliki, lasciando intendere di non poter contare sulla cooperazione alla sicurezza da parte dei paesi vicini.

Sullo scenario internazionale, le bombe irachene hanno risvegliato anche l’attenzione degli Stati Uniti, da mesi impegnati sul dossier afgano. Poche ore prima degli attacchi, il generale Odierno ha tenuto una conferenza stampa a Killeen (Texas) salutando con favore la chiamata alle urne per il prossimo marzo: “Oggi l’Iraq è una democrazia nascente che sta tornando ad essere una potenza regionale strategica per il Medio Oriente” ha detto il generale, descrivendo con partecipazione l’attesa per le elezioni da parte della popolazione. Un ottimismo che, almeno pubblicamente, non appare colpito dal terrorismo: la Casa Bianca ha duramente condannato gli attacchi, sostenendo però che nulla cambierà nei piani strategici dell’amministrazione americana e che tutti i militari torneranno a casa entro il 2010. La sicurezza, col passare dei mesi, diventerà sempre più un affare iracheno ed ecco perché al-Bayati, capo della commissione parlamentare di sicurezza, ha proposto un piano di emergenza in vista delle elezioni: “Gli iracheni hanno bisogno di risposte convincenti dai comandanti della sicurezza” ha dichiarato al-Bayati, e “se la sicurezza verrà meno, crollerà tutto”.

L’insufficiente preparazione delle forze militari, la necessità di correre ai ripari in vista delle elezioni di marzo e la ricerca dei responsabili – fuori e dentro il paese – sono senza dubbio le principali preoccupazioni sollevate dagli attentati di martedì. Resta però un’ultima questione, passata in sordina sui media internazionali ma di estrema importanza per l’economia irachena: il petrolio. Martedì Londra ha ospitato un’importante conferenza sull’oro nero, finalizzata a presentare agli investitori le prospettive economiche di un settore vitale per tutto il Medio Oriente. Tra pochi giorni, inoltre, Bagdad ospiterà un’asta per investitori internazionali: attentati e destabilizzazione politica, però, non invogliano certo le compagnie estere ad inviare i propri lavoratori in un paese tanto pericoloso. A dispetto del terrorismo, il ministro del Petrolio ha dichiarato che l’asta si terrà comunque l’11 e 12 dicembre all’interno dell’edificio ministeriale: ad oggi, scrive la Reuters, non si sono registrate defezioni da parte delle compagnie energetiche occidentali.

L'Occidentale

09 dicembre 2009

La minaccia X Factor

Mark Steel attacca X Factor UK: "There is still hope for the planet", scrive sul quotidiano "The Independent", "the odds are against us but we have 10 days left to save the world and stop X Factor from creating another putrid Christmas number one". Qual è il problema? "These people are not only trying to destroy music, they're trying to make us surrender to their unstoppable naked power. We watch them package an act until their entire identity has been moulded into a corporate Cowellite auto-crooner, then let them sell the resulting warble back to us as if it's in some way natural". Tutto quello che dà forza alla musica, continua il columnist, viene rimosso da X Factor: "Anything dirty, painful, eccentric, scary, in other words individual, is scrubbed away, so if Janis Joplin or Kurt Cobain or Eminem had ever applied, they'd have been chortled off in the first audition". Insomma, la tv e i talent uccidono la musica: grazie a Dio, sono rimasti in pochi a pensarla così.

05 dicembre 2009

L'albero di Obama

Vittime del terrorismo. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele

La sera del 1° giugno 2001 molti ragazzi erano in coda all’entrata di una rinomata discoteca di Tel Aviv, il Dolphinarium. Aspettavano il loro turno, pronti a ballare dopo una settimana di studio. Alle 23.30, un boato fortissimo: Saeed Hotari, un terrorista suicida, si fa esplodere. Le vittime sono 21, tutte troppo giovani per la morte: Maria Tagiltseva, la più piccola, ha solo 14 anni. Le foto della mattanza hanno fatto il giro del mondo: “Giovani senza mani e con la faccia in poltiglia, una pioggia di sangue, cadaveri e tronchi umani”. Tra le vittime c’erano anche due sorelle, Yulia e Yelena, di 16 e 18 anni: “Che possiamo essere tutti iscritti nel Libro della vita”, ha scritto la loro madre.

