30 settembre 2009
26 settembre 2009
Che fare con l'Iran?
La "lobby antiebraica" e la politica estera antiamericana
Professore di legge ad Harvard e star incontrastata dei tribunali americani, Alan Dershowitz non ha bisogno di troppe presentazioni: per dirla con “The Huffington Post”, è semplicemente il “più grande avvocato del mondo” e il “più celebre difensore degli ebrei” e di Israele. Sul fronte legislativo, Dershowitz ha fatto parlare di sé in quanto legale di O. J. Simpson ed autore dell’articolo “Want to Torture? Get a Warrant” (pubblicato dal “San Francisco Chronicle” nel 2002), in cui il giurista riflette sull’utilizzo della tortura in casi di estrema necessità. Sul fronte ebraico, invece, Dershowitz si è segnalato per una lunga serie di interventi a favore di Israele e contro personaggi “controversi” quali l’ex-presidente Jimmy Carter e il linguista Noam Chomsky. Ed è proprio “il più celebre difensore degli ebrei” a parlare in “Processo ai nemici di Israele”, saggio del 2008 recentemente pubblicato dalla casa editrice Eurilink.
Superato lo choc per la pessima traduzione e cura editoriale (un consiglio: se conoscete l’inglese, comprate la versione originale), il “Processo” di Dershowitz si mostra subito per quello che è: una requisitoria lucida e fondamentale. Sul banco degli imputati, i nemici di Israele: quelli dichiarati (Ahmadinejad, Hamas, Hezbollah) e quelli più subdoli, che nascondono la propria avversità dietro un’imparzialità di facciata. La premessa di Dershowitz – “Per essere una minuscola nazione con poco più di sei milioni e mezzo di cittadini, […] Israele ha in proporzione più nemici di qualsiasi altra nazione sulla terra” – è chiara quanto la tesi che vuole dimostrare: “I nemici di Israele sono i nemici di una realistica pace di compromesso”, e dunque un ostacolo alla creazione di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano.
Primo imputato del “Processo” è Jimmy Carter, ex-presidente democratico riciclatosi come esperto di affari mediorientali. Oggetto delle accuse di Dershowitz è il libro “Palestine: Peace Not Apartheid”, che ha suscitato polemiche in tutto il mondo. Pagina dopo pagina, Dershowitz – che si è visto rifiutare da Carter un confronto pubblico – mette in luce le follie dell’ex-presidente, a cominciare dagli insostenibili paragoni tra Israele e l’apartheid nel Sudafrica o il genocidio del Ruanda. Ma errori ed omissioni di Carter sono tanti, e così macroscopici, da meritare una documentata appendice di 25 pagine (“Perché Jimmy Carter ha sbagliato: i fatti”). “Smontato” il libro – ormai una Bibbia per gli antisemiti di tutto il mondo – Dershowitz passa a criticare le frequentazioni di Carter, per concludere che “c’è qualcosa che disturba profondamente nell’intimità di Carter con un uomo (Arafat, ndr) che, anche all’epoca, era coinvolto in attività ed incitazioni terroristiche contro civili israeliani”.
Sulla scia di Carter si collocano altri esponenti del mondo culturale e politico americano. Sotto la lente di Dershowitz finiscono così le asserzioni dei professori Mearsheimer e Walt (autori di “La Israel lobby”, Mondadori 2007), che accusano gli ebrei americani di controllare (e dirigere) la politica estera statunitense in senso filoisraeliano: “Le affermazioni di Mearsheimer e Walt – conclude Dershowitz dopo una breve analisi delle fonti e del metodo seguito – non soddisfano criteri di prova giuridici e neppure accademici criteri di probabilità”. Sul fronte politico, invece, l’autore smonta le teorie di personaggi di estrema sinistra come Noam Chomsky, Norman Finkelstein e Richard Falk (che “di norma insultano Israele e lo paragonano alla Germania nazista”) e di estrema destra come Robert Novak e David Duke. “Talvolta – mette in guardia Dershowitz – è difficile distinguere l’estrema destra dall’estrema sinistra”: ai due poli, l’odio per Israele è condiviso e a cambiare sono solo i riferimenti storici.
Più agevole, per l’autore, è la condanna dei nemici dichiarati di Israele. Se il capitolo contro il presidente Mahmoud Ahmadinejad è un utile compendio delle minacce iraniane allo Stato ebraico e della follia antisemita della leadership di Teheran, di particolare interesse è la parte dedicata ai “nemici suicidi di Israele”. L’argomentazione di Dershowitz si trasforma qui in una riflessione sulla guerra nel XXI secolo: da giurista, l’autore spiega come le guerre post 11 settembre siano completamente diverse dalle quelle “classiche” del ‘900. “È molto più difficile combattere contro nemici che vogliono morire che contro nemici che vogliono vivere”: ed ecco perché, a differenza della Guerra Fredda dominata dalla logica della deterrenza, convivere con un Iran nucleare sarebbe davvero da incubo.
Ma Dershowitz non si ferma alla teoria. La riflessione sui nemici suicidi è accompagnata dagli esempi concreti di madri che educano i propri figli al martirio, o di Hamas ed Hezbollah che utilizzano deliberatamente i civili come scudi umani. Ed è proprio nel contesto delle recenti guerre del Libano e di Gaza che il giurista colloca il suo pensiero riguardo alle Nazioni Unite e alle Ong: a causa della loro scoperta parzialità, queste organizzazioni hanno ormai perso l’antico prestigio. Ong come Human Rights Watch e Amnesty International non capiscono un concetto fondamentale: a fronte di un esercito che fa di tutto per evitare vittime innocenti, buona parte delle morti civili andrebbe imputata a quei gruppi terroristici che fanno un uso deliberato di scudi umani per evitare le rappresaglie israeliane. Riguardo al rapporto di Amnesty International sulla guerra del Libano, ricorda Dershowitz, “persino Al-Jazeera ha mostrato sorpresa di fronte alla mancanza mancanza di equilibrio nel rapporto”: Al-Jazeera, non il “Jerusalem Post”…
“Processo ai nemici di Israele” è infine una testimonianza del lavoro e delle lotte portate avanti da Dershowitz e dai suoi collaboratori. Spesso, racconta l’autore, le iniziative dei “nemici di Israele” lo hanno portato ad interrompere il suo lavoro per reagire con prontezza: così è stato all’uscita del libro di Carter, al quale ha risposto punto su punto con recensioni ed interventi pubblici, così per le battaglie – vinte – contro i tentativi di boicottaggio delle università israeliane. Appelli, risposte, dibattiti: difendere pubblicamente Israele non è facile, neppure in America. Ecco perché, ad Harvard, Dershowitz espone sulla porta le minacce e gli insulti che riceve: “Credo che sia importante per i miei studenti sapere a che cosa possono andare incontro se diventano pubblici difensori di una soluzione pacifica e giusta del conflitto arabo-israeliano”.
Insomma, non importa che l’autore sia il difensore di una pace giusta, che abbia criticato – e continui a criticare – Israele per gli insediamenti illegali nel West Bank, che sia un democratico e che sostenga l’attuale presidente Barack Obama: Alan Dershowitz difende le ragioni di Israele – o meglio, “anche” quelle di Israele – e perciò dà fastidio. Allo stesso tempo, però, l’avvocato ha imparato a dare il giusto peso agli attacchi personali di “gente che non mi conosce”: le minacce, spiega l’autore, non sono in realtà dirette a lui, quanto “ad Israele attraverso di me, perché io sono visto come un difensore dello Stato ebraico che è il vero obiettivo del loro odio violento”. Ma le minacce, questo libro lo dimostra, non hanno fermato la sua ricerca di una soluzione equilibrata ad una questione tanto complessa. E tutti quanti dovremmo essergliene grati.
Alan Dershowitz, “Processo ai nemici di Israele. Critiche alle tesi di Jimmy Carter e ai detrattori che ostacolano il cammino verso la pace”, Eurilink, 2009, pp. 307, € 19.50.
L'Occidentale
24 settembre 2009
Ahmadinejad cede lo scettro a Gheddafi
Spiace per l'ego di Mr. Ahmadinejad, ma quest'anno non è lui la star dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Relegato a tarda ora a fronte di una sala ormai vuota, il presidente iraniano pecca d'inventiva: "Lo stato ebraico si è reso responsabile di politiche inumane contro i palestinesi", "Le forze straniere spargono guerra, sangue, aggressione, terrore e intimidazione in Iraq e in Afghanistan", "Non è possibile che una piccola minoranza domini la politica, l'economia e la cultura mondiale" (classico riferimento antisemita ai Protocolli dei Savi di Sion). Soliti temi, terzo discorso fotocopia nel giro di tre anni. Da segnalare solo il riferimento alle elezioni iraniane: "Le elezioni in Iran sono state gloriose e pienamente democratiche, aprendo un nuovo capitolo per il mio Paese".
Il povero Ahmadinejad non si è risparmiato, intendiamoci, ma era davvero difficile competere con Mr. Gheddafi, il re del circo equestre. Il tempo a disposizione è limitato: 15 minuti; non per lui, che si prende un'ora e mezza per farneticare liberamente. Il leader libico parla di tutto (e di più), si scaglia contro Onu e Consiglio di Sicurezza, straccia le carte, ringrazia l'Italia e definisce Obama "un raggio di luce" (candidandolo alla presidenza a vita). Tutto inutile, però: come ricorda il "Corriere", "il discorso di Gheddafi, seppure oltre il protocollo, non è entrato nel Guinness dei primati degli interventi più lunghi all'Onu: questo record appartiene al leader cubano Fidel Castro che in una occasione parlò per ben 4 ore e mezza". Troppo, anche per il "re dei re".
23 settembre 2009
Perché siamo in Afghanistan / 2
Ci sono mille buone ragioni per tenere i nostri soldati in Afghanistan, e per completare l'opera. Ma nessuno le evoca mai. Una buona ragione - che gli italiani capirebbero - è che non vogliamo che in Afghanistan possa mai più capitare a un ragazzo quello che capita al protagonista del Cacciatore di Aquiloni. Un'altra buona ragione è che non vogliamo che a nessuna donna afghana possa più capitare quello che capita alle donne di Mille splendidi soli, l'altro romanzo di Khaled Hosseini. Un'altra ancora è che vogliamo che le bambine afghane possano andare a scuola. O che le minoranze etniche e linguistiche non vengano oppresse. O che l'Afghanistan smetta di essere il fornitore di oppio per tutti i trafficanti di droga del mondo. O che i talebani vi ospitino un altro Bin Laden per progettare un altro attacco alle Due Torri.
Hosni ha perso
21 settembre 2009
Afghanistan's Version
Gian Domenico Pistonami, primo caporalmaggiore, nato a Orvieto, Terni, nel 1983. Massimiliano Randino, caporalmaggiore scelto, nato nel 1977 a Pagani, provincia di Salerno. Davide Ricchiuto, caporalmaggiore, nato in Svizzera da italiani emigrati e tornato a vivere nel suo paese d’origine, Tiggiano, sud del Salento. Matteo Mureddu, caporalmaggiore di 26 anni, nato a Solarussa, provincia di Oristano. Antonio Fortunato, tenente, 35 anni, nato a Lagonegro, Potenza. Roberto Valente, 37 anni, sergente maggiore, originario di Fuorigrotta, nel cuore di Napoli. Lasciamo pure perdere Orvieto, Terni, che comunque è parecchio sotto il Po. Per il resto che cazzo gliene frega, alla Lega, di una questione squisitamente meridionale?