La strage del Dolphinarium è solo un frammento di “Non smetteremo di danzare”, il libro dedicato da Giulio Meotti alle “storie mai raccontate dei martiri d’Israele”. L’autore, molti lo conosceranno, è un bravo giornalista del “Foglio” che nel 2004 ha deciso di dare un volto alle vittime degli attentati contro la popolazione israeliana. È stato un duro lavoro, durato cinque anni, in cui Meotti ha cercato i familiari dei caduti, ha conquistato la loro fiducia e li ha lasciati parlare. E il risultato è uno dei libri più importanti (e più belli) di questo 2009, un’opera che – scrive Scruton nell’introduzione – invita “a sbarazzarci della nostra doppiezza e riconoscere il diritto di Israele a esistere e del suo popolo a difendersi”.

Dietro ai volti delle vittime, ritratti anche in belle fotografie, c’è la forza della vita messa a dura prova dal terrorismo. Gli israeliani, ricorda l’autore, “hanno dimostrato di amare la vita più di quanto temano la morte”: ed ecco perché, nonostante i morti e gli oltre 10.000 feriti, questo popolo non smetterà di danzare. Il racconto delle loro vite, al di là della commozione, dovrà quindi aprire gli occhi agli occidentali: “Se si fa la proporzione tra quei 1723 morti e la popolazione degli Stati Uniti” scrive Meotti, “gli americani uccisi in dieci anni sarebbero 74.000”. Numeri francamente intollerabili per l’Europa che ha visto e sconfitto l’Olocausto.

Il viaggio del giornalista inizia a Monaco nel settembre 1972, quando 11 atleti israeliani vennero rapiti dal villaggio olimpico e successivamente uccisi. I giochi non si fermarono, neppure di fronte ai “primi ebrei uccisi in quanto ebrei in Germania dal 1945”: un segnale inquietante, una spia del sangue che verrà versato negli anni successivi. Alcuni di quegli atleti, inoltre, erano figli della notte di Auschwitz e in questi casi “oltre all’uomo e alla sua storia, affidata ormai a strumenti audiovisivi, il kamikaze si porta via anche uno degli ultimi testimoni della Shoah”. Per chi ancora oggi vuole sterminare gli ebrei, del resto, colpire un superstite dell’Olocauso rappresenta un omicidio perfetto, il completamento di un processo interrotto bruscamente nel 1945.

Sono molte le emozioni e i dolori che riempiono “Non smetteremo di danzare”. È difficile trattenere la commozione di fronte a David Applebaum, un uomo che ha dedicato la propria vita a salvare i feriti degli attentati: tornato da New York per tenere una conferenza sul terrorismo, è vittima a sua volta di un kamikaze al Caffè Hilel di Gerusalemme; con lui, muore la figlia Navah. Una storia simile a quella di Moshe Gottlieb, un chiropratico conosciuto come il “guaritore dei bambini Down”, che insieme ad altri 18 israeliani viene dilaniato nella città santa. Morti paradossali per uomini che hanno speso una vita nell’alleviare il dolore altrui.

Ciò che più colpisce nei racconti di Meotti è forse la quantità di giovani vittime del terrorismo. E non è un caso: l’attentatore, infatti, cerca di colpire là dove la vita è più forte. Attaccando il Moment Cafè di Gerusalemme, ad esempio, il terrorismo ha preso di mira gli universitari: tra i morti ci sono Danit Dagan e Uri Felix, prossimi al matrimonio, e Livnat Dvash, appena operata di cancro. Diego Ladowski è un altro studente vittima di un attentato alla caffetteria dell’università del Mount Scopus, sempre affollata di ragazzi in transito da una lezione all’altra. Eppure i giovani israeliani continuano a studiare, continuano a bere il caffè nella propria università e il sabato sera si mettono in coda per andare a ballare: la giovinezza, vuole dirci questo libro, è più forte del terrore.