Reti unificate

CNN, NBC, ABC, CBS e Univision. Cinque canali, cinque interviste in un solo giorno per parlare dell'operato del governo e dei progetti di riforma. Non è Silvio, è Barack.
20 settembre 2009
Piero Jahier è stato una splendida meteora della letteratura italiana

“Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri / e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita, / Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno / che non sa perché va a morire”. L’autore di questi versi senza tempo è Piero Jahier, splendida meteora della letteratura italiana novecentesca. Presto “dimenticato” dalla cultura istituzionale, Jahier ha trovato un fedele studioso ed estimatore nel professor Paolo Briganti, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Parma: sarà lui a guidarci alla riscoperta di questo “poeta scomodo”, dalle “inusuali radici culturali protestanti”.
Professore, se è d’accordo partirei dalla ricezione di Jahier da parte del pubblico e della critica. Come sono state accolte le sue opere nel primo dopoguerra?
Se si esclude il suo primo libro, Resultanze in merito alla vita e alle opere di Gino Bianchi – che esce nel 1915 e che, essendo una satira dell’universo impiegatizio statale, si leggeva ancora all’interno dell’atmosfera antiborghese, soprattutto “anti-piccolo-borghese”, della «Voce» (mentre però intanto l’Italia entrava/era in guerra) –, gli altri due libri, Ragazzo e Con me e con gli alpini, entrambi pubblicati nel 1919, escono in un’atmosfera letteraria già distantissima dai canoni vociani (che volevano dire tensione morale e sprezzature stilistiche, fino a certe punte espressionistiche di Rebora, ma anche dello stesso Jahier): quelli dell’immediato dopoguerra sono infatti gli anni della «Ronda», del ritorno all’ordine e all’equilibrio, della pagina scritta in punta di penna, dei calligrafismi… E, nel versante della poesia, quella di Jahier (e dei vociani in genere) era l’esatto contrario della poesia “pura” primonovecentesca e del successivo ermetismo, padrone incontrastato negli anni Trenta e primi Quaranta, ma, quale ambigua eredità, imperante anche per tutti gli anni Cinquanta (e un poco oltre).
Negli anni seguenti, fatta eccezione per la riedizione delle sue opere negli anni Sessanta, Jahier entra a pieno titolo nella schiera dei “dimenticati”… Perché?
Jahier s’era rifiutato decisamente di collaborare col fascismo, così venne tacitato, costretto al silenzio (non scrisse più, di fatto). Solo forse Con me e con gli alpini, grazie al tema “militare”, continuò a circolare nel Ventennio, ma in qualche caso si arrivò – pare – a ritenere che l’autore fosse morto, considerato che di lui non si sapeva più nulla. La riedizione delle sue opere (riviste dall’autore stesso) generò un trasalimento d’interesse per il “moralista” Jahier; ma già sullo scorcio finale di quello stesso decennio (frattanto Jahier era morto, nel novembre del 1966), la voga culturale oltranzisticamente “rivoluzionaria” non fu più disponibile all’ascolto di chi era stato appena bollato, e con evidente disprezzo, come “populista”. Insomma Jahier, che non era andato bene agli uni, non andava bene neppure agli altri. Regimi, mode…
Passando alla vita dell’autore, a colpire è prima di tutto la sfera religiosa. Il padre di Jahier era un pastore protestante, e lo scrittore frequentò per due anni la facoltà di Teologia di Firenze. Quale ruolo ha giocato la spiritualità nella sua formazione e nella sua poetica?
L’esser cresciuto nell’ambito di una cultura e una “visione del mondo” caratterizzate dal senso della responsabilità individuale e del dovere segnò profondamente la sua formazione morale e intellettuale; ma il traumatico suicidio del padre (quando Piero era solo tredicenne) dovette alimentare nel tempo – credo proprio – un grumo di ribellione sottopelle, tale da provocare più avanti in lui la perdita della fede, col coerente abbandono degli studi teologici intrapresi, studi che lo avrebbero condotto a diventare, anche lui come il padre, pastore. E si trattava – si badi – di abbandonare un “comodo” alveo esistenziale per immettersi nella fatica d’un lavoro pratico quotidiano, scelto e accettato però anche questo “religiosamente” quale «fatica d’Adamo»: un modo per uscire ufficialmente dagli apparati religiosi per continuare a praticare comunque una sua religiosità immanente, quella del mondo (Conversione al mondo era il titolo, poi non utilizzato, d’una sua opera). Più che di “spiritualità” parlerei dunque di un’ardua moralità e di senso religioso dell’esistenza: si trattava di una strenua accettazione del peso della vita e d’una fiera difesa dei valori della semplicità, della schiettezza, della povertà; con evidenti ricadute, ovviamente, anche nella sua poetica.
La giovinezza di Jahier è segnata poi dalla collaborazione con “La Voce”. Cosa ha trovato lo scrittore nella rivista letteraria fiorentina?
Nella «Voce» trovò anzitutto – direi – l’idea di una cultura non “accademica” né “teorica”, colse insomma una prospettiva culturale molto “pratica”: per una cultura, cioè, dentro la società reale, coi temi e problemi dell’Italia di allora, da discutere e affrontare per trasformare la società stessa; una cultura che non doveva essere strettamente “disciplinare” (letteratura / arte / filosofia…), ma fondata su un’idea unitaria di “uomo intero”, immerso appunto nella vita pratica quotidiana. Non dico che tutti i vociani poi condividessero a tutto tondo quest’idea, che è soprattutto molto jahieriana, ma penso che questo fosse ciò che Jahier – il “ferroviere” Jahier, con la sua vecchia fede alle spalle e col suo fardello d’Adamo – vide nella disponibilità e nel “praticismo” di Prezzolini.
Quali erano, all’epoca, i suoi punti di riferimento intellettuali?
Oltre alla Bibbia (protestante) – che comunque restava attivamente in background –, suoi autori di studio e personale discussione furono soprattutto Proudhon e Claudel; ma anche Charles Péguy, Walt Whitman e Francis Jammes.
A “La Voce” è legato anche l’esordio letterario del giovane Jahier: è la casa editrice della rivista a pubblicare l’opera prima dello scrittore, “Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi”. Come nasce e cosa racconta quest’opera?
Quel suo primo libro del 1915 è una satira dell’uomo-impiegato. In quegli anni «La Voce» aveva inaugurato una rubrica, “Lettere dalla Beozia” – di gestione più o meno collettiva (ma tra tutti era Soffici a contribuirvi maggiormente) – firmate da un fittizio “Gino Bianchi”, che propugnava idee banalmente e insopportabilmente piccolo-borghesi e perbenistiche nei confronti dell’arte e della vita in genere: era, insomma, quel che i vociani consideravano appunto “un beota”. Jahier, che portava frattanto la sua personale croce impiegatizia, si impadronì del fantoccio Gino Bianchi e gli diede una più precisa identità, facendolo impiegato delle ferrovie (cioè un suo collega) e trattandone la vita come se compilasse il burocratico fascicolo personale di una biografia tutta incasellata e prevedibile. È un libro che può risultare ancora molto divertente e istruttivo. Senza contare che, ogni tanto, si leva – con grande respiro, a contrasto – il controcanto disperato dello stesso Jahier, che rugge la propria urgenza di poesia, la propria aspirazione a un’esistenza non pre-confezionata, ma vera e libera.
All’origine dell’opera più importante di Jahier, “Con me e con gli alpini”, c’è invece la prima guerra mondiale…
La prima guerra mondiale è lo sfondo circostanziale appunto di Con me e con gli alpini, una sorta di diario di guerra in cui Piero Jahier, tenente istruttore degli alpini, racconta il suo rapporto con le reclute a lui affidate: sono soldati trentenni, come lui, che hanno magari famiglia e pochi grilli per il capo, montanari abituati alla fatica della vita quotidiana: prima la vanga o il piccone per terre aspre e dure, o addirittura in terra straniera, ora il fucile e le marce per… la patria. Già: la patria, è concetto astratto, difficile; ma il tenente lo traduce per loro come famiglia, casa, paese, amicizia, solidarietà esistenziale. E, alla fine, anche il tenente istruttore avrà molto appreso dai suoi coetanei montanari: la schiettezza d’animo e la disposizione alla fatica e al sacrificio. La guerra è intorno, ma il libro parla soprattutto di semplici e grandi sentimenti di un gruppo d’uomini-fratelli.
Nel corso del Ventennio, come abbiamo detto, l’antifascista Jahier si isola e continua a lavorare come traduttore: come ha vissuto questa nuova “missione”?
Jahier, dopo quasi vent’anni di silenzio imposto quale autore, colse il destro della traduzione (L’importanza di vivere di Lyn Yutang uscì da Bompiani nel 1939) come una straordinaria conquista liberatoria: «parlare per bocca di terzi», così definiva la propria attività di traduttore; che divenne poi prioritaria dopo la Liberazione (come se per troppo silenzio si fosse affiochita la sua voce personale, o prosciugata la vena in proprio… chissà).
Negli anni Sessanta Jahier ha ripubblicato le sue opere con Vallecchi: quali cambiamenti ha apportato alle sue opere giovanili?
Jahier intervenne, non da filologo o storico, ma da autore, modificando liberamente: riaggiornò ad esempio il Gino Bianchi, mostrandocene anche la “naturale” fascistizzazione durante il ventennio. E mise insieme un libro,Poesie, raccogliendo i propri testi poetici degli anni vociani, testi che, sparsi in rivista, non avevano mai costituito un volume. Su questi componimenti i suoi interventi furono talora radicali: ad esempio, dalla prosa poetica di cinquant’anni prima, alla versificazione del 1964. Su questo aspetto si scatenarono, a suo tempo, i critici, ritenendo l’operazione illecita, quasi una falsificazione storica. Io credo (o m’illudo) di aver riportato il problema a più tranquille – umane e filologiche, e ragionevoli – considerazioni.
Da professore di letteratura, come definirebbe il Jahier poeta?
Magari la definizione non è troppo accademica (mi fa certo velo un lunghissimo affetto per la sua figura)… In fondo ripeterei quel che risposi a una domanda simile quarant’anni fa, durante la discussione della mia tesi, e cioè che Jahier è sempre stato, in un modo o nell’altro, un poeta scomodo; inusuale oltretutto per il panorama italiano, sia per le sue inconsuete radici culturali protestanti, sia per il «calor bianco» (l’espressione è sua) che raggiunge spesso la sua pagina – sempre in bilico tra poesia e prosa – fino all’espressionismo (e anche l’espressionismo da noi non è, o non era, proprio frequente, vero?).
Quale opera consiglierebbe per avvicinarsi allo lettura di Piero Jahier?