Un discorso a parte meritano poi le donne. Insieme ai giovani, le madri, le nonne, le mogli e le fidanzate sono una pagina importante nel terribile libro delle vittime israeliane. Sara Blaustein aveva lasciato la comoda New York per andare a vivere in Israele, nella colonia di Efrat, e ogni mattina andava a visitare la tomba di Rachele, dividendo le sue giornate tra studio e preghiera: il terrore se l’è portata via. E dev’essere stato un istinto primordiale a muovere Sharon Ben-Shalom, che al momento dell’esplosione si è gettata sulle figlie facendo loro da scudo: le piccole sono sane e salve, mentre Sharon non c’è più, vittima di un odio che colpisce indiscriminatamente e senza alcuna pietà.

Nei pressi del Dolphinarium, sul lungomare di Tel Aviv, oggi una scritta recita: “Scegli la vita, non smetteremo di danzare”. E le vittime della discoteca “non hanno mai smesso di danzare, sono vivi nella memoria del loro popolo”: vivi come il giornalista Daniel Pearl, morto dopo aver ricordato senza indugio ai suoi assassini che “mio padre è ebreo, mia madre è ebrea, io sono ebreo”. Tanti morti, tante famiglie distrutte, troppi feriti che non potranno più camminare: Giulio Meotti li ha consegnati alla storia con un libro coraggioso, ricordandoci che dal dolore può nascere la vita. Se resta il ricordo, e se il ricordo diventa esempio, la morte non può vincere: gli israeliani lo sanno bene, e non smetteranno di danzare.

L'Occidentale

04 dicembre 2009

The verdict will be obvious

As with the American system, the Italian jury will be asked to find guilt beyond a reasonable doubt this week. Their verdict is not supposed to be about medieval superstitions, sexual projections, Satan fantasies or the honor of a prosecution team. If they simply apply the standard that the law calls for, the verdict will be obvious.
Timothy Egan,
il processo Amanda secondo il Nyt

03 dicembre 2009

Foto ricordo con delitto



Non so se Amanda Knox sia colpevole o innocente. Di certo con una madre e una sorella che fanno foto ricordo dell'udienza non deve aver avuto un''infanzia facile.

Maria Monroe


Questo filmino, girato tra il 1958 e il 1959, mostra Marilyn Monroe seduta su un divano con in mano una sigaretta. Secondo l'autore del video, si tratterebbe di marijuana. Nel dubbio, l'unico scandalo è che la registrazione è stata venduta per 275 mila dollari.

Non conviene a nessuno

Ogni ora che passa, lo scontro tra Fini e Berlusconi si ridimensiona sempre più. Si tratta della classica tempesta in un bicchier d'acqua, come avevo ipotizzato qui e "Il Foglio" aveva scritto qui. E' troppo presto per far saltare il banco: non conviene a Berlusconi, impegnato a far approvare una legge che lo metta al riparo dai tribunali, non conviene a Fini, ancora alla ricerca di un nuovo progetto o contenitore politico, non conviene a Bersani, che andrebbe incontro all'ennesima sconfitta.

Marco Factor

Viva il merito. Marco Mengoni, pupillo di Morgan, è il vincitore della terza edizione di X Factor: si porta a casa un contratto da 300 mila euro e il diritto a partecipare alla prossima edizione di Sanremo. Secondo classificato è Giuliano - il quale, tra singolo orecchiabile e sponsorizzazione di Claudia Mori, sembra avere un futuro assicurato - e terze le Yavanna, "fatine" di Mara Maionchi destinate all'oblio o a un pubblico veramente di nicchia. Marco è un grande, grandissimo cantante: è giovane, ma sembra già un artista consumato; fondamentali saranno le scelte che compirà nei prossimi mesi: l'augurio è che segua la strada di Noemi senza finire all'angolo come i passati vincitori del talent, Aram Quartet e Matteo Becucci. Con una buona canzone - e senza troppi concorrenti provenienti da "Amici" - il nostro Marco potrà fare molto bene anche a Sanremo.

Sulla terza edizione del programma, che dire? X Factor - vuoi per la vicinanza con la seconda edizione, vuoi per la controprogrammazione, vuoi per l'abbandono della Ventura - ha lasciato sul campo svariati ascoltatori. Il fatto è che qualcosa nella formula del programma - anzi, nella sua declinazione italiana - non funziona: come avevo scritto dopo la vittoria di Matteo Becucci, bisogna tagliare almeno tre quarti d'ora a puntata. Meno ospiti, meno perdite di tempo, meno riempitivi. Prendere esempio da X Factor UK non sarebbe male.

Per quanto riguarda il futuro, X Factor dovrebbe tornare in autunno. Giorgio Gori lo annuncia, Massimo Liofredi lo lascia intuire (anche se "aspettiamo di vedere quali saranno i risultati discografici e anche l’andamento del vincitore di X Factor quando si esibirà al Festival di Sanremo"). Per il resto, sembra che Mara Maionchi e - a sorpresa - Claudia Mori torneranno dietro al banco della giuria; Morgan, invece, lancia la bomba: "Non faccio più il giudice", al massimo partecipo in altro ruolo. Peccato che sia l'unico ad aver già firmato per altri due anni (vedi Dondoni e Giordano).

02 dicembre 2009

Troppo fumo per questo arrosto?


Certo, è normale che il Pdl pretenda un chiarimento. Ed è normale che il premier se la prenda, viste le battutine sarcastiche. Ma sulla querelle Fini-Berlusconi, in fondo, ha ragione Casini quando osserva che il presidente della Camera si è limitato a dire in prosa ciò che di solito dice in poesia. E quando la polvere si sarà abbassata, forse anche il Pdl potrà riflettere più lucidamente sulle frasi incriminate dell’ex leader di An.

Il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza, l’ultimo pentito... può aprire scenari... Speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da... perché è una bomba atomica. Si perché non sarebbe solo l’errore giudiziario, è una tale bomba che... Lei lo saprà... ma Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro degli Interni, e fa il nome di.... Uno è vicepresidente del Csm e l’altro è il presidente del Consiglio...

Cosa ha detto Fini di tanto scandaloso? In qualsiasi paese occidentale, un pentito che tiri in ballo il nome del presidente del Consiglio nell’aula di un tribunale rappresenterebbe un “bomba atomica”. Quindi? Quindi Fini auspica che le sue dichiarazioni vengano verificate con grande scrupolo, onde evitare errori giudiziari devastanti. Che Spatuzza voglia tirare in ballo Berlusconi, lo scrivono tutti i giornali da mesi: Fini si è limitato a leggerli. Su Mancino, invece, ha ammesso di aver fatto confusione.

No ma lui, l’uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di... qualsiasi altra autorità di garanzia, di controllo... la magistratura, la Corte dei conti, la Cassazione, il capo dello Stato, il Parlamento... Siccome è eletto dal popolo...

Il punto della discordia è questo. Se Fini pensa ciò, Berlusconi chiaramente non la prenderà bene. Per il resto, è del tutto normale – oltre che auspicabile – che la terza carica di uno Stato liberaldemocratico ricordi che il vincitore delle elezioni non può considerarsi al di sopra degli organi di garanzia, magistratura compresa. Normale e auspicabile, poi, è che la terza carica dello Stato auspichi che si faccia chiarezza sulle stragi mafiose che hanno insanguinato il paese: con tutta la cautela del caso, come ha ricordato.

Un tempesta in un bicchiere d’acqua? O la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso? Lo scopriremo nelle prossime settimane.