Come avvicinamento direi senz’altro Ragazzo (che, fra l’altro, per me è il suo libro più bello): è un’autobiografia lirica affascinante, stilisticamente molto particolare, in cui il “ragazzo”, più che narrare, ci fa rivivere anzitutto il trauma del suicidio paterno, e poi la perigliosa traversata degli anni adolescenziali, quelli da cui, quando se n’esce, ci si sente come dei naufraghi scampati. Alla fine il ragazzo-uomo avrà maturato la propria dolorosa-necessaria separazione, materiale e morale, da quel passato amato e tormentoso, e, ritornando da adulto al paese avito, neppure le millenarie montagne potranno più riconoscerlo come figlio.
E lei, professore, a quale opera si sente più legato?
Io, personalmente, mi sento ancor più legato alle sue poesie: il fatto è che ci ho lavorato un bel po’ e con molti rovelli critici e filologici; che alla fine credo di aver risolto in modo soddisfacente, se è vero che un critico come Silvio Ramat ha scritto tra l’altro che l’«anomalia di Jahier» consiste anche nel fatto che, «in una ricostruzione ipotetica del Novecento “per titoli esemplari”, il suo “titolo” principale di riferimento rischia di essere, una volta tanto, quello di un libro inesistente», «o meglio una “raccolta” disponibile dall’81 (Poesie in versi e in prosa, Einaudi)». Quella mia edizione critica, naturalmente esauritissima, pare sia frequentemente richiesta da studiosi e studenti: eppure nessun editore me ne ha mai proposto la ristampa. Vorrà dire qualcosa?
L'Occidentale
19 settembre 2009
Le ultime sparate del piccolo Adolf
"The Holocaust is a false claim, a fairy tale, used as a pretext for crimes against humanity"
"When you [Europe] confess having committed such a crime, so also provide the Jews with lands in Europe, America or Canada. Why should the Palestinians suffer from an incident in which they were not involved?"
"Even the crises in Afghanistan, Iraq and even Sudan are a plot by the Zionists"
"It is our national, religious and Islamic duty to continue confronting the Zionist regime as this regime has threatened the national security of all regional states"
Perché siamo in Afghanistan
Nel caso dell'Italia, come per certi aspetti in quello della Germania, esistono peculiarità che hanno condizionato la politica dei governi. Il Paese è stato malamente sconfitto durante la Seconda guerra mondiale e ha sviluppato da allora una «cultura della pace» in cui si sono confuse componenti diverse: pensiero cattolico, neutralismo, odio per gli Stati Uniti e una concezione dogmatica dell’articolo della Costituzione in cui l’Italia «ripudia la guerra». I governi hanno dovuto venire a patti con questi sentimenti e hanno creduto di risolvere il problema mandando «truppe di pace» in teatri di guerra. E per di più, come se il tasso d’ambiguità non fosse già sufficientemente elevato, hanno ridotto i bilanci delle Forze Armate al limite della sopravvivenza. È questa la ragione per cui la perdita di un soldato, quando accade, appare alla società italiana molto più inattesa, incomprensibile e assurda di quanto non appaia in Paesi dove i governi hanno parlato alla loro opinione pubblica con maggiore chiarezza e hanno fornito ai loro soldati le armi di cui avevano bisogno. Forse è giunta anche per il governo italiano l’ora di dire francamente perché siamo in Afghanistan e quali siano i rischi da correre. L’ambiguità, dopo i fatti di Kabul, offende il Paese e i suoi morti.
16 settembre 2009
Grazie (per) mille
A ben pensarci, tuttavia, la vera notizia è che da più di 40 anni, l’AIRC è il principale finanziatore della ricerca sul cancro in Italia. Noi che scriviamo siamo una rappresentanza di una comunità scientifica che, grazie all’AIRC, ha permesso all’Italia di restare sulla mappa della ricerca mondiale sul cancro.Tra noi ci sono direttori d’istituti scientifici, direttori di dipartimenti di ricerca sul cancro universitari e non, editori di prestigiose riviste internazionali. Prima di tutto, siamo, tuttavia, ricercatori impegnati nello studio e nella cura del cancro e i nostri laboratori funzionano perché esiste l’AIRC che garantisce la stabilità e la continuità del finanziamento alla ricerca.
Tutto questo è possibile grazie ad uno straordinario sforzo di solidarietà che impegna tutto il Paese. AIRC sono le migliaia di volontari che donano il loro tempo nelle sedi regionali e nelle piazze d’Italia ad ogni campagna di raccolta di fondi. AIRC sono i due milioni di soci, che annualmente contribuiscono. Questi milioni sanno che ogni euro investito in ricerca ritorna decuplicato, sanno che solo nella ricerca esiste la sicurezza di un futuro migliore. Questi milioni d’Italiani hanno permesso ai nostri laboratori di rimanere attivi e di produrre. Hanno permesso alla ricerca oncologica Italiana di guadagnarsi un posto di preminenza nel panorama mondiale. Hanno permesso a migliaia di giovani ricercatori di ricevere il training necessario e poi, ai migliori tra loro, di avviare i propri laboratori. Questi milioni hanno contribuito al progresso, che registriamo quotidianamente, nella lotta al cancro. Questi milioni sono il Paese migliore, quello che in silenzio costruisce. È veramente una buona notizia che esista un Paese così.
(IFOM -Istituto FIRC di Oncologia Molecolare, Università degli Studi Milano),
a nome di 58 ricercatori italiani sul cancro
12 settembre 2009
X Factor, la vendetta
08 settembre 2009
Cari mamma e papà
Dear Mom and Dad, my brother and friends,I send you peace and health. My own health is dwindling from day to day, particularly my mental health, and this causes me much depression.I am waiting for this intolerable nightmare of mine to end, to be released from this lonely and closed prison, especially since my 20th birthday has passed, one I had hoped we could celebrate together.I ask of my government, particularly Prime Minister Ehud Olmert and Defense Minister Amir Peretz, to do everything they can to see my release as quickly as possible, because every day that passes hurts me more ? they should do everything the Mujahadeen has asked for.I hope you do everything possible so we can celebrate Rosh Hashannah and Sukkot at home.Gilad Shalit,prisoner of the Palestinian Mujahadeen
La vergogna dell'Unesco

06 settembre 2009
Al Lido la polemica si sposta dalla Mostra del cinema al futuro di Venezia

Finita l’estate, è la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ad aprire la stagione autunnale dei grandi eventi culturali. Lo schema è quello usuale: film da tutto il mondo, grande attesa per un Leone italiano, una marea di vip, feste e lusso, polemiche e provocazioni. Cultura, insomma, ma anche quella dose di esibizionismo che ogni anno trasforma l’Excelsior – come scriveva nel '58 Oriana Fallaci – in un “compromesso fra il mercato del pesce e la Borsa valori di Milano: tutti si riuniscono lì per far vedere che esistono e perdere tempo in pettegolezzi”. E le cose, a distanza di cinquant’anni, non sembrano molto cambiate se l’arguto Aldo Grasso, osservando la sfilata iniziale sul red carpet, parla di “una festa di paese animata da una folla di ragazzini che chiedevano autografi a chiunque passasse da quelle parti”.
Da dove partire per raccontare il Festival numero 66? Da “Baarìa”, naturalmente. Del kolossal di Giuseppe Tornatore si è detto tutto: il duro lavoro, il set a Tunisi, i grandi attori, il menu della festa siciliana al Lido. L’accoglienza al Festival non ha sorpreso nessuno: fredda la critica, caldo il pubblico (cinque minuti di applausi, dieci per i reporter più ottimisti). A stupire, piuttosto, è stata la dichiarazione d’amore nei confronti della pellicola da parte di Silvio Berlusconi: “È un capolavoro assoluto, credo sia il film che mi ha impressionato di più e qualcosa di cui tutti dobbiamo essere orgogliosi”. E non basta: “Consiglio a tutti gli italiani di andarlo a vedere – continua il premier – perché credo sia impossibile essere italiani e non vedere un film così”.
Puntuali come un orologio svizzero arrivano anche le polemiche sul Cav. nella sua nuova veste di critico cinematografico. A difenderlo è la madrina del Festival, Mariagrazia Cucinotta: “Berlusconi nasce come produttore e come editore, in fondo è la sua antica stoffa che esce fuori”. Perché poi il premier ami così tanto “Baarìa” – prodotto da Medusa, fanno notare i maligni – è presto detto: il protagonista, racconta Berlusconi, è un comunista che scopre gli orrori del comunismo russo e si converte al riformismo. La querelle si è chiusa con una telefonata a Marzullo, occasione per rinnovare i complimenti al regista: “Gli ho detto che uno, dopo un capolavoro così, potrebbe anche morire”. Gelo in studio, poi il chiarimento: “Naturalmente era un complimento per la realizzazione di un’opera che credo sarà difficilmente eguagliabile…”.
Le tv del premier sono invece al centro di “Videocracy” di Erik Gandini: il film, che si è guadagnato un proiezione aggiuntiva, è stato presentato come un “racconto lucido e spietato di come la Tv in Italia ha preso il posto della democrazia” e delle conseguenze di un “esperimento televisivo” che gli italiani – cavie, senza saperlo – “subiscono da 30 anni”. Non è tutto: tra i registi in corsa per il Leone c’è infatti Michele Placido, che nel “Grande sogno” (protagonista il bello e impossibile Riccardo Scamarcio) rilegge quel Sessantotto in cui “i giovani sognavano di cambiare il mondo, le regole venivano infrante, l’amore era libero e tutto sembrava possibile”. Il Leone d’oro per le polemiche spetta però a “Francesca” del romeno Bobby Paunescu: dentro, per niente velata, c’è un’accusa di razzismo agli italiani, a cui Alessandra Mussolini – definita nel film “una ***** che vuole ammazzare tutti i romeni” – risponde chiedendo sequestro e risarcimento danni. Procacci, produttore, ringrazia per la pubblicità gratuita.
Niente di nuovo anche sul fronte della politica internazionale. In concorso figura l’inossidabile Michael Moore con la sua ultima fatica, “Capitalism: A Love Story”, rilettura comica della crisi economica internazionale: attesi protagonisti sono Wall Street e Lehman Brothers. Più serio sembra “South of the Border” di Oliver Stone (fuori concorso): il documentario, che parte dal Venezuela di Chavez, si allarga poi ad altri campioni della democrazia (Raul Castro su tutti). Non può mancare il Medio Oriente: in “Lebanon”, Samuel Maoz racconta la prima guerra del Libano (1982) dal punto di vista di una squadra di carristi israeliani. Molto atteso è infine “Green Days”, docufilm dell’iraniana Hana Makhmalbaf aggiunto in extremis al programma della kermesse: la regista, figlia del portavoce di Moussavi, racconta le recenti proteste degli studenti contro Ahmadinejad e la triste condizione della donna a Teheran.