L'Europa che riparte da Lisbona promette più efficienza e cooperazione

Il premier svedese Fredrick Reinfeldt, presidente di turno della Ue, è molto soddisfatto: “Oggi si apre una nuova era per l’integrazione” si legge in un comunicato ufficiale, e “l’Ue possiede i mezzi per far fronte alle nuove sfide”. Per una volta, l’Europa ha vinto: ieri, 1° dicembre 2009, è entrato finalmente in vigore il Trattato di Lisbona. L’evento è stato celebrato con una cerimonia nella capitale portoghese con tanto di fuochi d’artificio e il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha spiegato agli europei come il trattato ponga finalmente “il cittadino al centro del progetto europeo”: “Disporremo finalmente delle istituzioni giuste per agire e della stabilità necessaria per convogliare tutte le energie verso il raggiungimento dei risultati che contano”.

L’entrata in vigore del trattato assume maggior importanza se si pensa a tutte le difficoltà a cui è andata incontro l’Unione Europea negli ultimi anni. Redatto per far fronte alla bocciatura della Costituzione europea da parte di Francia e Olanda nel 2005, il testo della carta di Lisbona è stato ratificato dal consiglio europeo di Bruxelles nel giugno 2007 e firmato ufficialmente il 13 dicembre dello stesso anno: da quel momento, è iniziata la corsa ad ostacoli delle ratifiche nazionali. L’Ungheria è stato il primo paese ad approvare il trattato, ultime l’Irlanda – la quale, dopo la clamorosa bocciatura del 2008, lo ha ratificato con un nuovo referendum indetto per lo scorso ottobre – e la Repubblica Ceca, guidata da un presidente (Vaclav Klaus) che si è sempre dichiarato fieramente contrario alla promulgazione della carta europea.

Ma cosa comporta l’entrata in vigore del trattato? Sul piano istituzionale la carta segna la nascita del presidente dell’Unione Europea, eletto dal Consiglio ogni due anni e mezzo e rinnovabile per un mandato, e del ministro degli Esteri, il quale sarà anche vicepresidente della Commisione Ue. In seguito a prolungate trattative, la prima carica sarà ricoperta dal belga Herman Van Rompuy, la seconda – per la quale era in corsa anche Massimo D’Alema – dalla britannica Catherine Ashton, già commissaria al Commercio estero. In qualità di “Alto rappresentante per gli Affari esteri”, rispetto a Josè Solana – che negli ultimi anni ha ricoperto una posizione analoga – la Ashton avrà maggiori poteri e disporrà di un corpo diplomatico.

A poche ore dalla promulgazione del trattato, Van Rompuy ha iniziato un tour europeo in qualità di nuovo presidente dell’Unione, assicurando che le parole chiave della sua presidenza “saranno la continuità e la coerenza”. Nel pomeriggio, il belga è giunto a Milano dove ha incontrato il premier Silvio Berlusconi: “Voglio stabilire contatti e relazioni con tutti e per questo ho iniziato il giro delle capitali” ha spiegato il neo presidente, secondo il quale “con questa presidenza permanente si potrà dare più continuità e coerenza al lavoro”. In concomitanza con l’arrivo del presidente belga, Franco Frattini ha lanciato l’idea di un “conclave dei ministri degli Esteri” da tenersi nel 2010 per discutere del futuro della nuova Europa.

Per quanto riguarda la vita di tutti i giorni, il messaggio lanciato dalla Ue è che il trattato di Lisbona comporterà maggior efficienza per i cittadini, da anni molto scettici sul funzionamento della macchina europea. A questo proposito, la carta prevede che con un milione di firme si possa presentare a Bruxelles una proposta normativa, mentre per evitare ulteriori stalli un insieme di nove paesi potrà prendere decisioni in determinati settori senza mediare accordi con gli altri Stati membri. L’Europa, infine, assumerà competenze inedite in ambiti importanti: lo sport, il turismo, la privacy, i diritti d’autore, l’energia e la sicurezza. Maggior cooperazione tra i paesi membri coniugata a maggior efficienza degli organi preposti: forse è davvero la volta buona.

L'Occidentale