Si è visto: gli spunti critici, ideologici e polemici non mancano. Venezia, però, è anche (o dovrebbe essere?) semplicemente cinema. Nella corsa al Leone, nutrita è la pattuglia degli italiani: insieme a Tornatore e Placido, concorrono anche Giuseppe Capotondi (“La doppia ora”) e Francesca Comencini (“Lo spazio bianco”). Grande è poi l’attesa per gli americani: dopo il successo di “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, John Hillcoat ha trasposto sullo schermo “The Road” del Pulitzer Cormac McCarthy, che perà sembra non scaldare la platea; George Romero, con “Survival of the Dead”, torna all’horror (e sull’onda lunga del successo di “Lost”); e se Todd Solondz, in “Life During Wartime”, gioca la carta del dramma sociale condito di sarcasmo, Tom Ford – che in “A Single Man” schiera Colin Firth e Julianne Moore – racconta la vita del professor Falconer nella Los Angeles del 1962.
Di americano, a dire il vero, ci sarebbe anche un altro film: “The Men Who Stare at Goats” di Grant Heslov, che verrà presentato fuori concorso martedì 8 settembre. Il film – con attori del calibro di George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges e Kevin Spacey – è un thriller fantascientifico, forte di “monaci guerrieri con poteri psichici incomparabili” in grado di “uccidere una capra semplicemente fissandola”. Roba per palati fini, non c’è che dire. Peccato però che gli amori del bel George abbiano rubato la scena a regista e pellicola. Anzi, a dirla tutta, per molti sarà l’8 settembre – e non la giornata finale – il momento cruciale di questo Festival: altro che Leone, quello che davvero interessa sapere – dopo le succulente anticipazioni del “Daily Mail” – è se George si presenterà in laguna a fianco di Elisabetta Canalis. E se il fascino di Venezia spingerà il divo di Hollywood a chiederla in moglie. Che volete? I film passano, ma un anello è per sempre.
Questo zibaldone festivaliero potrebbe anche chiudersi qui, con un breve accenno alla riabilitazione di Tinto Brass che presenta la sua ultima fatica (fuori concorso, chiaro). All’appello, però, manca un altro (classico) genere di polemiche: quelle che puntualmente, anno dopo anno, partono dal Lido per passare a Venezia e ai veneziani, al loro rapporto con il cinema, al significato della Mostra e al futuro della città stessa. Quest’anno, a dire il vero, il sasso lo ha lanciato a luglio il ministro Brunetta, che ha definito Venezia “una città mercificata e svenduta da una classe di rigente che ha alzato bandiera bianca su Palazzo Grassi e sulla Punta della Do gana, rinunciando a qualsiasi proget tualità per il futuro, inalberando enor mi cartelloni pubblicitari che non han no uguali al mondo per volgarità”. È seguito un breve dibattito tra intellettuali, politici, critici e gondolieri: poi, arrivato agosto, tutti se ne sono andati al mare.
A riaccendere la miccia, nella giornata inaugurale del Festival, è l’inviato del “Giornale” Solinas, che descrive un Festival “invecchiato, ma che si vuole rinnovare”. Strutture carenti, restauri mai completati, l’attesa per un nuovo Palazzo del Cinema che dovrebbe arrivare nel 2011 (150° dell’Unità d’Italia). Ma se “per il Mose ci sono voluti quarant’anni, e ancora non è detto, per la Fenice un decennio, sotto il ponte di Calatrava si è accumulata una laguna di polemiche”, continua Solinas, c’è poco da stare allegri. Dalla Mostra del Cinema, il problema si sposta allora al discorso su Venezia-Disneyland: per dirla con Guccini, alla città che vende ai turisti “la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi”. Ed è effettivamente un problema, perché – scrive Solinas –“sarà anche vero che il turismo è una risorsa, ma quando diventa l’unica risorsa il risultato è una città morta”.
Viene da chiedersi quanto i veneziani amino la Mostra del Cinema. Poco, sostengono alcuni: il Festival è lontano dalle strade, blindato dietro passerelle e cordoni di sicurezza, inaccessibile ai comuni mortali con pochi soldi sa spendere. Che fare allora? Rinnovare la kermesse? Sperare in nuovi fondi che permettano le attese ristrutturazioni? Per avere una risposta, c’è da scommetterci, dovrà scorrere molta acqua sotto i ponti. Nel frattempo, il Festival del Cinema rimarrà lì dov’è, e noi continueremo a parlarne. Nella speranza che Clooney sbarchi presto al Lido con sua moglie Elisabetta e, perché no, un bel bambino in braccio.
L'Occidentale
04 settembre 2009
03 settembre 2009
Il grafico del giorno

Il "Corriere della Sera" ci regala un grafico sulla lunghezza media della minigonna in rapporto all'età. Fantastico.
Colpi sulla mia testa
Mentre sento sparare colpi sulla mia testa mi chiedo che c’entro con tutto questo? Che c’entro con una guerra fra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione. Da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere.
01 settembre 2009
Circo equestre itinerante
Il circo equestre itinerante che è Gheddafi è ormai uno show tragicomico che imbarazza chi lo ospita, e la Libia ne paga il conto. Mi chiedo se c'è ancora qualcuno che prenda sul serio ciò che dice quest'uomo. Siamo certi che nessuno Stato darà peso alle azioni di questo bulletto.
Servono Cina e Russia per fermare la rincorsa nucleare dell'Iran

Fare il punto sulla corsa iraniana al nucleare, e fermare Teheran prima che sia troppo tardi. Questo, sulla carta, l’obiettivo dell’incontro programmato per mercoledì a Francoforte: attorno al tavolo siederanno i rappresentanti del "5+1" (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania), alla ricerca di una mediazione tra i fautori di sanzioni più dure (Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Germania) e le potenze contrarie (Russia, Cina). L’incontro – oltre che dall’urgenza della questione nucleare – è dovuto in particolare al mancato accoglimento da parte di Teheran del pacchetto di incentivi offerti dal 5+1 in cambio dello stop all’arricchimento dell’uranio.
Il 2009, sino ad oggi, è stato un anno nero per la lotta al nucleare iraniano. Le trattative interne al 5+1 hanno portato a sanzioni del tutto insufficienti: a febbraio, secondo l’Aiea (International Atomic Energy Agency), l’Iran poteva contare su 1.010 kg di uranio arricchito; a giugno, la stessa Agenzia ha calcolato un totale di 7.052 centrifughe sul territorio iraniano, di cui 4.920 già attive nel processo di arricchimento dell’uranio. Stati Uniti, Francia, Germania e Inghilterra dovranno allora convincere Cina e Russia a passare alla fase due: se le sanzioni limitate all’industria nucleare e missilistica hanno fallito, è necessario colpire il settore energetico iraniano. Solo così, infatti, Teheran potrebbe vedersi costretto a scendere a patti con le Nazioni Unite.
Sarà difficile, però, che il progetto occidentale venga accolto senza riserve da Russia e Cina. I due Paesi – da sempre contrari ad un incremento delle sanzioni – vedrebbero infatti direttamente colpiti i propri interessi economici; Mosca e Pechino potranno poi far valere l’ultimo rapporto pubblicato dall’Aiea, che contiene giudizi sull’Iran meno allarmanti di quelli lanciati in passato. Ma a fianco di europei ed americani, contro l’Iran nucleare, vanno schierandosi anche i protagonisti del mondo musulmano: dall’Egitto di Hosni Mubarak – secondo il quale “un Iran nucleare con ambizioni egemoniche rappresenta oggi la più seria minaccia alle nazioni arabe” (marzo 2009) – al Kuwait, passando per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tutto il Medio Oriente sembra aver compreso negli ultimi mesi il pericolo rappresentato dal regime degli Ayatollah.
A Francoforte, insomma, bisognerà trattare. L’arco delle possibili sanzioni, del resto, è molto vasto: secondo un prospetto redatto da The Israel Project – un’organizzazione internazionale per la promozione della sicurezza di Israele, di stanza negli Stati Uniti – ci sarebbero almeno 12 diverse possibilità per mettere alle strette il regime di Ahmadinejad. Dopo aver colpito l’industria nucleare e missilistica, il 5+1 potrebbe tagliare le forniture energetiche e gli investimenti economici, pressare le banche straniere affinché non finanzino più le industrie iraniane, e inoltre mettere la parola fine alla vendita di armamenti a Teheran. Le possibilità sono molteplici: gran parte di queste, però, andrebbe a colpire anche gli interessi dei Paesi facenti parte del 5+1. Cina e Russia su tutti.
Al di fuori del 5+1, Israele resta ovviamente il Paese con maggiori interessi legati ad un inasprimento delle sanzioni. La scorsa settimana, nel corso di una visita a Berlino, Benjamin Netanyahu ha messo le cose in chiaro: “Israele si aspetta che tutti i membri della comunità internazionale valutino con attenzione la questione iraniana”. La minaccia di Teheran, come Netanyahu e gran parte dei politici israeliani vanno ripetendo da tempo, mette del resto in pericolo tanto Gerusalemme quanto il mondo intero: “La cosa più importante da fare – ha continuato Netanyahu – è mettere sul tavolo sanzioni più dure”. Un compito che spetterebbe al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o, in alternativa, a quella che Netanyahu definisce “una coalizione di volonterosi”.
Il problema però – come il cancelliere Angela Merkel ha spiegato chiaramente a Netanyahu – resta l’appoggio della Russia e della Cina. Senza le due potenze è pressoché impossibile che le sanzioni producano qualche risultato. Ecco perché, dicono i tedeschi, l’opposizione all’Iran nucleare sarà “un processo lungo e difficoltoso”. Germania, Francia e Inghilterra, sul fronte europeo, restano però molto determinate: “L’Iran deve sapere che stiamo prendendo la questione molto sul serio”, ha affermato ieri la Merkel in una conferenza stampa congiunta con il presidente francese Nicolas Sarkozy. La data ultima perché Teheran accetti di negoziare sul suo programma nucleare resta intanto quella stabilita dal presidente americano Barack Obama: fine settembre. Poi entrerebbero in gioco le nuove sanzioni di cui si parlerà a Francoforte.
Per tornare ad Israele, a far discutere in questi giorni è soprattutto l’atteggiamento dell’Aiea. Infastidita dalla pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Agenzia – giudicato troppo ottimistico ed in contrasto con le segnalazioni che periodicamente giungono dall’intelligence israeliana – Gerusalemme richiede la pubblicazione di un altro documento riservato sempre in possesso dell’Agenzia. Secondo il “Jerusalem Post”, il rapporto – redatto con la collaborazioni dei servizi segreti di diversi Paesi – conterrebbe tutte le informazioni sul reale avanzamento del progetto nucleare iraniano. Secondo l’Associated Press, che ha rivelato per prima l’esistenza del documento, il capo dell’Iaea El Baradei sarebbe contrario alla pubblicazione del rapporto, in quanto finirebbe per irrigidire ulteriormente le posizioni di Ahmadinejad.
In vista dell’incontro di mercoledì, il “Jerusalem Post” pubblica poi il risultato di un sondaggio secondo cui per l’81 per cento degli americani l’Iran rappresenta una seria minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Il 66 per cento degli americani – secondo un altro sondaggio pubblicato il mese scorso – riterrebbe inoltre Obama troppo morbido nei confronti del regime di Ahmadinejad. Dati che non stupiscono, se pensiamo all’eco mediatica suscitata dalle recenti elezioni iraniane: ma non sarà certo un sondaggio ad ammorbidire le posizioni di Cina e Russia, veri protagonisti del tavolo di Francoforte.
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